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Benessere o alienazione? L’impatto della tecnologia nella nostra vita

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Prospettive

Benessere o alienazione? L’impatto della tecnologia nella nostra vita

Concreti miglioramenti, speranze, ma anche paure e ansie. L’impatto delle tecnologie sulle nostre vite e sulla società è complessivamente benefico o malefico? Potrebbe sembrare una domanda dalla risposta scontata, ma così non è. Soprattutto tutto dipende da come governi e aziende affrontano la transizione verso un’adozione spinta delle tecnologie più innovative. Lo spiega, con un’analisi approfondita, lo studio Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

06 Set 2019

di Patrizia Fabbri

Benessere o alienazione? Sono i due estremi di un’ipotetica scala di misurazione dell’impatto dell’innovazione tecnologica nella vita degli esseri umani e nell’ambiente che li circonda. Ciò che rende complessa la definizione di questa scala sono i contenuti, oggettivi ma per la maggior parte soggettivi, con cui popoliamo l’uno o l’altro termine e il valore che diamo a questi contenuti. Di conseguenza, ogni innovazione tecnologica che va a modificare una determinata situazione può provocare speranze e paure o ansie. È così da sempre, ne sono testimonianza le riflessioni dei filosofi che dibattono sul tema fin dall’antichità (pensiamo al concetto di “techne” in Socrate o nei dialoghi di Platone), ma se la dualità della tecnologia è sempre esistita, perché oggi questo dibattito è quanto mai d’attualità? La risposta è lapalissiana: perché la tecnologia permea tutta la nostra vita, anche quando non ce ne rendiamo conto. La sua ubiquità la rende uno strumento estremamente potente per favorire il cambiamento, nel bene e/o nel male.

Essendo una persona appassionata di tecnologia, tendo a vederne più gli impatti positivi di quelli negativi, ma non nego certo questi ultimi, soprattutto quelli che inducono esclusione, emarginazione e accentuano le diseguaglianze. Ho quindi trovato molto interessante la lettura dello studio Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute (MGI) che prosegue un percorso che ha prodotto altre stimolanti analisi come A Future that Works (al quale ZeroUno ha dato ampio spazio con due articoli Le tecnologie AI e il complesso rapporto con l’uomo e Sistemi intelligenti così si diffondono e trasformano il mercato del lavoro). Cercherò qui di sintetizzarne i concetti principali consigliandone però la lettura integrale.

La tecnologia non è né buona né cattiva, ma…

Come sottolinea lo studio, l’adozione di tecnologie avanzate, automazione intelligente e intelligenza artificiale in primis, oltre a contribuire all’aumento della produttività e del PIL, può migliorare il benessere dei singoli individui e della società in generale (pensiamo solo alla mobilità o alla salute), ma può anche avere effetti destabilizzanti sulla società (dalla disoccupazione allo stress indotto dall’aumento dell’intensità del lavoro). Quindi bisogna partire da due assunti:

1° La tecnologia non è intrinsecamente buona o cattiva e produce risultati positivi o negativi a seconda di come viene utilizzata.

2° La tecnologia da sola non migliorerà la vita dell’umanità nel suo complesso.

Ne consegue che è necessaria una visione, un indirizzo. “Occorre – afferma lo studio – porre l’accento sulla crescita guidata dall’innovazione e su un’attenta gestione della forza lavoro e di altre transizioni legate all’adozione e alla diffusione della tecnologia… La tecnologia non ha uno scopo proprio, i suoi effetti sono guidati da scelte e azioni umane… i responsabili politici e i leader aziendali devono definire un’agenda dello sviluppo che mitighi alcuni degli effetti negativi dell’adozione della tecnologia, sia a breve sia a lungo termine”.

Lo studio fornisce subito due elementi per supportare la definizione di questa “agenda”: mentre la tecnologia ha contribuito in modo significativo alla crescita del benessere in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi 40 anni, l’analisi MGI (basata su oltre 600 casi d’uso) suggerisce che, per il prossimo decennio, la crescita del benessere potrebbe continuare sulla stessa traiettoria solo nella misura in cui il focus sarà sulla crescita guidata dall’innovazione piuttosto che esclusivamente sulla riduzione della manodopera e sui risparmi sui costi attraverso l’automazione; il secondo spunto di riflessione riguarda il fatto che la diffusione della tecnologia è attivamente accompagnata da un aumento della mobilità dei lavoratori e dalla necessità di nuove competenze, è quindi necessario un forte impegno in formazione, ma potrebbero essere anche necessarie misure di sostegno ai salari.

