L’86% delle aziende italiane sta aumentando il proprio organico tecnologico, sostenuto dalle opportunità di ampliare i servizi e generare nuovi ricavi attraverso l’intelligenza artificiale. La domanda di professionisti cresce insieme alla competizione per attrarli: il 49% delle imprese non tecnologiche ha assunto personale proveniente da società tech, mentre cambiano le competenze richieste e le modalità per acquisirle.
È il quadro delineato da “Tech Talent in Transition: creare una workforce AI-ready”, la ricerca di Randstad basata sulle interviste a 1.100 responsabili delle decisioni tecnologiche in 11 Paesi, tra cui l’Italia, e sull’analisi di oltre 20 milioni di annunci di lavoro e circa 100 milioni di profili professionali del settore.
Per rispondere alla carenza di figure specializzate, le organizzazioni italiane combinano nuove assunzioni, riqualificazione del personale e collaborazioni esterne. Nell’ultimo anno, il 58% ha cercato di colmare le lacune nelle competenze AI critiche attraverso formule flessibili, affiancate dal ricorso alla consulenza tecnologica per i progetti più complessi.
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Le competenze più difficili da trovare
L’automazione della scrittura di codice e delle attività ripetitive modifica le capacità ricercate nei professionisti tecnologici. In Italia, architettura dei sistemi e orchestrazione dell’AI sono le competenze più difficili da reperire, indicate come le più critiche dal 38% delle imprese.
Seguono le capacità trasversali, come pensiero critico, intelligenza emotiva e risoluzione di problemi complessi, segnalate dal 25% del campione. La leadership interfunzionale e la gestione di progetti articolati rappresentano la difficoltà principale per il 16%, mentre il 14% indica audit, etica dei dati e prevenzione dei bias algoritmici.
Il peso delle competenze relazionali emerge anche dal confronto con quelle di programmazione: il 58% delle aziende italiane ritiene più difficile trovare professionisti con solide capacità di comunicazione e gestione degli stakeholder rispetto a figure dotate di sole competenze di coding.
«In questa fase di sviluppo, l’intelligenza artificiale sta aprendo grandi opportunità nel settore tech, ridefinendo le competenze richieste e scatenando una forte competizione sui talenti – afferma Maria Pia Sgualdino, Senior Director di Randstad Digital Italia -. Servono professionalità sempre più specializzate, capaci di unire solide skill tecniche a competenze umanistiche, indispensabili per trasformare il potenziale tecnologico in risultati concreti».
«Sono profili difficili da trovare e per i quali non esiste un’unica strategia di talent acquisition e di retention: le aziende devono attrarre i migliori professionisti sul mercato anche attraverso formule di inserimento flessibili e contemporaneamente valorizzare le risorse interne con una mappatura continua delle competenze – prosegue – Questo significa superare i canali di recruiting tradizionali e investire sulla formazione continua, così da disporre delle giuste capacità esattamente quando servono per sostenere la trasformazione digitale e culturale dell’organizzazione».

I ritorni economici sostengono la domanda di personale
A sostenere la ricerca di competenze tecnologiche sono i benefici economici dichiarati dalle imprese. Il 48% delle organizzazioni italiane afferma che l’intelligenza artificiale genera un ritorno sull’investimento significativamente superiore ai costi di implementazione. Un ulteriore 45% riconosce il valore prodotto dalla tecnologia, pur in presenza di costi operativi rilevanti. Il 7% deve ancora ottenere i risultati o i miglioramenti di efficienza attesi.
Gli ambiti dai quali le aziende dichiarano di ricavare maggiore valore comprendono la manutenzione predittiva e la gestione delle catene di fornitura e delle scorte, indicate dal 61%. Seguono la pulizia, la strutturazione e la gestione dei dati, al 48%, l’automazione della generazione di codice e dei test software, al 40%, e il potenziamento della cybersecurity e del rilevamento delle minacce, al 22%.
La competizione si estende ai settori tradizionali
La crescente domanda di competenze AI incontra una carenza strutturale di specialisti e alimenta la concorrenza fra società tecnologiche e imprese di altri comparti. La mobilità del personale tech, in Italia e all’estero, ha in alcuni casi agevolato l’ingresso di questi professionisti nei settori tradizionali.
Accanto al 49% di imprese italiane che ha assunto personale proveniente da aziende tecnologiche, il 38% segnala nelle elevate aspettative retributive un ostacolo al recruiting. Le difficoltà legate alla diversa cultura aziendale o alle aspettative sulle modalità di lavoro sono indicate dall’8% del campione. Il 4% teme invece che i professionisti assunti possano tornare nelle grandi società tecnologiche quando le condizioni di mercato saranno migliorate.
La competizione emerge anche dalle stime retributive analizzate da Randstad. In Italia, gli sviluppatori software del settore bancario, finanziario e assicurativo percepiscono una retribuzione mediana superiore del 43% rispetto ai colleghi delle imprese IT e software. Il differenziale raggiunge il 46% nel manifatturiero e il 60% nel farmaceutico e nelle scienze della vita.
Contratti flessibili e consulenza per colmare le carenze
Per acquisire le competenze AI mancanti, il 58% delle imprese italiane mette al primo posto professionisti temporanei, freelance e contractor. Seguono le assunzioni a tempo indeterminato, indicate dal 34%, la riqualificazione delle risorse interne, al 6%, e l’automazione delle attività attraverso l’intelligenza artificiale, al 2%.
Le organizzazioni ricorrono inoltre alla consulenza tecnologica per integrare rapidamente competenze ad alta specializzazione, in particolare nei progetti più complessi.
Quanto alla provenienza dei collaboratori flessibili, il 27% delle aziende privilegia professionisti di mercati internazionali distanti, il 16% risorse presenti sul territorio nazionale e il 15% profili nearshore, provenienti da mercati geograficamente vicini. Cambiano anche i canali di ricerca: il 55% utilizza marketplace digitali per il recruiting tecnologico.
Certificazioni specialistiche e percorsi di accesso
La ricerca rileva nel mercato italiano una particolare attenzione alle certificazioni specialistiche. Per l’assunzione di profili tech, il 50% delle imprese privilegia micro-certificazioni e attestazioni rilasciate dai fornitori tecnologici, rispetto al 41% registrato a livello globale.
La laurea in informatica è considerata un requisito imprescindibile dal 35% delle organizzazioni italiane, contro il 42% internazionale. Un ulteriore 15% attribuisce maggiore importanza all’esperienza pratica dimostrabile rispetto sia ai titoli accademici sia alle certificazioni.
Secondo Randstad, questi dati evidenziano un orientamento verso competenze specialistiche verificabili e immediatamente applicabili, con opportunità di accesso alle professioni tecnologiche anche per chi ha seguito percorsi formativi alternativi all’università.
Sicurezza e governance richiedono figure dedicate
La necessità di governare i sistemi di intelligenza artificiale sostiene anche gli investimenti nella gestione dei rischi. In Italia, il 50% delle organizzazioni utilizza software per monitorare la sicurezza dell’AI, il 47% aggiorna le competenze dei propri team tecnologici in materia di compliance e sicurezza e il 45% si affida a consulenti e fornitori esterni specializzati.
Sul fronte del personale, il 41% assume professionisti dedicati all’audit, all’etica e alla conformità normativa dell’intelligenza artificiale. Il 29% ha inoltre istituito comitati o gruppi di lavoro interfunzionali per la governance di queste tecnologie.


































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