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PMI: non investire è rischioso, ma c’é un clima di sfiducia

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PMI: non investire è rischioso, ma c’é un clima di sfiducia

Dallo studio realizzato da GE Capital a livello europeo emerge una prevedibile correlazione fra incertezza economica e scarsi investimenti in beni strumentali, che potrebbero però aiutare le Pmi a superare la crisi. Gli investimenti Ict delle Pmi italiane, nelle previsioni, sono più bassi della media europea ma c’è la diffusa consapevolezza della perdita di opportunità di business che deriva dal non investimento

10 Lug 2012

di Elisabetta Bevilacqua

Dai risultati emersi dall’ultima edizione dell’European Sme Capex Barometer, realizzato da GE Capital Europe, che analizza le intenzioni di investimento delle aziende, in particolare Pmi, in beni strumentali e la fiducia generale di queste aziende rispetto al loro business e al contesto economico, emerge uno stretto rapporto tra calo di investimenti e turbolenza/incertezza economica anche se cresce la consapevolezza legata al fatto che gli investimenti in beni strumentali rappresentano un’opportunità per la crescita e l’innovazione (soprattutto per uscire dalla crisi). Rispetto all’edizione precedente che includeva le principali 4 economie europee (area EU4 che include Francia, Germania, Italia, Regno Unito) si sono aggiunte, nella nuova versione dello studio, le 3 economie dell’Europa centro-orientale (CEE3: Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia) per un totale di ben 1750 decision makers aziendali coinvolti.

“La fotografia che emerge dallo studio è in linea con quanto si legge e con quanto si sperimenta nel contatto diretto con le imprese – commenta Massimiliano Nunziata, Business Development Director GE Capital Italy -. Mi ha soprattutto colpito quanto si sia ridotta la fiducia delle Pmi in tutta Europa, scesa mediamente del 40% rispetto a giugno 2011, con l’eccezione della Germania. Senza essere grandi statisti si può trovare una correlazione diretta fra calo della fiducia e ridimensionamento nelle previsioni di investimento”.

Fra le Pmi italiane, in particolare, il punteggio di fiducia (calcolato in percentuale) è nella media negativo (-19,2%). Relativamente più ottimiste (-8,8%) risultano le imprese di medie dimensioni, mentre le micro-imprese sono le più pessimiste, con un punteggio di fiducia pari a -25,6% (la classe dimensionale raggruppa le aziende in: micro-imprese, da 2 a 9 dipendenti; piccole aziende, da 10 a 49 deipendenti; medie imprese, da 50 a 249 dipendenti – ndr).

“Un elemento di speranza viene però dalla consapevolezza delle aziende che i mancati investimenti hanno comportato perdita di opportunità di business”, sottolinea Nunziata. Si può dunque partire da qui per trovare la chiave di volta anche considerando le motivazioni che spingono all’investimento. Ma vediamo con maggiore dettaglio i risultati dell’indagine.

Le aree del ‘non investimento’

Secondo le stime delle stesse Pmi, le mancate opportunità di business, derivanti dal non investimento, superano complessivamente i 70 miliardi, 25 dei quali solo in Italia; circa il 36% delle Pmi italiane ha perduto nuove opportunità, un livello ben al di sopra della media dei 4  principali mercati europei analizzati (EU4) che è del 25%. Tra le imprese di piccole dimensioni (10-49 dipendenti), la percentuale risulta  pari al 53%, il più alto livello registrato all’interno dei paesi oggetto dell’indagine.

Dall’analisi emerge che le Pmi dell’area EU4 prevedono investimenti in beni strumentali per circa 290 miliardi di euro, con una sostanziale stabilità degli investimenti rispetto alle stime 2011 (l’aumento previsto è solo del 3%). Le previsioni per l’Italia si scostano di poco dalla media (anche se le previsioni di investimento segnano un -3%), mentre la Germania prevede un +17%.

Le scelte sono guidate dalla necessità di migliorare efficacia e produttività (53%) e di sostituire gli strumenti obsoleti e deteriorati (52%). Nel 44% dei casi, gli investimenti precedentemente pianificati erano destinati alla creazione di nuove capacità per la gestione della crescita della domanda (54% tra le imprese di medie dimensioni). Questo insieme di motivazioni concorre alla tenuta degli investimenti nel settore informatico (software e hardware) e nelle  apparecchiature da ufficio.