Uno spettro si aggira per il mondo…l’impoverimento della classe media

Semplificando, e scusandomi per questo con gli studiosi di storia economica, si può dire che il maggiore benessere che, partire dal secolo scorso (guerre permettendo), ha caratterizzato le società occidentali è fortemente correlato al nascere e crescere di una classe media. Una classe media che, da un lato, si è popolata di quei figli del proletariato che hanno potuto ampiamente usufruire della scala sociale, soprattutto nel secondo dopoguerra, e, dall’altro, che consuma quello che l’industrializzazione spinta produce, creando quel circolo virtuoso su cui si basa la nostra società (tralascio qui il tema, seppur importantissimo, di un ambiente messo sempre più a rischio dal consumismo che deriva da questo circolo, da questo punto di vista tutt’altro che virtuoso).

Ma questo meccanismo negli ultimi 10-15 anni si è inceppato. La digitalizzazione dell’economia e l’ascesa dell’automazione hanno contribuito alla polarizzazione del reddito tra lavoratori ad alta e bassa competenza e hanno messo pressione sui salari e sull’occupazione nella classe media. Secondo uno studio statunitense, ogni ulteriore robot per mille lavoratori impiegati ha ridotto il rapporto occupazione / popolazione di circa 0,18-0,34 punti percentuali e i salari dallo 0,25 allo 0,5%. La disoccupazione indotta dalla tecnologia tende a influenzare in modo sproporzionato i lavoratori con scarse competenze, ma l’asticella delle competenze, grazie soprattutto alle tecnologie di intelligenza artificiale, si sta alzando sempre più. Categorie sempre più ampie di lavoratori che hanno finora popolato la classe media (avvocati, commercialisti, ragionieri, ma anche medici di base ecc.) rischiano che le loro competenze, che più che basse potremmo definire di base (quindi comunque indispensabili per scalare a quelle superiori), siano svolte da robot.

Come rileva lo studio MGI, molte persone si sentono schiacciate da questa situazione, ne consegue che aumenta l’incertezza sul futuro, ma soprattutto questo disequilibrio rompe il “patto sociale” sul quale si sono fondate le economie avanzate in quest’ultimo secolo. “Se credi che il duro lavoro ripaghi, allora lavori duro. Se pensi che sia difficile andare avanti anche quando ci provi, allora perché provarci?”, riporta lo studio, citando Hillbilly Elegy (il libro del 2016 su quella classe media impoverita americana che poi avrebbe votato in massa Trump), per poi proseguire: “Se la classe media è caratterizzata da un’aspirazione a progredire nella vita attraverso l’educazione e il duro lavoro, allora dobbiamo capire perché quella narrativa si è rotta, poiché è alla base delle nostre società”.

importanza della sicurezza del lavoro
Figura 1 – La valutazione dell’impatto delle tecnologie è, a lungo termine, positiva, ma come si vede le preoccupazioni maggiori riguardano la sicurezza del lavoro e la fiducia nella società. Fonte: Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute
disoccupazione e fiducia politica
Figura 2 – L’andamento della disoccupazione ha un impatto diretto sulla fiducia nella classe politica. Fonte: Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

PIL o non PIL? Quali parametri per misurare l’impatto della tecnologia

Il confronto tra gli standard di vita nel tempo e tra i vari paesi ha spesso fatto affidamento sulla misurazione del PIL pro capite, adeguato al potere d’acquisto. Ma, come è ormai noto, il PIL non rappresenta un indicatore valido per misurare in modo efficace il livello di benessere di una società.

Lo studio MGI si ispira quindi a differenti metodologie utilizzando anche indicatori alternativi al PIL per misurare il progresso economico e sociale, sottolineando che la comune verità che evidenziano tutti gli approcci è che in un’economia complessa, la soddisfazione della vita è determinata da molteplici componenti positive e negative, che a loro volta influenzano in modo diverso individui diversi; abbiamo quindi bisogno di metodi che vadano oltre i semplici aggregati.

