Application Development Strategy: un quadro con luci e ombre

Chi si occupa di sviluppo applicativo in Italia è cosciente della necessità di rispondere meglio al cambiamento indotto dai paradigmi della mobility e del cloud, ambienti con cui gli sviluppatori sono ormai obbligati a confrontarsi; ma il quadro manca ancora di strumenti, processi consolidati nonché di una maturità culturale e operativa. In alcune realtà, però, ci si sta già muovendo per affrontare le nuove sfide. Ecco quanto emerso dal dibattito tra alcuni importanti utenti, tenutosi nel corso della recente Micro Focus Conference 2014.

Pubblicato il 13 Mag 2014

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Application Development Strategy: un quadro con luci e ombre

Nell’ambito dell’application development, un’azienda su due ha un problema di riduzione dei costi. È questa la principale priorità per chi si occupa oggi di sviluppo applicativo, cui però seguono alcune tematiche ‘sintomatiche’ del nuovo processo di trasformazione delle aziende verso un business ‘digitale’: l’esigenza di sviluppare applicazioni per ambienti mobile e cloud; l’obiettivo di fornire una migliore risposta, in termini di Sla e qualità della soluzione applicativa, agli utenti interni o al mercato. Si tratta di considerazioni che trovano conferma nei risultati di una recente indagine, condotta da The Innovation Group su 178 aziende italiane per conto di Micro Focus, presentati dal Regional Marketing Manager, Giuseppe Gigante, durante la conferenza annuale dell’azienda in Italia.

L’importanza delle attività nell’ambito dello sviluppo applicativo
Fonte: The Innovation Group<br</br

Il quadro che ne emerge presenta luci e ombre, in particolare in riferimento agli elementi considerati ‘critici’ nei processi di application development (vedi figura). Gli aspetti sentiti come più importanti sono l’allineamento ai bisogni del business e la collaborazione nel team; stupisce però che temi come l’automazione e la visibilità sui processi di sviluppo del software siano percepiti come mediamente o poco importanti, quando “potrebbero invece essere la risposta primaria proprio alle esigenze di contenimento dei costi e migliore qualità del servizio reso al business”, commenta Gigante che sottolinea: “La visibilità sui processi, poi, è un pre-requisito fondamentale per realizzare una migliore collaborazione nel team e tenere traccia di tutte le fasi del processo verificando costantemente l’allineamento con i requisiti iniziali. Questo scenario mostra ancora una scarsa maturità culturale rispetto a queste tematiche”.

Tuttavia, il quadro emerso dal dibattito che ha visto confrontarsi sul palco, in una tavola rotonda, i protagonisti di alcune realtà italiane rappresentanti differenti settori industriali (Banking, Manufacturing, Software House, Media), è un po’ più roseo, a testimonianza del fatto che i Dipartimenti It si stanno muovendo, seppur a diverse velocità, per riuscire a dare risposte al business attraverso un servizio applicativo più efficace.

Visione sul ‘servizio’

Da sinistra a destra: Nicoletta Boldrini, Giornalista ZeroUno,
Milo Gusmeroli, Vice President Banca Popolare di Sondrio,
Giuseppe Marangi, Amministratore Unico Genesys Software,
Elena Vaciago, Senior Researcher The Innovation Group,
Paolo Triossi, Intellectual Property IMA Pharma,
Luciano Guglielmi, CIO Mondadori Group,
Marco Ternelli, CIO Credito Emiliano

Il compito primario dell’It è “dare servizi”, commenta Milo Gusmeroli, Vicedirettore Generale della Banca Popolare di Sondrio, responsabile della struttura organizzativa, It e sicurezza: “L’obiettivo cardine è quindi costruire un ‘catalogo di servizi’ perché, nelle realtà complesse come la nostra, avere un inventario completo e chiaro delle applicazioni disponibili e utilizzate in azienda, nonché dell’ecosistema all’interno del quale sono inserite e delle interrelazioni presenti tra le varie soluzioni e le architetture e infrastrutture sottostanti, diventa fondamentale per poi poterle gestire e per monitorare e misurare, soprattutto, il servizio ad esse associato”.

