IBM Science for Social Good, ovvero la scienza al servizio del bene comune

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IBM Science for Social Good, ovvero la scienza al servizio del bene comune

Oltre al coronavirus, sono tante le questioni sullo scacchiere del mondo rispetto alle quali Big Blue ha avviato il programma IBM Science for Social Good con il quale offre il suo contributo alla risoluzione dei grandi problemi dell’umanità mettendo in campo l’intelligenza artificiale, il machine learning e il metodo della “scoperta accelerata”

18 Giu 2020

di Carmelo Greco

Mentre si sta svolgendo l’edizione italiana di IBM Think Digital, ci soffermiamo con un ultimo approfondimento sull’edizione internazionale che si è svolta, anch’essa rigorosamente online, lo scorso maggio. L’IBM Think Digital 2020 non è stata solo l’occasione per far conoscere tecnologie e nuove soluzioni del colosso di Armonk, ma ha permesso di approfondire anche come intelligenza artificiale, cloud computing e tecnologia di ultima generazione possano influire nel vincere le grandi sfide della contemporaneità e per lo sviluppo sociale. In cima alla lista, ovviamente, il posto era occupato dalla crisi pandemica da coronavirus, ma subito dietro l’elenco dei problemi che il mondo si trova ad affrontare era molto lungo. Per questo l’evento in streaming ha dato spazio ai contributi di ospiti esterni che si sono alternati a quelli dei ricercatori IBM che da anni si dedicano ad applicare le tecnologie su questioni di grave emergenza sociale.

I problemi globali hanno bisogno di soluzioni globali, la tecnologia a servizio dello sviluppo sociale

Amal Clooney è stata una delle personalità invitate a parlare in veste di co-fondatrice della Clooney Foundation for Justice, una realtà che promuove la consapevolezza e la responsabilità per contrastare le violazioni dei diritti umani che tuttora si compiono in varie parti del mondo. L’avvocatessa di origini libanesi ha proposto una serie di parallelismi tra la pandemia e i temi di cui si occupa la sua fondazione. “Mettere a tacere la verità è mortale” ha detto, spiegando che “sia nella soppressione delle prime avvisaglie sul coronavirus sia nella demonizzazione e persecuzione di giornalisti e media, la verità è sotto tiro”. Un’altra somiglianza tra l’attuale situazione e il fronte della difesa dei diritti umani si può cogliere nel fatto che “i problemi globali hanno bisogno di soluzioni globali”. E questo riguarda la cooperazione necessaria grazie alla quale “la condivisione dei dati e delle competenze è l’unica via percorribile per superare le sfide di un mondo connesso”, a prescindere che si tratti di curare le pandemie, gestire gli sconvolgimenti umanitari o sconfiggere il terrorismo. “Tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere”, ha aggiunto, facilitato specialmente dalle partnership pubblico-privato che “possono essere un modello per il cambiamento, poiché ognuno di noi deve impegnarsi ad aiutare a risolvere i nostri problemi universali”.

foto Amal Clooney
Amal Clooney, co-fondatrice della Clooney Foundation for Justice

L’arte necessaria a rendere umana la tecnologia

Un’altra ospite sul palco virtuale dell’IBM Think Digital è stata Caterina Fake. Nota per avere dato vita al sito di scambio di foto Flickr, oggi è un’imprenditrice che soprattutto tramite il fondo Yes VC investe in startup che abbiano come caratteristica distintiva quella di “umanizzare la tecnologia, che è un’arte e non una scienza”. Un approccio che la Fake porta avanti anche come conduttrice del podcast Should this exist? dal quale lancia messaggi continui affinché i prodotti e i servizi tecnologici siano “commercialmente praticabili, ma anche culturalmente inclusivi”. Caterina Fake si è focalizzata sull’importanza di riconoscere e integrare una varietà di prospettive umane quando si crea una nuova tecnologia, solo così potrà essere realmente al servizio di tutti e per un positivo sviluppo sociale. A tale scopo, fra i suoi suggerimenti principali ha caldeggiato la responsabilizzazione dei dipendenti a esprimersi così da “portare la loro etica al lavoro”. Attitudine che le imprese dovrebbero coltivare insieme all’incoraggiamento della “diversità cognitiva”, facendo in modo che, quando vengono prese decisioni creative, nella stessa stanza si trovino “le persone giuste”. Senza che questo si limiti alla fase di avvio di un progetto, ma anche se dovesse richiedere correzioni in quelle successive.