MGI suddivide in 4 gruppi i fattori che ritiene contribuiscano alla misurazione del benessere:

  • il primo riguarda la prosperità economica di base, percepita dagli individui attraverso la sicurezza del lavoro e gli standard di vita materiali, soprattutto in termini di potere d’acquisto dei loro salari: fattori tra i quali viene inserita anche l’istruzione data la sua influenza significativa sulla prosperità delle persone durante la loro vita;
  • il secondo gruppo di fattori considera gli aspetti della vita che sono noti per contribuire al benessere individuale, oltre alla prosperità economica: salute, sicurezza, alloggio e connessione sociale. L’ultimo si riferisce al ruolo cruciale che le relazioni svolgono nel determinare la felicità delle persone, online o offline, a casa, al lavoro o nella comunità;
  • Il terzo e il quarto gruppo operano meno a livello individuale e più a livello sociale. La sostenibilità, sia economica che ambientale, è una considerazione importante, in modo che le tendenze istintive degli esseri umani a dare priorità ai guadagni a breve termine e allo sconto dei rischi futuri non causino danni a lungo termine. Infine, il tessuto della società dipende fondamentalmente dalla percezione dell’equità, che si riflette nella misura in cui tutti i membri beneficiano dei loro diritti e hanno pari accesso alle opportunità.

Per quanto riguarda una quantificazione del peso dei singoli fattori, lo studio precisa che è sicuramente allettante tentare di assegnare dei pesi, e molti di essi possono essere facilmente misurati, ma l’analisi compiuta sugli oltre 600 case study analizzati mostra in modo schiacciante che: sono tutti importanti, sono tutti altamente interconnessi e sono impattati direttamente o indirettamente da altri fattori.

i fattori che contribuiscono a determinare il benessere
Figura 3 – Sono molteplici i fattori che contribuiscono a valutare il benessere individuale. Fonte: Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

Le tecnologie con un alto potenziale per “creare benessere”

L’analisi di MGI sull’impatto delle tecnologie sul benessere dell’uomo e della società, Tech for Good, si basa sulla selezione di un sottoinsieme di tecnologie che hanno visto una forte accelerata nell’adozione (le prime 3 sono quelle che risultano avere il maggiore impatto, vedi figura 4):

  • Big data, analytics e intelligenza artificiale.
  • Connettività e piattaforme, con le quali vengono raggruppate piattaforme digitali, Internet mobile e cloud.
  • Robotica, che include sia la robotica avanzata sempre più in grado di aumentare le capacità dell’uomo sul posto di lavoro sia la robotica tradizionale, in cui le macchine riproducono azioni umane ripetitive, nonché veicoli autonomi e quasi autonomi.
  • L’Internet of Things, che utilizza reti di sensori e dispositivi per raccogliere dati e ottimizzare i processi.
  • Realtà virtuale e aumentata, un ambiente artificiale creato con software e hardware che, nel caso della realtà aumentata, offre la possibilità di sovrapporre informazioni digitali a impostazioni del mondo reale.
  • Fabbricazione digitale, inclusa la stampa 3D.
  • Nuovi materiali e biotecnologie, che includono materiali avanzati, come nuovi materiali leggeri e genomica di prossima generazione.
  • La tecnologia pulita, che consiste principalmente in fonti di energia rinnovabile come energia solare ed eolica, supportata da dispositivi per lo stoccaggio di energia.
le tecnologie che impattano sulla nostra vita
Figura 4 – Le tecnologie che hanno il maggiore impatto, positivo e/o negativo, nella valutazione del benessere. Fonte: Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

6 fattori rilevanti per le “tecnologie per il benessere”

Lo studio si focalizza quindi su sei fattori per quantificarne poi l’impatto tecnologico: sicurezza del lavoro, standard di vita materiali, salute e longevità, istruzione, sostenibilità ambientale e pari opportunità. Si tratta dei fattori che stanno subendo i cambiamenti più rapidi e sono anche quelli in cui la tecnologia può produrre alcuni dei maggiori impatti, sia positivi che negativi.

L’analisi di ogni fattore è veramente dettagliata e dovevo fare una scelta: sintetizzare al massimo l’analisi di ciascun fattore con un alto rischio di banalizzazione o focalizzarmi su uno, rimandando allo studio completo la lettura degli altri. Ho optato per la focalizzazione sul tema della Sicurezza del lavoro.

