Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Cloud Computing che cosaaaa?

pittogramma Zerouno

Cloud Computing che cosaaaa?

29 Apr 2010

di Rinaldo Marcandalli

Aspettative, strategie di utenti e di fornitori, scenari, rischi, vantaggi e metodi di utilizzo di un fenomeno che promette di rivoluzionare l’informatica e i sistemi informativi. Il sorgere del cloud computing è un trend che sta cambiando la natura della competizione nell’industria del computer. Per cui si profila una “nuova normalità” tecnologica, non transitoria, che produce effetti per il mercato Consumer e per quello Business. Il Business ha dunque l’opportunità, ma anche l’obbligo assolutamente prioritario di “prepararsi”.

Che cos’è un trend? È uno scenario in evoluzione che induce cambiamenti di proprietà, capacità e offerta negli attori coinvolti. Poco ma sicuro, il sorgere del cloud computing è un trend che sta cambiando la natura della competizione nell’industria del computer. Per cui si profila una “nuova normalità” tecnologica, non transitoria, che produce effetti per il mercato Consumer e per quello Business (differenti, per esempio, per velocità di diffusione, ma in entrambi i casi dirompenti). Il Business ha dunque l’opportunità, ma anche l’obbligo assolutamente prioritario di “prepararsi”. L’avvento del cloud computing in sostanza sospinge la potenza di calcolo fuori da una trentennale traiettoria centrifuga (che, partendo dai mainframe si è spostata sui mini e poi sui Pc) per inserirla in una parabola di rientro centripeto verso mastodontici data center pubblici o privati, accessibili via Internet. Con le applicazioni client che si vanno sempre più disperdendo su una miriade di smart phone, ipod, netbook, notebook, tablet, laptop o desktop, più o meno anch’essi in via di crescente virtualizzazione.
Se questo è a grandi linee lo scenario tecnologico del cloud computing,  conviene anzitutto mutuarne da Forrester e Gartner una definizione precisa (e concorde): un insieme (o combinazione) di servizi, software e infrastruttura It offerto da un service provider accessibile via Internet da un qualsiasi dispositivo. Tutto si traduce in offerta di servizio, che in funzione dell’entità erogante può essere categorizzata in quattro generi: basata sul Web  (il genere Rich Internet application da Flickr a Microsoft Office Live); Software as a Service o Saas (applicazioni accessibili Internet e customizzabili come Gmail e Salesforce.com); Platform as a Service o Paas (esempi classici le piattaforme Force.com e Google Appl Engine); Infrastructure as a service o Iaas (servizi infrastrutturali di capacità di elaborazione virtualizzata tipo Amazon Elastic compute cloud o Ec2, o di hosting di server virtualizzati o di utilità storage; importante osservare che Iaas può venir erogata da un data center pubblico o privato). Per una carrellata delle tecnologie disponibili con diversi livelli di maturità, su cui pianificare la costruzione di un proprio portafoglio di servizi cloud, vedi articolo Portafoglio servizi cloud: su quali tecnologie puntare?.  

Il modello di servizi cloud
Nella definizione Forrester è presente anche una seconda parte, che più articolatamente tratteggia tutta una serie di proprietà costitutive del modello di cloud computing: fondato su un avanzato livello di standardizzazione dei componenti tecnologici; sempre disponibile; automaticamente scalabile per aggiustamenti “elastici” alle esigenze della domanda (sia in senso di provisioning che di deprovisioning dinamici); finanziato con pagamento a consumo (pay-per-use, tipicamente nel mercato Business) o da introiti pubblicitari (tipicamente, anche se non necessariamente, nel mercato Consumer); fruibile flessibilmente via interfacce Web standard o comunque programmabili; approvvigionabile e gestibile dal cliente in “self-service” (senza significativo coinvolgimento del provider). Caratteristiche chiave che sono sintetizzate in tabella 1.

Tabella 1 – Modello di servizi cloud
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Il primo motore verso questa “nuova normalità tecnologica” è tuttavia indubbiamente economico.
È proprio la “nuova normalità economica” del dopo crisi che induce, lato domanda, i decisori aziendali a riflettere sullo “spreco di risorse” da parte di certo “dilettantismo aziendale”, ogni volta che “l’approccio di costruire complessi e costosi dipartimenti It, investendo capitali e personale a profusione, non si è alla fine tradotto in generazione di equity, realizzazione di missione o differenziazione di brand” (Forrester). Riflessione che spinge i decisori a domandarsi se non siano maturi i tempi per spostare ulteriormente l’equilibrio in-house/outsourcing a favore del secondo, con un modello di delivery innovativo. Questo modello di delivery, innovativo per flessibilità, time to market, costi e, in definitiva Roi, è la promessa dei servizi cloud. Che altro non sono che gli stessi servizi It oggi erogati “on premise” (presso l’azienda) e che nel modello cloud vengono approvvigionati dinamicamente via rete, sono standardizzati, scalabili e pagabili a consumo effettivo. Uno su tutti, prendiamo un caso di studio presentato da Gartner, la Casa farmaceutica Eli Lilly (figura 1): spinta dalla duplice esigenza di ridurre i costi fissi It e di mettere in campo molto più rapidamente nuove capacità, ha adottato un modello “multi provider” scegliendo Amazon Ec2 per Iaas, Google Apps per la collaborazione e Drupal e altri per Saas. Risultati: riduzione nei tempi di approvvigionamento di diversi ordini di grandezza, accelerazioni importanti nel far partire nuova ricerca e produzione di medicine, risparmi significativi in termini assoluti, spostamento strategico di una fetta di Capex fisso a Opex variabile.

