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Big data Big opportunity. Se c’è consapevolezza

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Big data Big opportunity. Se c’è consapevolezza

18 Lug 2013

di Elisabetta Bevilacqua

Quello dei big data è un fenomeno impetuoso destinato a impattare l’It nel suo complesso. Affinché non sia percepito come una minaccia in termini di sicurezza, difficoltà di gestione e costi è necessario che nelle aziende italiane aumenti la consapevolezza delle opportunità che i big data offrono per migliorare la velocità e la competitività del business.

In uno studio pubblicato all’inizio dell’anno, Idc stimava per il mercato dei big data una crescita a livello mondiale del 31,7% anno su anno, per raggiungere i 23,8 miliardi di dollari nel 2016. Con un ritmo di crescita circa 7 volte superiore a quello del mercato Ict nel suo complesso, il segmento big data conferma il trend già evidenziato in un analogo studio pubblicato un anno fa. Alla crescita del mercato contribuiranno, con diverso peso, più componenti, dai servizi (per i quali si prevede una crescita del 21,1%, anno su anno) allo storage (che crescerà del 53,4% ).
Queste previsioni derivano dal fatto che solo una piccola parte dell’universo digitale che può avere valore per il business è stato fino ad oggi esplorato: Idc stima che per il 2020 circa il 33% dell’universo digitale conterrà informazioni in grado, se analizzate, di portare valore.

Figura 1: Dati adeguati per sfruttare le tecnologie di analisi dei big data
Fonte: Idc, dicembre 2012

Parliamo di dati per la maggior parte non strutturati che derivano dai social media, da informazioni mediche che possono essere incrociate con dati sociologici, da dati connessi a comportamenti legati alla sicurezza, dal machine-to-machine e molte altre tipologie di dati. In questi ambiti, la tecnologia big data promette di estrarre valore dalle sorgenti non sfruttate di dati che provengono dall’universo digitale. In realtà, come già detto, non tutti i dati sono adatti per le tecnologie di analisi dei big data: Idc ha valutato che nel 2012 solo il 23% delle informazioni dell’universo digitale fosse idoneo all’analisi big data se correttamente “targhettizzato” e analizzato; di questo solo il 3% è “targhettizzato” e ancora più ridotta è la percentuale dei dati analizzata (figura 1).

Superare il big data gap
Questa differenza fra informazioni non sfruttate e informazioni pronte per gli esploratori digitali che possono estrarre il valore nascosto nei dati, rappresenta il gap che i big data possono contribuire a superare. La cattiva notizia è che per ottenere questo risultato sarà necessario un duro lavoro e significativi investimenti. La buona notizia è invece che l’espansione dell’universo digitale porterà con sé l’aumento dei dati utili al suo interno. Entro il 2020, secondo Idc, l’universo digitale crescerà di un fattore 300 (dagli attuali 130 exabyte a 40mila exabyte), raddoppiando ogni 2 anni, mentre l’investimento per gigabyte nello stesso periodo scenderà da 2 a 0,2 dollari, con una crescita molto più rapida in aree specifiche come la gestione dello storage, la sicurezza, i big data e il cloud computing.
L’aumento continuo dell’universo digitale spaventa molti. Tuttavia, gli astronauti dell’universo digitale – i Cio, scienziati dei dati, gli imprenditori dei dati digitali – già conoscono il valore che si può trovare in questo insieme in continua espansione e mostra sempre maggiore attenzione per le tecnologie big data, per gli algoritmi di tagging automatico, le analisi in tempo reale, il mining dei dati derivanti dai social media e per la miriade di nuove tecnologie di storage.

Big data, Big opportunity
 “Va superata l’idea che i big data abbiano a che vedere solo con in grandi volumi, con i social media, con la tecnologia o con gli analytics – ha dichiarato di recente Fabio Rizzotto, It Research & Consulting Director di Idc Italia – big data, secondo Idc, rappresenta una nuova generazione di tecnologia e di architettura che ci consente di estrarre valore da grandi volumi di dati diversi fra loro in termini di formato e fonte, con una velocità superiore rispetto al passato dal momento in cui vengono catturati, analizzati e messi a disposizione come informazioni utili al business”.

Figura 2: Ordine di importanza secondo le aziende italiane dei fattori ("3V") che caratterizzano il fenomento dei Big Data.
Fonte: Idc, dicembre 2012

L’aspetto della velocità è una delle parole chiave associate ai big data. In prospettiva, secondo una survey condotta da Idc in Italia nell’ambito delle funzioni It (figura 2), la principale priorità per il ricorso all’analisi dei big data sarà proprio la velocità, considerato il fattore di maggiore criticità, che risponde probabilmente all’esigenza di evoluzione da una visione It da batch a real time. Minore l’interesse per la gestione di grandi volumi e ancor meno per l’eterogeneità.
“Un numero sempre maggiore di organizzazioni sente di avere esigenze che si avvicinano al concetto big data”, precisa Rizzotto. Questa nuova consapevolezza deriva dalla crescita vertiginosa dei volumi di dati, non strutturati, né strutturabili, dall’evoluzione del concetto di real-time che si impone più che in passato, dalla necessità di trasformare le informazioni in valore, la cui percezione differisce per la singola impresa in relazione all’investimento in tecnologie, ai ritorni di business, agli aspetti organizzativi.
La velocità è dunque solo uno degli elementi di decisione: “Sulla bilancia decisionale vanno pesati gli investimenti in tecnologie e il valore di business – dice Rizzotto, che aggiunge – Il tema big data introduce un’iniziativa progettuale diversa rispetto al passato: difficilmente le soluzioni storiche saranno in grado di intercettare le esigenze sopra esposte”.
“Va però evitato il rischio che i big data si traducano in big silos, ossia che la nuova tecnologia perpetui la situazione attuale in cui le informazioni oggi contenute nei data base e nei silos in forma separata, senza parlarsi, restino tali”.
Ciò significa pensare a progetti che tengano conto dei principali momenti nella gestione dei dati: generazione e raccolta dalle più svariate fonti; gestione e governance; individuazione dei data owner per rendere il dato sostenibile nei suoi cambiamenti nel tempo. È poi fondamentale la considerazione del ruolo del fattore umano che interviene per tradurre le analisi in decisioni, scelte, o anche semplice comprensione della situazione; il tutto nel contesto generale del data management.
Da questa impostazione si capisce che l’impatto dei big data è così vasto che trascina con sé l’intera catena It.
Dalla survey precedentemente citata emerge anche il grido di allarme da parte delle funzioni It sulla carenza di competenza interne per la nuova visione connessa a big data ed emerge la necessità del Data scientist, nuova figura che ancora non esiste.
La carenza di risorse umane qualificate nella gestione di analytics e big data potrebbe spingere un numero crescente di aziende verso soluzioni cloud e a esternalizzare non solo le tecnologie, ma anche i servizi.
Il mercato che Idc ha stimato per le tecnologie connesse ai big data è di circa 8 miliardi di dollari nel 2012. Tenendo conto che per Idc le trasformazioni vanno a toccare varie componenti: l’hardware, il software, i server, le reti, le infrastrutture cloud, la crescita stimata è del 32% nel periodo 2012-2016.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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