Sicurezza del lavoro

La ricerca mostra che la sicurezza del lavoro (che include essere disoccupati o preoccuparsi del rischio di disoccupazione) ha un effetto asimmetrico sul benessere: mentre l’occupazione non è associata a un forte effetto sulla soddisfazione della vita, la perdita di un lavoro o il non impiego ha un impatto altamente negativo e duraturo sulla soddisfazione della vita, specialmente laddove è legato alla perdita di reddito.

Lo studio ricorda che l’innovazione tecnologica, in passato, ha creato, attraverso l’innovazione, posti di lavoro garantendo salari più alti, ma li ha anche distrutti, attraverso la sostituzione con le macchine: mentre gli effetti a lungo termine sono positivi, a breve termine possono essere devastanti.

La condivisione di piattaforme e processi decisionali basati sull’intelligenza artificiale possono aumentare la velocità e l’efficacia dell’innovazione all’interno delle aziende. Come abbiamo evidenziato anche in altri articoli (per esempio Lavoro e AI: “Più che una minaccia o un’opportunità, l’intelligenza artificiale è una necessità”) la rapida creazione di nuovi e migliori prodotti e servizi non solo andrà a beneficio dei consumatori, ma creerà anche una maggiore domanda di lavoro e compenserà parte della riduzione di quella dovuta all’automazione. Nel contempo l’effetto di queste e altre tecnologie potrebbe richiedere del tempo per diventare tangibile, mentre l’impatto delle perdite di posti di lavoro potrebbe essere avvertito più rapidamente.

MGI segnala tre passaggi chiave relativi alla sicurezza del lavoro e all’adozione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale che dovranno essere affrontati:

  • In primo luogo, milioni di lavoratori dovranno probabilmente cambiare lavoro: lo studio stima che circa 75 milioni di persone in tutto il mondo dovranno farlo entro il 2030 nel caso il trend di adozione dell’automazione si configuri in uno scenario mediano; se la velocità di adozione sarà invece maggiore, il cambio di lavoro potrebbe interessare fino a 375 milioni di persone, o circa il 14% della forza lavoro globale.
  • In secondo luogo, i lavoratori avranno bisogno di competenze diverse. La domanda di abilità sociali ed emotive, come la comunicazione e l’empatia, crescerà quasi altrettanto rapidamente della domanda di molte abilità tecnologiche avanzate. L’automazione stimolerà inoltre la crescita della necessità di competenze cognitive di livello superiore, in particolare il pensiero critico, la creatività e l’elaborazione complessa delle informazioni. Molte aziende considerano già le carenze di competenze come una priorità assoluta e quasi i due terzi delle aziende intervistate ritengono che nei prossimi cinque anni sarà necessario riqualificare o sostituire almeno il 25% della propria forza lavoro.
  • In terzo luogo, i luoghi di lavoro e i processi di lavoro cambieranno man mano che più persone lavoreranno insieme alle macchine. Ciò sarà una sfida sia per i singoli lavoratori, che dovranno essere riqualificati, sia per le aziende, che devono diventare più adattabili. Tali cambiamenti potrebbero non essere facili da attuare e potrebbero creare attriti significativi nell’economia. Questo rischio di mancata corrispondenza è reale, in quanto l’automazione interesserà contemporaneamente molti settori e aree geografiche.

Lo studio cerca poi di capire in che modo la tecnologia può ridurre il rischio per la sicurezza del lavoro.

Prima di tutto, si legge, le piattaforme di collaborazione e le soluzioni di comunicazione svolgono un ruolo abilitante: possono essere utilizzate per crowdsourcing di idee, aiutare a condividere conoscenze in più posizioni e creare spazi efficaci per la collaborazione. L’innovazione può anche essere favorita dall’adozione da parte dei governi di piattaforme digitali, seguendo l’esempio di paesi come l’Estonia, che rendano più semplice la creazione e la registrazione di un’azienda. Inoltre la tecnologia è il fondamento per pratiche di smartworking che consentono alle aziende di ridistribuire le risorse umane, riducendo al minimo i tempi e i costi degli spostamenti, e ai lavoratori di adattare il lavoro alle proprie esigenze.

