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Intelligenza artificiale, quali gli impatti sociali ed etici

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Prospettive

Intelligenza artificiale, quali gli impatti sociali ed etici

Gli economisti si interrogano da tempo su quali strumenti attivare per impedire che l’evoluzione della società verso un’economia a sempre minore intensità di lavoro non si traduca in un impoverimento della popolazione e come “redistribuire” la ricchezza prodotta dalle macchine. Alle tematiche sociali, si affiancano questioni etiche sullo sviluppo e l’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale e delle nuove tecnologie. Abbiamo cercato di riassumere alcuni dei principali interrogativi sul tavolo del dibattito

23 Giu 2016

di Patrizia Fabbri

Saremo in grado di governare, a livello economico e sociale, l’estrema complessità di questo difficile momento di transizione? Questa è la “madre di tutte le domande” che aleggiava negli interventi dei grandi della terra riuniti nell’ultimo World Economic Forum, il cui tema è stato “La Quarta Rivoluzione Industriale”. Una domanda che sottende, da un lato, la preoccupazione per gli impatti sociali ed economici che questa “rivoluzione” determinerà sulle nostre società, dall’altro l’ineludibilità di alcune questioni etiche connesse a un’evoluzione tecnologica che, sempre più rapidamente, sta riducendo le distanze tra fantascienza e realtà (vedi articolo “Riflessioni etiche su I.A. e robotica“).

Il futuro del lavoro: gli impatti della digital disruption

Il corposo studio The Future of Jobs, presentato all’evento di Davos e realizzato da analisti del World Economic Forum intervistando responsabili HR e Ceo di 371 grandi aziende multinazionali (che occupano nel complesso circa 13 milioni di persone) delle 15 economie più sviluppate del pianeta, analizza un insieme di fattori sia di carattere demografico e socio-economico sia di tipo tecnologico in base ai quali prevede che le 15 economie più evolute (Cina esclusa) e nelle quali i lavoratori occupati sono oggi circa 1,86 miliardi, nei prossimi 5 anni registreranno una perdita di posti di lavoro di 7,1 milioni mentre saranno 2 milioni quelli guadagnati, con un saldo negativo di 5 milioni. Un impatto, in termini relativi, non così significativo (stiamo parlando dello 0,3% in 5 anni), ma che sicuramente indica un trend, ossia che ci stiamo indirizzando verso uno sviluppo a bassa intensità di lavoro, al quale corrisponde, come è ormai noto, un graduale impoverimento della classe media. Anche un’analisi più puntuale del Report sui settori e i tipi di lavoro maggiormente in pericolo evidenzia come la classe media sia quella più colpita.

Uno studio realizzato da Citigroup, pubblicato dal New York Times qualche settimana fa, prevede che il 30% degli attuali impiegati nel settore bancario in America e in Europa perderà il proprio posto di lavoro a causa delle nuove tecnologie e del resto, ha ricordato Claudio Da Rold, VP, Distinguished Analyst Chief of Research IT Services and Sourcing di Gartner, nel recente summit che la società di ricerca ha tenuto a Milano “già oggi gli algoritmi compiono la metà delle transazioni finanziarie in autonomia, senza intervento umano. Abbiamo poi smart machine in grado di battere gli uomini su attività molto specifiche” e questo inevitabilmente cambierà la relazione tra l’uomo e le macchine perché, prosegue il VP Gartner, “queste ultime diventeranno progressivamente più indipendenti. Prevediamo che entro il 2018 più di 3 milioni di lavoratori nel mondo saranno supervisionati da ‘roboboss’. Semplificando, di cosa si occupa un manager? Pianificare, assegnare le attività, verificare. Se prendiamo ognuno di questi task singolarmente, vediamo che ci sono software in grado di svolgerli da soli e meglio dell’uomo”. Secondo Gartner, sempre nel giro di un paio di anni, il 50% delle aziende con le migliori performance di crescita avranno meno dipendenti che istanze di smart machine.