Figura 1 – Caso Eli Lily
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Undici fra i maggiori fornitori di servizi globali (Accenture, Atos Origin, Capgemini, Cognizant, Csc, Dell, Hp/Eds, Ibm, Siemens It Solutions & Services, Tcs, Wipro, analizzati nell’ambito di un’inchiesta Forrester di giugno 2009) non hanno dubbi sull’impatto positivo sui costi: i risparmi dipendono dal tipo di servizio offerto, ma come indicazione generale stanno fra il 20 e il 50%; e in alcune tipologie di servizi, come quelli di sviluppo applicativo (cloud Application Development Tools), si arriva a punte dell’80%. La stessa inchiesta Forrester fotografa come si scompone l’interesse per le categorie di servizi cloud (Saas, Paas, Iaas privato e Iaas pubblico). A giugno 2009 la percentuale di aziende grandi (da 5.000 a 19.000 dipendenti) e globali (oltre 20.000 dipendenti) che aveva implementato, sperimentato con un pilota o almeno stava considerando i diversi modelli varia, per il Saas tra il 32% e il 44%, per il Paas tra il 51% e il 53%. Per quanto riguarda la Iaas privata, il 21% ha già implementato un servizio di questo tipo o mostra interesse; mentre nei confronti della Iaas pubblica questa quota sale al 25% (per base intervistata e distribuzione di dettaglio vedi le figure 2, 3, 4 e 5).

Figura 2 – Interesse dimostrato dalle aziende per il Saas
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 


 

 

Figura 3 – Interesse dimostrato dalle aziende per il Paas
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 


 

 

Figura 4 – Interesse dimostrato dalle aziende per il private cloud
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 


 

Figura 5 – Interesse dimostrato dalle aziende per il public cloud
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 

Cloud computing, opportunità irresistibile? Piuttosto opportunità da pagare, come sempre in fondo, in termini di gestione dei rischi che indubbiamente vi si associano e vanno mitigati (garantendosi per esempio livelli adeguati di performance di servizio e di banda, prevenzione perdita dati, sicurezza, privacy, conformità), per le quali rimandiamo all’articolo La questione critica della sicurezza
È però anche un treno da non perdere, e per salire sul quale, di nuovo, è urgente quantomeno “prepararsi”, magari con un approccio graduale.      

Offerta di servizi cloud, come si posizionano i fornitori
Dal punto di vista dei potenziali fornitori la metafora è naturalmente quella di una “corsa alla conquista del territorio” a partire dai segmenti adiacenti al cloud computing per occupare quote di mercato, costruendo caposaldi in termini di offerta di valore per la nuova normalità e da questi estendere il dominio di influenza e potenziare la forza di attrazione della domanda. L’approccio prevalente sarà intuitivamente di capitalizzare sui propri punti di forza.
In sostanza possiamo parlare di tre segmenti d’origine: i fornitori nativi Internet (tipo Amazon, Google, SalesForce), i provider globali di It (gli 11 vendor dell’inchiesta Forrester di giugno 2009) e le grandi società fornitrici di telecomunicazione (5 società globali intervistate a settembre 2009 sempre da Forrester: At&t, Bt Globale Services, Ntt Communications, Orange Business Services, T-Systems e Verizon Business). Nell’analisi di questi segmenti, anche nell’interesse del mercato Business, è comunque necessario porre attenzione al mercato Consumer, se non altro perché i mega data center dei fornitori nativi Internet (vedi Google e Amazon) si sono fatte le ossa sul secondo. E ciò che ai provider fa dimensionare l’investimento in mega data centre e, non dimentichiamolo, in banda, è il volume di traffico previsto per competere e continuare a farlo nel tempo. In altri termini, il traino del mercato Consumer sul Business si annuncia cruciale non solo nell’ormai acquisito scenario di consumerizzazione dell’It aziendale, ma nell’imporre la stessa “nuova normalità” del cloud. Basti pensare a una società fin qui non nominata, Apple, che in Usa “genera con sua tecnologia più del 35% del traffico At&t per cellulari” (su tre utenti che occupano banda del provider At&t uno è iphone o ipod, fonte CA). Ciò fa di Apple stesso un protagonista indiscusso nel cloud, a partire quantomeno dal mercato Consumer, al punto che l’Economist del 23/10/2009 dedica la sua cover a un “Clash of clouds” fra Apple, Google e Microsoft. Notevole (a proposito dello studio dei punti di forza per immaginare come i vari attori si muoveranno sulla scacchiera) la semplice tabellina pubblicata dallo stesso Economist e riprodotta in figura 6.