Anche nel processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro, le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale possono avere un impatto positivo ed essere utilizzate per migliorare le possibilità che le persone in cerca di lavoro trovino opportunità per abbinare le loro competenze e preferenze. Per i datori di lavoro, le tecnologie di abbinamento dei talenti possono migliorare la produttività dei lavoratori e fornire risparmi in termini di reclutamento, formazione, onboarding ecc.

Possibili scenari dell’impatto delle tecnologie sul benessere

Per arrivare a capire l’impatto delle tecnologie sulla qualità della nostra vita, individuale e nel contesto sociale, lo studio ipotizza quattro possibili scenari basati sulla diversa declinazione delle Tech for Good lungo due dimensioni chiave (figura 5):

  • la prima, asse x, riguarda l’obiettivo primario dell’adozione della tecnologia, dove alle due estremità ci sono la riduzione dei costi e l’innovazione. Ad un estremo, le aziende possono scegliere di utilizzare la tecnologia principalmente per la riduzione dei costi, l’efficienza della produzione, l’automazione e la sostituzione del lavoro. Tale attenzione è molto probabile se i governi limitano il sostegno o addirittura resistono all’adozione della tecnologia guidata dall’innovazione, anche attraverso una regolamentazione restrittiva e la mancanza di una legislazione di base.
    All’altro estremo, le aziende possono dare la priorità all’adozione della tecnologia guidata dall’innovazione, focalizzata sulla creazione di nuovi prodotti e mercati, investimenti in intelligenza artificiale complementare centrata sull’uomo e miglioramento delle competenze della forza lavoro. Questa posizione è molto probabile se i governi sostengono e incoraggiano la R&S, aumentando il ritorno sugli investimenti dall’innovazione.
    Queste scelte avranno un’influenza notevole sulla misura in cui lo spostamento di posti di lavoro è controbilanciato dalla creazione di nuovi posti di lavoro.
  • la seconda, asse y, riguarda la modalità di gestione della transizione nell’adozione di tecnologie da parte di governi e imprese, proattiva o reattiva. Questo asse, spiega lo studio, rappresenta il grado in cui l’adozione della tecnologia e le transizioni che provoca sono gestite in modo proattivo sia dal governo sia dalle imprese. Se c’è poca attenzione alla riqualificazione, alla mobilità del lavoro e alla corrispondenza dei talenti, o tali sforzi non sono ottimizzati dall’uso della tecnologia, aumentano i costi di transizione, le esternalità negative e i rischi di interruzione. Al contrario, un supporto attivo per gestire le transizioni del mercato del lavoro può facilitare il percorso sia per gli individui sia per le imprese. Ciò non solo ridurrà la quantità di perturbazioni e rischi avvertiti dai lavoratori, ma migliorerà anche il capitale umano e ridurrà le carenze di competenze, aumentando ulteriormente la produttività e la crescita. Queste scelte insieme determineranno probabilmente la misura in cui i lavoratori possono apprendere nuove competenze per il futuro e una forza lavoro flessibile può assorbire alcuni degli shock della dislocazione lavorativa.
Tecnologia e benessere figura 5
Figura 5 – Possibili scenari dell’impatto delle tecnologie sul benessere. Fonte: Tech fot Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

Le combinazioni possibili sono numerose, ma lo studio si è concentrato sui quattro scenari di figura 5 che combinano la polarizzazione delle due dimensioni.

In tutti è determinante la strategia adottata dai governi: lungo l’asse y, i governi svolgono un ruolo chiave nel sostenere la ricerca e lo sviluppo e lungo l’asse x, le loro pratiche di acquisizione possono stimolare l’adozione della tecnologia nei servizi pubblici. I governi possono inoltre garantire una base infrastrutturale importante che va dalla banda larga e ultralarga, all’introduzione di ID digitali, agli open data.

Il ruolo delle aziende è altrettanto decisivo: concentrare l’adozione della tecnologia sull’innovazione, la creazione di nuovi prodotti e mercati, si legge nello studio, aumenta la produttività totale dei fattori e, attraverso la dinamica di salari più alti e beni e servizi di qualità più elevata, stimola ulteriormente la domanda. In altre parole, mentre potrebbero esserci effetti indesiderati su come è divisa la “torta” economica, la dimensione della “torta” aumenta. In genere, sostiene MGI, questa domanda aggiuntiva supera di gran lunga il fabbisogno di manodopera ridotto per unità di produzione: man mano che si espandono e beneficiano dell’adozione della tecnologia, le aziende diffonderanno i guadagni attraverso le catene di approvvigionamento alle imprese più piccole e di medie dimensioni nella loro orbita.