Ridistribuire la ricchezza creata dalle macchine

Prendiamo spunto da questi dati per rivolgere alcune domande a Pierfranco Camussone, docente di Economia e Management presso l’Università di Trento e Sda Professor di Sistemi Informativi, che è intervenuto come keynote speaker al prossimo incontro Finaki di giugno il cui tema è “L’Alba del Pianeta delle Macchine” (vedi intervista al Presidente del Comitato di Programma Finaki 2016, Gloria Gazzano). Sda Bocconi, sotto la guida di Camussone, sta realizzando insieme ad Aica uno studio sul futuro del lavoro in Italia che, dopo una prima fase teorica di assessment della letteratura esistente, sta ora conducendo una rilevazione empirica dividendo la base di analisi in quattro categorie: opinion maker; startup in campo tecnologico; studenti universitari all’ultimo anno di studi per capire quale tipo di lavoro si aspettano; responsabili HR per conoscere quali sono gli skill richiesti. I risultati di questo lavoro saranno disponibili in giugno.

“I dati del World Economic Forum, se la previsione si dimostrerà corretta, non sono particolarmente allarmanti. Stiamo parlando – precisa Camussone – di un’incidenza molto bassa, ma certamente ci stiamo muovendo verso una società a bassa intensità di lavoro e gli economisti si interrogano da tempo su quale può essere la risposta giusta per garantire il funzionamento del sistema. Del resto, già nel 1930 John Maynard Keynes, uno dei monumenti del pensiero economico mondiale, affermava che nel giro di un secolo, il lavoro sarebbe stato svolto dalle macchine e il problema sarebbe diventato come ridistribuire la ricchezza da queste prodotta”.

Riferendosi anche allo studio che sta conducendo in Italia, Camussone rileva la diversa posizione che, su questi temi, hanno tecnologi ed economisti. I primi, in modo abbastanza uniforme, attribuiscono impatti rilevanti sul lavoro per effetto delle nuove macchine “superintelligenti”, dei robot, dell’intelligenza artificiale, prospettando la messa in crisi di diverse professionalità e posti di lavoro, non solo per le attività ripetitive e automatiche (come è sostanzialmente successo finora), ma anche per quelle che richiedono maggiori capacità cognitive. Tra gli economisti le opinioni sono invece discordi: “C’è chi segue i modelli classici dell’economia – spiega il professore – e quindi ritiene che ogni innovazione porti disoccupazione strutturale nel breve periodo, ma poi a lungo termine questa venga recuperata; ce ne sono altri che ritengono che questa volta la situazione non si ripeterà e che questa rivoluzione è molto diversa dalle precedenti”. Il professore ritiene però eccessiva la visione dei tecnologici, in particolare per quanto riguarda l’impatto sui profili più alti, definendola come “sindrome da ‘mosca cocchiera’, concentrati nel loro mondo, i tecnologi rischiano di attribuire a questo un’importanza determinante [il riferimento è alla mosca della favola di La Fontaine che si ritiene, indebitamente, determinante nel riuscire a far salire una carrozza in cima a una ripida collina, mentre il risultato è dovuto a un insieme di fattori, ndr]”. Anche nel report del World Economic Forum si afferma che l’opinione sull’impatto immediato delle nuove evoluzioni dell’intelligenza artificiale e della robotica sull’occupazione è molto discordante; guardando ai soli dati si rilevano incidenze molto diverse a seconda dei settori analizzati; a livello complessivo l’incidenza risulta comunque bassa: il Report indica l’incidenza (perdita o acquisizione) nel periodo 2015-2020 sui posti di lavoro a causa dei 18 fattori analizzati (9 socio-economici e 9 tecnologici) e prevede che sul tasso annuo di crescita dell’occupazione, l’Intelligenza Artificiale sarà responsabile di una perdita solo del 1,56%, mentre la Robotica avrà addirittura un impatto positivo (+ 1,36%).