Fa eccezione l’Italia dove le intenzioni di investimento in hardware nei prossimi 12 mesi (rispetto ai 12 mesi precedenti) scendono del 7% (-4% nel Regno Unito), mentre crescono decisamente in Germania (+26%) e nella  Repubblica Ceca (+18%). Gli investimenti nel software da parte delle Pmi nel mercato EU4 risulteranno relativamente stabili o avranno un lieve miglioramento nel 2013. Il mercato tedesco crescerà probabilmente con maggiore rapidità rispetto agli altri mercati EU4 (+ 6%), mentre gli investimenti in Italia registreranno una flessione se pur modesta (- 2%).

Risentono invece maggiormente del crollo di fiducia le spese per veicoli commerciali e per beni di grandi dimensioni (ad esempio impianti di produzione) i cui acquisti vengono posticipati a causa dello scenario economico incerto. Gli investimenti nel settore produttivo sono tuttavia calati in Italia (-22% rispetto all’indagine precedente) in misura assai minore rispetto alla Francia (-63%) e al Regno Unito ( -62%).

 

 

Figura 1 – Valutazione delle perdite di opportunità di business per inadeguatezza dei beni strumentali
Fonte – European Sme Capex Barometer – GE Capital

Incertezza e ostacoli finanziari alla base del non investimento

Nonostante l’ostacolo principale per gli investimenti delle Pmi sia l’incertezza del contesto economico, svolgono un ruolo significativo anche gli ostacoli finanziari: la mancanza di condizioni finanziarie accessibili, la necessità di costituire riserve di liquidità e altre sfide legate alla situazione finanziaria della singola società. La percentuale di Pmi che sottolinea la mancanza di condizioni finanziarie accessibili è molto più elevata tra le micro-imprese (33%) rispetto alle piccole e medie imprese.

A livello europeo l’86,5% degli intervistati ipotizza di ricorrere a fonti esterne di finanziamento, mentre a giugno 2011, la percentuale era del 77%, a dimostrazione che le Pmi stanno ora vivendo limitazioni finanziarie sempre più forti rispetto al primo semestre 2011. Le Pmi italiane sono quelle con maggiore necessità di fonti finanziarie esterne (95%).

Figura 2 – Condizioni che limitano gli investimenti nelle Pmi
Fonte – European Sme Capex Barometer – GE Capital

Per quanto riguarda gli interlocutori del finanziamento, le Pmi più piccole tendono ad affidarsi maggiormente alle banche tradizionalmente più importanti, mentre quelle più grandi presentano strategie di finanziamento maggiormente diversificate, affidandosi più frequentemente ad altre fonti di finanziamento. Le aziende italiane si rivolgono per il finanziamento soprattutto alle banche tradizionali importanti e alle società specializzate di credito e di leasing (nel 31% dei casi per ciascuna), mentre le  Pmi in Francia, Germania e, in misura minore nel Regno Unito, si affidano maggiormente alle banche tradizionali.

Figura 3 – Spaccato italiano delle intezioni di investimento delle Pmi
Fonte – European Sme Capex Barometer – GE Capital

L’offerta GE Capital

Da quanto fin qui evidenziato, il mercato italiano può rappresentare un certo interesse per operatori che intendono finanziare l’innovazione tecnologica delle Pmi. “Come GE Capital, dopo gli sforzi nel 2008 e 2009 siamo in grado di aiutare le Pmi a finanziare gli investimenti in beni strumentali – dice Nunziata –. La nostra proposta si focalizza soprattutto verso la locazione operativa o noleggio che rappresenta  il 90% dell’attività della mia divisione”. La divisione leasing di GE Capital è specializzata nel technology finance: locazione di attrezzature informatiche, di telecomunicazione o di office equipment.  “Mentre il leasing nel 2011 ha avuto una flessione dell’11%, noi siamo cresciuti del 18%, realizzando con 250 clienti un volume di 200 milioni”, sottolinea Nunziata.

Il modello di go-to market non prevede un approccio diretto al cliente finale per finanziare gli acquisti tecnologici ma una partnership con i marchi e con la rete distribuiva, che vengono supportati  nella gestione del parco clienti anche con strumenti condivisi per le valutazioni di solvibilità.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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