Ma anche nella migliore delle ipotesi, con il massimo impego di governi e aziende, il tipo di lavoro richiesto cambierà significativamente. Per realizzare i risultati positivi del quadrante ” Tech for better life “, le aziende e i governi dovranno riqualificare gran parte della forza lavoro per equipaggiarla meglio per il mutevole mix di competenze e i processi aziendali.

Il quadrante in alto a destra, Tech for better life, è il miglior risultato, sia in termini di ipotetico guadagno del PIL sia di potenziale spinta al benessere. Questo scenario, spiega lo studio, unisce la cooperazione pubblica e privata per accelerare l’innovazione basata sulla tecnologia in tutti i settori, con un’attenzione particolare alla salute, così come l’IA e altre tecnologie che sono complementari al lavoro umano che cercano di “aumentare” anziché sostituire. Queste azioni creano contemporaneamente le condizioni per una riqualificazione mirata, un migliore abbinamento dei talenti e mercati del lavoro più flessibili, riducendo il rischio di disoccupazione, offrendo alle persone più possibilità di scelta sulla quantità e sulla qualità del tempo libero di cui possono godere e aumentando la longevità e la salute. In altre parole, utilizza in modo concertato il kit di strumenti di Tech for Good.

Una possibile quantificazione degli impatti

Pur riconoscendo che si tratta di una simulazione ambiziosa e che, comunque, le evidenze emerse dovrebbero essere considerate come indicazioni di possibili direzioni più che come previsioni, MGI evidenzia 5 trend chiave mettendo in relazione i 4 scenari con lo scenario del punto di partenza medio (al centro della figura 6):

  • nello scenario Tech for better life il potenziale impatto sulla crescita del benessere totale fino al 2030 è significativo, nell’ordine dall’1,5 al 2,0% all’anno e dal 45 al 95% in più rispetto allo scenario medio.
  • la crescita del benessere aggiuntivo, al di sopra del PIL, è materiale: la crescita del benessere non PIL in Tech for better life è di circa lo 0,3-0,5% all’anno, lo stesso ordine di grandezza del rialzo del PIL.
  • i miglioramenti in termini di salute e longevità sono i principali apportatori di un maggiore benessere.
  • le componenti negative sono di dimensioni simili in tutti gli scenari: in altre parole, anche se il mix di aspetti negativi cambia, non scompaiono in scenari a crescita inferiore.
  • i rischi al ribasso per la disuguaglianza sono presenti anche nello scenario Tech for better life, indicando che potrebbero essere necessari interventi non di mercato (in pratica sostegno ai salari da parte dei governi) se questi devono essere ridotti.

Lo studio entra poi nel dettaglio di ciascuno di questi punti portando specifici esempi dalle 600 casistiche analizzate.

Tecnologia e benessere figura 6
Figura 6 – Ipotesi di quantificazione degli impatti. Fonte: Tech for Good. Smmothing disruption, improving well-being del McKinsey Global Institute

Ostacoli e sfide

MGI evidenzia i grandi risultati ottenuti da singoli casi d’uso, ma sottolinea come anche quelli più promettenti facciano fatica a essere adottati su larga scala ed evidenzia tre principali ostacoli alla scalabilità:

  • la mancanza di infrastrutture sufficienti e la difficoltà di accesso all’economia digitale per tutti
  • l’alto livello di investimenti richiesti e l’elevata complessità dell’attuazione.
  • la tecnologia stessa comporta nuovi rischi, come la violazione dei dati e la frode informatica, che richiedono una mitigazione sotto forma di nuovi approcci, normative e norme culturali.

Vediamoli nel dettaglio.

Infrastruttura e accesso all’economia digitale

L’accesso alle reti digitali rimane irregolare in tutto il mondo e all’interno dei paesi. Più della metà della popolazione mondiale ha attualmente accesso a Internet, ma ciò lascia ancora circa 3,6 miliardi di persone senza connessione e anche laddove la connessione c’è, alcune persone non possono permettersi di sostenere i costi di accesso: negli Stati Uniti, per esempio, il prezzo mediano per la connettività nelle aree rurali è superiore rispetto alle aree urbane o suburbane, mentre gli utenti rurali hanno un reddito inferiore e la qualità del servizio è spesso inferiore.