Una nuova politica del reddito

Ma anche se l’impatto sull’occupazione non sarà così devastante come molti temono, è evidente che la trasformazione in atto non può essere lasciata esclusivamente a carico delle imprese; come spesso abbiamo scritto, le imprese sono obbligate a rivedere i propri modelli di business rispondendo alla sfida della digitalizzazione e cogliendone le opportunità, ma è proprio questo tipo di evoluzione che, anche se potrà portare alla creazione di nuovi posti di lavoro in determinate aree, non potrà che acuire il più generale impatto negativo sull’occupazione. È evidente che il problema richiede un impegno a livello di sistema paese. Alla domanda su questa necessità, Camussone risponde ricordando una delle teorie che vede il consenso di molti economisti negli ultimi anni, quella del Basic Income: “Il presupposto è che la crescente povertà, che coinvolge le economie occidentali, può essere contrastata redistribuendo la ricchezza generata dalle macchine, come sosteneva lo stesso Keynes. Un reddito base incondizionato, garantito per tutti e sufficiente per condurre una vita dignitosa. Oppure, secondo altri autorevoli economisti, si dovrebbe instaurare un sistema di tassazione denominato Negative Income Tax: se non si arriva a un reddito minimo prefissato, il sistema di tassazione invece di essere gravoso diventa retributivo (lo stato integra il reddito carente recuperando i fondi necessari attraverso la tassazione dei redditi che superano tale importo)”.

Il tema è molto complesso e la letteratura è corposa: solo per citare un nome ben noto ai nostri lettori, è del 1995 il libro di Jeremy Rifkin The End of Work dove, prevedendo un devastante impatto dell’Information Technology sulla middle class americana, l’autore invocava un “social wage” (un reddito minimo garantito per consentire una vita dignitosa anche in mancanza di un lavoro).

I detrattori di questa teoria lamentano il fatto che, oltre ad essere insostenibile economicamente, un reddito universale per tutti incentiverebbe a non lavorare; per i suoi fautori, invece, questa scelta (che comunque significherebbe limitare i propri bisogni) sarebbe perseguita da un numero limitato di persone dato che la possibilità di percepire un reddito minimo non sarebbe un incentivo a rinunciare alla possibilità di lavorare a fronte di una retribuzione più alta. Inoltre, liberato dalla necessità di dover garantire la propria sopravvivenza, l’essere umano potrebbe sviluppare nuove idee, dedicarsi ad attività creative che indurrebbero un vero e proprio nuovo Rinascimento.

Anche se qui ci stiamo allontanando dal focus strettamente tecnologico, ci sembra importante sottolineare che non è un semplice dibattito teorico: da un sondaggio realizzato dallo svizzero Demoscope Institute emerge che “solo il 2% smetterebbe di lavorare se esistesse un reddito minimo” e non si tratta di un dato poco rilevante se si considera che il 5 giugno si svolgerà in Svizzera proprio un referendum sul reddito minimo, 2.250 euro mensili, garantito per tutti i cittadini. Il governo federale ha stimato il costo della proposta a circa 187 miliardi di euro annui: circa 137 miliardi di euro dovrebbero essere riscossi dalle tasse, mentre 49 miliardi di euro sarebbero stati trasferiti dalla previdenza sociale.

In Italia, il dibattito sul “reddito di cittadinanza” è nelle agende della politica da tempo, ma per il momento questa opportunità sembra abbastanza lontana, anche se nel marzo dello scorso anno aveva suscitato un certo scalpore l’intervista rilasciata dall’allora neopresidente dell’Inps Tito Boeri al Corriere della Sera: “Bisognerebbe spendere meglio le risorse pubbliche, prevedendo per esempio un reddito minimo per contrastare le situazioni di povertà, finanziato dalla fiscalità generale”.

Ma, conclude Camussone:“Si tratta di cambiamenti epocali, quasi una rivoluzione copernicana che ha bisogno ancora di parecchi anni per concretizzarsi”.

Patrizia Fabbri

Vicedirettore di ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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