Affidabilità e qualità del servizio sono le due parole d’ordine anche per Giuseppe Marangi, Amministratore Unico di Genesys Software: “Si tratta di caratteristiche del software che non possono più riferirsi al mero livello tecnico; le aspettative degli utenti sono elevate e i requisiti da soddisfare sono di natura business. La qualità di una soluzione si misura sulla sua capacità di produrre valore per l’utente di business, non solo sulle sue caratteristiche tecnologiche. Considerazioni oggi ancor più importanti perché nell’era della mobility e del cloud la misurazione del servizio applicativo diventa critica rispetto al core business aziendale, non all’It”.

La visione di un It e delle applicazioni come ‘servizio’ al business implica una maggiore focalizzazione sui requisiti anche in realtà manifatturiere come Ima Pharma, azienda che produce macchinari specializzati per il settore chimico-farmaceutico: “Negli ultimi cinque anni, la componente software (per il controllo delle macchine e le interfacce utente) dei macchinari è divenuta la parte ‘più critica’, al punto che non possiamo nemmeno considerare lo sviluppo applicativo come area separata: è essa stessa parte del core business”, testimonia Paolo Triossi, Senior Software Engineering su sistemi di controllo real-time della società. “Diventa quindi indispensabile la collaborazione tra team, tra chi produce le macchine e chi sviluppa il software. Dalla definizione dei requisiti al rilascio, compresi i processi di testing, i team cooperano a vari livelli, secondo un modello organizzativo sistemico supportato anche da automatismi tecnologici necessari ad accelerare il time-to-market”.

Competenze e modello organizzativo

Quello del modello organizzativo è un aspetto fondamentale dell’application development strategy, soprattutto all’interno di realtà il cui ‘fermento di business’ implica revisioni procedurali e strutturali. Ne è un esempio Credem, oggetto di diverse riorganizzazioni negli ultimi cinque anni, come spiega il responsabile sviluppo applicativo Area Architetture, Governo e Infrastrutture, Marco Ternelli: “Le politiche di business hanno comportato una rivisitazione della struttura interna It che, attraverso una roadmap triennale, è guidata oggi da un piano di sviluppo ben preciso. Non è il business plan aziendale, ma un piano It il quale riflette le strategie dell’azienda; sulla base dei programmi e degli obiettivi aziendali è stata modellata l’organizzazione It interna con una revisione anche sul fronte delle competenze, introducendo figure di ownership a livello applicativo, responsabili/account verticali e un presidio superiore sulle architetture (ossia sul livello di ‘enablement’ del servizio applicativo)”.

Ing. Pierdomenico Iannarelli, Italy&GME Regional Manager, Micro Focus

Parla di ‘modello organizzativo variabile’ con una struttura agile e collaborativa, Luciano Guglielmi, Cio di Gruppo Mondadori: “Oggi il business si ‘lascia guidare’ un po’ meno dall’It rispetto al passato perché la tecnologia ha ormai permeato tutti i processi e le funzioni aziendali”, invita a riflettere Guglielmi. “Il business chiede risultati tangibili nel brevissimo, ma dal punto di vista dello sviluppo applicativo questo potrebbe comportare poca visione e strategia di medio-lungo periodo con scrittura di codice ‘instabile’ e non adatto a supportare i cambiamenti successivi. Serve quindi una struttura agile nello sviluppo, ma al tempo stesso ‘competente’ rispetto al business e alle dinamiche di mercato. Inoltre, è fondamentale che l’It abbia il controllo del processo di sviluppo, sia esso interno o esterno, dal quale deriva la governance dell’intero progetto”.

Alm: ‘guardato a vista’

Nelle situazioni descritte dai partecipanti alla Tavola Rotonda emerge quindi una certa maturità culturale rispetto all’application development strategy. Il quadro si fa invece un po’ più ‘grigio’ sulle tematiche dell’Alm, Application Lifecyle Management. Il perché è descritto da Elena Vaciago, Research Manager di The Innovation Group: “La complessità legata alla manutenzione dell’esistente, alla gestione di nuovi rilasci sempre più veloci, oltre che la necessità di incrementare la collaborazione all’interno di team di sviluppo distribuiti o verso il business, sta contribuendo alla diffusione di approcci metodologici più ampi e integrati, basati sull’intero ciclo di vita del software. Tuttavia, trattandosi più di un framework metodologico e strategico che di un mero approccio tecnologico, in Italia c’è la tendenza ad adottare l’Alm ‘a metà’, ossia personalizzandone i principi ‘adattandoli’ alla propria organizzazione e al proprio contesto aziendale”.

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