Figura 6 – Il cloud per Apple, Google e Microsoft
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Dunque il cloud è un luogo dove ha senso confrontare l’effetto leva di quote di mercato dominanti in aree fra loro disparate, come i download di musica digitale, i motori di ricerca e i sistemi operativi. Specie in prospettiva, con la decrescente importanza dei personal computer rispetto ad altri device. È in quest’ottica che si inserisce non tanto un’ipotetica fine del monopolio Microsoft sui sistemi operativi client, quanto la strategia complessiva Windows Azure-Windows Server 2008-Windows 7 che si espande verso i servizi cloud (vedi articolo a pag. 30). E del resto che Microsoft punti anche a nuove fonti di fatturato, come quelle legate agli introiti pubblicitari dal Web, non è una novità: oltre al lancio di Bing “motore di decisioni d’acquisto”, è recente la notizia che la home page di Facebook, sito social networking partecipato per 240 milioni di dollari da Microsoft, si contende negli Usa il primato di sito più visitato con Google (che ha sorpassato per la prima volta nella 2° settimana di marzo con una quota sull’intero traffico Web del 7,07% contro il 7,03% , fonte Hitwise Research). 

Le tre tipologie di fornitori 
Nei confronti dell’utenza business, punto di partenza e di forza dei fornitori nativi Internet (non solo Amazon o Google nati sul mercato Consumer, ma anche Salesforce, da subito orientata al Business), è dunque l’esperienza accumulata e la leadership nell’ottimizzazione delle applicazioni che erogano servizi cloud. Affinché il codice applicativo performi in condizioni quale quelle cloud, di “extreme transaction processing”, Gartner ricorda che servono, per esempio: capacità di gestire processi condivisi che appartengono a fruitori diversi grazie alle caratteristiche di multitenancy e statelessness; una classe di transazioni non più solo enterprise ma “globali” (cioè enterprise, business partner, consumer, utenti mobili); scalabilità orizzontale, capacità di parallel processing, ottimizzazione real time per dati distribuiti.
Per converso, non meravigli che i provider globali di It, forti nell’assistenza al cliente on premise (o in forme di outsourcing di cui sono i prime contractor), si muovano aggressivamente nel business dei servizi cloud, chi più chi meno già con offerte, ma tutti tendono a capitalizzare sui livelli di investimento e sulla relazione col cliente. Logico attendersi che suggeriscano di considerare e privilegiare cloud privati o una migrazione graduale al cloud pubblico, ad esempio con una strategia applicativa ibrida (investendo per vantaggi competitivi su applicazioni mission critical on premise o su cloud privato, e sfruttando il cloud pubblico per applicazioni in cui la market parity è “good enough”). Nella sua inchiesta fra gli  11 provider, Forrester ha rilevato tre elementi: che Saas è la forma più comunemente offerta; che la maggioranza degli 11 global vendor offre per Paas solo consulenza e supporto allo sviluppo per agganciarsi a piattaforme cloud di altri fornitori, fa eccezione Ibm (con Wipro che insegue a ruota) che invece fornisce anche servizi di sviluppo applicativo e di gestione della Paas; e infine che tutti offrono combinazioni di servizi Iaas di vario genere (elaborazione, storage, server, backup, neworking, desktop).  
Con i provider di It entrano aggressivamente in competizione per il business dei servizi cloud anche le tradizionali società fornitrici di telecomunicazione (“telco”), che vedono questi servizi come un’estensione funzionale alla loro strategia Ict. A supporto del loro core business, società come At&t, Bt Global Services, Ntt communications, Orange Business Services e T-Systems, hanno sviluppato una serie di capacità, fondamentalmente di servizi di management globale Wan, di data center, di sicurezza di rete, che già rivendono con successo ai clienti con accordi di outsourcing infrastrutturale. Di lì a sviluppare offerte di servizi cloud, il passo è breve: le grandi telco sono già tecnologicamente equipaggiate per la delivery di servizi fondati su capacità “latenti” che basta loro configurare ed esporre, con un modello di utility scalabile e basato su consumi. Secondo l’indagine Forrester, le offerte di servizi cloud delle telco si basano su alcuni elementi: far leva opportunisticamente sugli asset già esistenti (e magari fin qui latenti), come colocation e managed hosting, per catturare servizi infrastrutturali cloud (Iaas); offrire forme tattiche di Saas (per esempio tutti offrono hosting di Exchange o Google Apps, ma non tutti questi servizi sono davvero scalabili e multitenant); indubbiamente il pezzo forte dell’offerta di servizi cloud dalle telco è Iaas: le telco tendono a concentrarsi sulle loro capacità di estendere i servizi di elaborazione centralizzata alle offerte di telecomunicazioni e networking; con la brillante eccezione di T-Systems, hanno in genere meno capacità di delivery di servizi elaborativi end user, come It help desk e Supporto onsite.

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

Articolo 1 di 13