Sharing economy in Italia, Rifkin dà una diversa definizione di economia

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Sharing economy in Italia, Rifkin dà una diversa definizione di economia

Il modello economico ereditato dalla seconda rivoluzione industriale, basato sulla centralizzazione delle telecomunicazioni, il motore a scoppio, i combustibili fossili e il nucleare, è al tramonto. Siamo in piena sharing economy abilitata da infrastrutture Internet per la comunicazione, i trasporti, l’energia, gli oggetti: l’analisi dell’economista Jeremy Rifkin in occasione del convegno di apertura dell’edizione 2016 del Forum PA.

13 Giu 2016

di Elisabetta Bevilacqua

ROMA – Il modello di economia basato sull’energia fossile e sul nucleare sta producendo ripetuti disastri ambientali e disuguaglianze crescenti. La crescita e l’occupazione sono bloccate, nei paesi industrializzati, come conseguenza di una produttività ferma dalla metà degli anni ’90 nei principali paesi. Questa la diagnosi di Jeremy Rifkin, economista americano, advisor dell’Unione Europea e di molti capi di stato e di governo, autore di libri di culto, l’ultimo dei quali è “The Zero Marginal Cost Society”.
In sintesi, per “salvare il mondo dal disastro”, Rifkin propone un modello di economia condivisa che potrà consentire di ridurre i costi e il consumo delle risorse, moltiplicando l’efficienza.
Per un approfondimento delle posizioni di Rifkin si può consultare il documento disponibile sul sito del Forum PA.

Jeremy Rifkin, Economista Statunitense

“Nella sharing economy il capitale sociale è importante quanto il capitale finanziario, l’accesso è importante quanto il possesso, la sostenibilità sostituisce il consumismo, la cooperazione è fondamentale quanto la competizione, il valore di scambio tipico del mercato capitalistico è integrato con il valore condiviso”, spiega Rifkin nel convegno di apertura del Forum PA 2016.
Continuerà lo scambio di beni e servizi per profitto, ma contemporaneamente, come già accade per milioni di persone, soprattutto per la generazione dei ‘millennial’, verranno condivisi, a costo marginale zero, informazioni, contenuti, musica, video, conoscenza ma anche trasporti, case, giocattoli…. “Si genera un valore che non viene calcolato nel Pil ma migliora la qualità della vita e contribuisce a democratizzare la conoscenza”, commenta Rifkin, che sfida anche la Pubblica Amministrazione italiana ad adottare un modello di economia condivisa per riformare la sua organizzazione, migliorare le relazioni con i cittadini, ottimizzare le risorse.
Per quanto riguarda le imprese, Internet ha prodotto trasformazioni drammatiche in alcuni settori come la musica e l’editoria; con l’affacciarsi di Internet al mondo fisico, dovranno trasformarsi, per non soccombere, anche altri settori a partire da quello energetico. “Gli operatori devono prepararsi a vendere meno elettricità alleandosi con tante piccole aziende – sottolinea Rifkin – E per gestire la collaborazione devono adottare algoritmi, applicazioni, big data, che consentono di migliorare l’efficienza e ridurre i costi marginali”.
Dobbiamo prepararci ad alcuni decenni in cui il capitalismo e la sharing economy conviveranno e le imprese tradizionali dovranno affrontare una transizione molto sfidante, dovendo operare contemporaneamente nel mercato della seconda e della terza rivoluzione industriale, con due modelli di business, un doppio portafoglio prodotti e servizi, due diverse tendenze, due visioni normative. “Ma le imprese che non seguiranno questo percorso sono destinate a scomparire”, decreta Rifkin.
Al Vecchio Continente, Rifkin assegna un ruolo fondamentale, a condizione di saper indirizzare correttamente gli investimenti per creare le infrastrutture per l’Internet della comunicazione, dell’energia, della logistica, e degli oggetti. “È il momento, per l’Europa di intraprendere un nuovo viaggio per diventare davvero digitale e smart, incoraggiando i singoli paesi a creare piani per le infrastrutture che convergano in un’unica area digitale che copre un mercato da mezzo miliardo di persone. I soldi ci sono: nel 2012, anno di grande crisi, si sono spesi, per infrastrutture, 740 miliardi di euro, pubblici e privati”, ricorda Rifkin.
L’Italia, se crea il suo piano economico per digitalizzare e integrare le infrastrutture per la terza rivoluzione industriale, può ottenere finanziamenti europei, utilizzare i fondi di coesione collaborando con altre regioni, integrandoli con finanziamenti privati: “Visto che l’Italia è leader nella business creativity, dall’elettronica alla moda, dal cibo al design e all’architettura, non c’è ragione per la quale non dovrebbe avere un ruolo importante nel rinascimento che la prossima rivoluzione industriale promette”, è la sollecitazione di Rifkin.

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Guarda anche il video dell'evento inaugurale del Forum PA 2016 – Incontro con jeremy Rifkin

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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