foto Caterina Fake
Caterina Fake

Covid, opportunità per pensare in modo differente

A offrire un quadro dell’impegno di IBM su alcuni degli scenari richiamati da Amal Clooney e Caterina Fake è intervenuta Aleksandra (Saška) Mojsilović, IBM Fellow e Co-Director del programma IBM Science for Social Good. Da 20 anni nel gruppo statunitense, la scienziata in un’intervista ha ricordato quando, arrivata nei laboratori del dipartimento di matematica di IBM, la sua competenza in computer vision fosse sembrata poco interesse per gli sviluppi della ricerca. A chi poteva importare che ai computer si “insegnasse a vedere”? Il tempo le ha dato ragione e oggi la computer vision è uno degli ambiti promettenti dell’intelligenza artificiale. Saška Mojsilović ha esordito affermando come il Covid-19 possa diventare “un’opportunità per pensare in maniera differente e usare i dati e l’intelligenza artificiale per fare qualcosa di veramente utile al mondo”. All’incirca 6 anni fa, in qualità di membro del Data Science team di IBM Research, si trovò alle prese con un’altra epidemia. “Era l’agosto del 2014 – ha raccontato – quando l’ebola emerse nella parte ovest dell’Africa e pensammo che quella fosse una grande occasione per mettere le nostre competenze al servizio della collettività. Così contattammo colleghi del mondo accademico e di altre organizzazioni e cominciammo a organizzare hackathon e altri momenti informali per raccogliere dati sugli ospedali e i centri di cura che servissero a creare modelli di previsione della malattia”.

foto Aleksandra (Saška) Mojsilović
Aleksandra (Saška) Mojsilović, IBM Fellow e Co-Director del programma IBM Science for Social Good

Il programma IBM Science for Social Good

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Le cose, però, non andarono come lei aveva immaginato. In quella circostanza, infatti, ci furono due ostacoli che oggi le appaiono in maniera chiara. “Gli hackathon servono a socializzare e incontrare nuova gente, ma non sono così determinanti nel creare una nuova soluzione. Occorreva una risposta più formale. Un’altra cosa, dolorosamente ovvia, è che noi non capivamo il problema a sufficienza”. Il secondo ostacolo si potrebbe definire strutturale: “Non sappiamo cosa significhi essere poveri, essere affamati, non avere accesso ad acqua pulita o medicine, essere discriminati. E allora è molto difficile trovare soluzioni per problemi che non si comprendono o dei quali non si ha esperienza”. Per ovviare a entrambi questi impedimenti è stato creato l’IBM Science for Social Good e sono nate diverse collaborazioni con agenzie del settore pubblico e con imprese sociali. Il primo progetto ha riguardato, neanche a farlo apposta, l’ennesima pandemia sconosciuta, quella del virus Zika. Questa volta, però, l’alleanza con i ricercatori del Cary Institute of Ecosystem Studies aveva messo sulla strada giusta il team IBM guidato dalla Mojsilović: “Abbiamo imparato che molte delle moderne malattie hanno origine animale. E anche se si conosce il meccanismo di diffusione, si ignora l’animale che fa da serbatoio dei virus e quello che fa da vettore. Così abbiamo usato il machine learning applicandolo ai dati sulle malattie da Zika causate dai primati e alle loro caratteristiche quali massa corporea, prole ecc.”.

Machine learning, risk map e un strano ROI

Grazie al machine learning sono state realizzate mappe del rischio che hanno permesso di identificare una coppia di potenziali vettori. Da allora a oggi questo tipo di mappe e di analisi previsionali hanno accompagnato vari progetti dell’IBM Science for Social Good: da quello della dipendenza da oppioidi, vera e propria emergenza negli Stati Uniti, allo studio sui farmaci generici che possono essere riproposti per trattare il cancro. Uno studio condotto in collaborazione con la startup non profit Cures within reach for cancer avvalendosi di un nuovo modello di Natural Language Processing (NLP) in grado leggere e analizzare una letteratura scientifica enorme in materia. Altre iniziative, come quella condivisa con il Global pulse delle Nazioni Unite, hanno provato a studiare l’influenza degli hate speech sugli eventi del mondo, o ancora si sono concentrate nel trovare la combinazione di interventi migliori, destinati ad avere maggiore successo nel contrasto alla povertà pensando la tecnologia come strumento per lo sviluppo sociale e a favore del bene comune.

“Non vorrei che sembrasse che stiamo risolvendo tutti questi problemi – ha tenuto a precisare in conclusione Saška Mojsilović -. Sono problemi grandi e necessitano di molti anni, talvolta di decenni per essere risolti”. A meno che non si utilizzi il metodo della “scoperta accelerata” basato su intelligenza artificiale e su una potenza di calcolo mai vista prima. “Qualcuno mi ha chiesto se questa è una nuova forma di filantropia. Io ho risposto di no. Il mondo deve affrontare problemi molto difficili e noi dobbiamo pensare fuori dagli schemi. Quando ciò avviene, si finisce per essere uno scienziato migliore, un ricercatore migliore, un ingegnere migliore. E si aiutano le aziende a fare prodotti migliori e le persone a diventare essere umani migliori. Questo è il nostro ROI”.

Carmelo Greco

Giornalista

Giornalista professionista, si occupa come freelance e formatore di temi connessi all'innovazione digitale e alle trasformazioni del mercato del lavoro. Collabora alla collana “La bellezza dell'impresa” edita da Rubbettino ed è autore di opere teatrali e di narrativa.

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