La leva digitale per la trasformazione di una sanità che pensi al post-pandemia

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La leva digitale per la trasformazione di una sanità che pensi al post-pandemia

Durante l’emergenza pandemica sono emersi numerosi punti deboli del Sistema Sanitario Nazionale che le iniziative previste dal PNRR, oltre a risorse economiche e normative, possono aiutare a colmare. Come passare, però, dalle parole ai fatti? Come ripensare i processi? Quale governance organizzativa? Quali requisiti per la tecnologia? Come accrescere le competenze dei professionisti sanitari? Da un talk realizzato durante il Forum PA abbiamo tratto alcune risposte, con un focus sulla telemedicina e sul fascicolo sanitario elettronico, strumenti per potenziare l’assistenza e la prevenzione a livello territoriale.

14 Feb 2022

di Elisabetta Bevilacqua

Il PNRR prevede 8,63 miliardi di euro per l’innovazione, la ricerca e la digitalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) e 7 miliardi per le reti di prossimità e la telemedicina rivolte all’assistenza sanitaria territoriale, secondo la sintesi di Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano. Di questi, 1,67 miliardi sono finalizzati al rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati. Fra gli interventi è previsto anche il potenziamento del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) a cui sono dedicati 1,38 miliardi.

L’Osservatorio ha anche evidenziato che già a metà del 2021 il FSE era attivo in tutte le regioni, consentendo in teoria di raccogliere i dati dei pazienti e renderli disponibili a tutti gli attori. Dai dati aggiornati al 20 gennaio 2022 sul sito dedicato al monitoraggio risultavano oltre 354 milioni di referti digitalizzati e oltre 57 milioni di FSE attivi.

“Da un’analisi più approfondita risulta tuttavia che i fascicoli non sono sufficientemente alimentati, così che i cittadini non trovano tutte le informazioni di cui avrebbero bisogno e spesso non ne sanno neppure l’esistenza”, commenta Sgarbossa. Ne consegue un utilizzo molto ridotto da parte dei cittadini (solo il 12%), pur con significative differenze territoriali.

La telemedicina, con gli aspetti tecnologici e organizzativi che la abilitano, è fra le priorità a cui viene assegnato 1 mld per ottenere l’obiettivo di trasformare la casa del paziente nel principale luogo di cura. “Va colta l’occasione per rivedere i processi, sfruttando l’impulso dell’emergenza che ha fatto crescere l’uso della telemedicina nelle sue diverse accezioni”, suggerisce Sgarbossa.

Hanno in particolare fatto un balzo in avanti la tele-visita, cresciuta dal 13% (dato pre-pandemia) al 39% successivo, e il teleconsulto con specialisti, dal 21% al 47%. L’Osservatorio ha verificato inoltre grande interesse per la telemedicina fra i pazienti anche se ancora pochi l’hanno sperimentata.

Le esperienze delle amministrazioni sanitarie e dei fornitori di tecnologia

Sul tema della telemedicina, la Regione Lazio ha potuto sfruttare durante la pandemia le esperienze maturate in precedenza. È il caso di Lazio Advice per il teleconsulto a distanza, servizio rivolto al personale medico e agli operatori per la teleassistenza, e la successiva piattaforma Lazio Doctor per consultazioni e informazioni legate all’emergenza COVID-19 e la connessione dei pazienti con gli operatori.

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La Regione ha sperimentato anche altri strumenti di telemedicina, come la tele-visita e il tele-monitoraggio delle funzioni vitali. Forte di queste esperienze, Massimo Annicchiarico, Direttore Generale Dipartimento salute – Regione Lazio, traccia la strategia per il futuro: “I cambiamenti importanti non si ottengono tanto con un utilizzo più intensivo della tecnologia, ma grazie alla costruzione di un sistema integrato con le modalità tradizionali di cura e assistenza, per realizzare una nuova relazione con il paziente e una diversa prossimità”.

Anche l’AUSL di Ferrara ha lavorato nei due anni della pandemia anche per migliorare la programmazione e la flessibilità, perseguendo il ridisegno e la programmazione di un’unica azienda digitale che sfruttasse la tecnologia per connettere ospedale e territorio, spiega Monica Calamai, Direttore Generale dell’AUSL di Ferrara.

All’interno di questo percorso si sono realizzate progettualità operative come, per esempio, l’accoglienza digitale e la telemedicina (telecardiologia, cure palliative, diabete e teleprevenzione per lo stile di vita). Particolarmente interessante, in questo percorso, la realizzazione della teleriabilitazione in collaborazione con l’Ospedale Rizzoli di Bologna che prevede la riqualificazione dell’ospedale di Argenta (in provincia di Ferrara) ed è rivolta anche ad aree interne, a domicilio o nelle Case Salute.

La strategia rivolta a operare in un’ottica di integrazione che veda la tecnologia come abilitatore della trasformazione ha incontrato grande disponibilità da parte degli operatori del settore presenti al forum.
“Vodafone mette a disposizione le reti 5G che, grazie alle loro caratteristiche, facilitano l’accesso alla nuove cure”, spiega Bernadette Nubile, Head of Public Sector di Vodafone Business Italy. Nubile ricorda, in particolare, un progetto per la condivisione in tempo reale delle immagini della risonanza magnetica fra diverse sedi dell’Humanitas, con la possibilità di abbattere i tempi fra esame e diagnosi, evitando lo spostamento del paziente.

Anche Francesco Tripepi, Account Manager di Cisco, mette al centro della partnership con le istituzioni sanitarie l’integrazione dei sistemi, con l’obiettivo dichiarato di mettere gli operatori della sanità in grado di comunicare in modo sempre più facile, veloce e sicuro, così da poter dedicare il proprio tempo ai pazienti.

Superare una visione frammentata ed esclusivamente tecnologica

“La tecnologia rappresenta il 10% in un progetto di telemedicina” sottolinea, tirando le fila del dibattito, Claudio Carlo Franzoni, Partner di P4I, Partners4Innovation. “Il resto è altro: service design, analisi del patient journey…”. Nel caso della telemedicina portato ad esempio, è dunque indispensabile progettare innanzi tutto il servizio e capire come il paziente navighi nel percorso per garantire un’accessibilità “facile, semplice e umanizzata”.

Solo successivamente si passa agli aspetti tecnici. È in ogni caso necessario superare la logica “a silos” evitano di creare soluzioni verticalizzate su una singola patologia ma una piattaforma complessiva capace di raccogliere i dati da tutti gli operatori coinvolti.

Per realizzare l’obiettivo finale di realizzare sistemi di cura e salute attraverso adeguati servizi sanitari, sociosanitari, di riabilitazione e prevenzione, i fondi del PNRR ci sono: si tratta di passare alla realizzazione, tenendo però conto di alcuni rischi evidenziati dai partecipanti al forum.

“Il timore di molti è che il PNRR abbia un approccio che si concentri soprattutto nell’acquisto di tecnologie, limitandosi a incrementare quanto già facciamo e perdendo invece un’occasione di trasformazione”, nota per esempio Massimo Annichiarico, suggerendo la necessità di valutare la capacità del digitale di creare valore, che soprattutto i fruitori (operatori, professionisti e cittadini) sono in grado di fare.

Un rilievo a cui si aggiunge un altro aspetto, sottolineato da Monica Calamai, che auspica una coerenza degli investimenti, il superamento della frammentazione degli stessi e un impegno per lo sviluppo della cultura digitale (sia all’interno delle strutture sanitarie, sia fra i cittadini) per ottimizzare la fruibilità degli strumenti digitali, garantendo, in particolare una migliore accessibilità al Fascicolo Sanitario Elettronico.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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