Per l’intelligenza artificiale, anche la disponibilità di grandi quantità di dati è un prerequisito mentre per ora, molti dati non sono raccolti e strutturati in modo sistematico o sono di difficile accesso.

L’alfabetizzazione digitale è un altro aspetto delle sfide di accesso: anche coloro che hanno accesso a Internet non sono universalmente attrezzati per beneficiare delle informazioni e degli strumenti disponibili.

Costo e complessità

Il costo e la complessità dell’implementazione degli strumenti Tech for Good, si legge nello studio, sono i maggiori ostacoli potenziali che dovranno essere superati: trovare le competenze necessarie e gestire i dati necessari è tra i più impegnativi; anche le tecnologie digitali consolidate devono ancora diventare pienamente integrate in intere economie (in media, le industrie di tutto il mondo sono digitalizzate per meno del 40%).

McKinsey precisa che i programmi di trasformazione digitale richiedono una reimmaginazione e un riorientamento fondamentali della strategia aziendale e delle pratiche sul posto di lavoro; ciò richiede, a sua volta, dipendenti qualificati che possano aiutare nella transizione e una nuova mentalità tra i leader aziendali.

Anche se le aziende utilizzano queste tecnologie per sviluppare e supportare nuovi modelli di business e se l’adozione delle tecnologie avanza, la loro integrazione nei processi aziendali si è dimostrata complessa. MGI ha quantificato il ritmo dell’adozione e dell’assorbimento digitale nelle pratiche organizzative negli Stati Uniti, in Europa e in Cina e ha scoperto che tutte e tre le economie sono ancora lontane dalla frontiera digitale: in media, rappresentano solo circa il 20% del potenziale totale.

La creazione di una riqualificazione su larga scala per dotare i lavoratori delle competenze di cui avranno bisogno e renderli più mobili nel mercato del lavoro richiederà cambiamenti nel modo in cui le competenze vengono fornite, incluso il software per ridurre i costi e migliorare l’accesso alla riqualificazione.

L’intelligenza artificiale potrebbe diventare una fonte di vantaggio competitivo, tuttavia, la sua implementazione è tutt’altro che banale.

I costi dei dati e dell’archiviazione sono diminuiti drasticamente negli ultimi anni, ma alcune delle tecnologie identificate dallo studio richiedono hardware, software, o entrambi, ad alto costo.

In generale i costi di alcune delle tecnologie analizzate per ora sono fuori dalla portata di alcuni settori che potrebbero trarne vantaggio, come i lavoratori edili che potrebbero, per esempio, utilizzare la realtà virtuale per lavorare in modo più produttivo.

Rischi e limitazioni legati alla tecnologia

La dipendenza dalla tecnologia comporta vantaggi, ma comporta anche nuovi rischi. La natura radicale della transizione tecnologica in corso, spiega MGI, implica necessariamente che i rischi non sono solo un’estensione delle sfide precedenti, ma richiedono cambiamenti fondamentali agli aspetti fondamentali della nostra società, incluso il modo in cui pensiamo alla nostra identità, sicurezza e diritti.

L’intelligenza artificiale fornisce esempi ancora più potenti di potenziali rischi e richiede un alto livello di fiducia, aprendo domande su “spiegabilità”, responsabilità, etica e parzialità che sono ampiamente dibattute.

E a volte emerge una crescente delusione nei confronti di tecnologie inizialmente approcciate con grande entusiasmo: i social network, a lungo considerati un nuovo mezzo per gli utenti di connettersi, creare e condividere nuovi contenuti sono ora talvolta percepiti come una fonte di ansia sociale, abuso di dati e diffusione incontrollata di violenza e notizie false.

“Perché questi rischi siano mitigati, devono essere ben compresi e quindi gestiti in modo proattivo. Ciò richiederà sforzi congiunti di tutte le parti interessate, comprese le società tecnologiche, le grandi e le piccole imprese, i ricercatori, i responsabili politici e la società stessa, poiché può essere fatto solo con una combinazione di soluzioni tecnologiche, regolamentazione, osservazione attenta dei risultati e dibattiti inclusivi”, conclude lo studio.

Patrizia Fabbri

Vicedirettore di ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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