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Quali server sono necessari per il cloud ibrido?

Come confermano gli ultimi dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, le aziende italiane stanno accelerando il loro percorso verso il cloud ibrido. Ma per seguire questo percorso è necessario disporre on premise di server che possano sostenere l’approccio ibrido. Ne abbiamo parlato con Federico Menichetti, Manager of Server Sales di IBM Italia, in occasione del lancio del primo server basato sul nuovo processore Power10

27 Ott 2021

di Patrizia Fabbri

L’indicazione che proviene dagli ultimi dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano è forte e chiara: la camminata delle aziende italiane verso approcci di cloud ibrido si è trasformata in una corsa, con una crescita del 29%, nel 2020, e del 19%, stimata nel 2021, nella spesa per Public & Hybrid Cloud. Il cloud è sempre più centrale nelle strategie delle imprese dove la diversa modalità di erogazione dei servizi è finalizzata a garantire maggiori flessibilità, agilità e velocità: “Ma per raggiungere questi obiettivi non è sufficiente portare workload sul cloud, è necessario trasformare anche tutto il mondo applicativo”, ricorda Federico Menichetti, Manager of Server Sales di IBM Italia, intervistato da ZeroUno sui sistemi abilitanti questa trasformazione, che prosegue: “Ci sono applicazioni che iniziamo a sviluppare oggi, realizzate seguendo le nuove architetture basate su microservizi e container, ma c’è anche tutto il mondo legacy, che rappresenta spesso il core business dell’azienda. Queste applicazioni sono oggi ospitate prevalentemente in ambienti on premise e devono potersi appoggiare su sistemi che ne abilitino la modernizzazione e che siano in grado di gestire carichi di lavoro più data oriented nonché layers infrastrutturali abilitanti, come Red Hat Openshift, che oggi guidano la trasformazione”.

Proprio per rispondere alle esigenze delle aziende di disporre di infrastrutture on premise adeguate a sostenere questo approccio, IBM ha recentemente annunciato il processore Power10 e il server Power E1080, il sistema di fascia alta della linea di server basata sul nuovo processore che l’azienda definisce appunto “progettato per il cloud ibrido”. Vediamo con Menichetti quali sono le caratteristiche che sostengono questa affermazione.

Federico Menichetti, Manager of Server Sales di IBM Italia
Federico Menichetti, Manager of Server Sales di IBM Italia

Un server progettato per il cloud ibrido

Sono tre gli elementi che, secondo il manager IBM, sostanziano questa affermazione.

“Il primo riguarda un percorso che avevamo già intrapreso con il Power9 e che parte dal presupposto che Red Hat Openshift rappresenta oggi per noi la piattaforma di riferimento di ogni progetto di trasformazione: bene, le nostre roadmap procedono di pari passo e c’è oggi il pieno supporto della tecnologia Red Hat su piattaforma Power.

Il secondo elemento si focalizza sulla capacità di gestione e spostamento degli workloads tra on premise e cloud: “I sistemi Power non sono solo piattaforme fisiche per l’on premise, ma sono anche server per il cloud con macchine virtuali Power in cloud. Grazie alla funzionalità Hybrid Capacity Credit i clienti potranno acquisire dei crediti, che sostanzialmente significa acquisire risorse e capacità elaborative e questi potranno essere spesi sia sulle macchine fisiche nei data center dei nostri clienti sia sulle macchine virtuali Power su IBM Cloud”, spiega Menichetti.

Il terzo nell’ordine, ma forse primo per importanza, è la centralità che l’elaborazione dei dati ha assunto nella progettazione stessa di questi nuovi sistemi: “Questa centralità si concretizza in un’interpretazione dei dati che assegna all’intelligenza artificiale un ruolo chiave. Quando annunciammo il Power 9 avevamo sposato l’approccio di molti clienti che si interrogavano su come avvantaggiarsi delle tecnologie di Deep Learning e Machine Learning per costruire modelli utili al proprio business. Al tempo la focalizzazione era tutta sull’attività di training di modelli di AI. Per questo una linea specifica dei nostri Power9 era equipaggiata con degli acceleratori, le schede GPU di Nvidia, che consentivano di effettuare calcoli a velocità più performante, assimilabile a quella dei supercomputer dato che per fare training di modelli di intelligenza artificiale sono necessarie macchine a forte intensità computazionale”, spiega Menichetti che ricorda come oggi l’utilizzo dell’intelligenza artificiale debba entrare sempre più nei processi di business quotidiani delle aziende: “Per questo abbiamo progettato il Power10 prevedendo nel processore stesso un acceleratore di intelligenza artificiale che permetterà di facilitare quella che è invece tutta la fase di inference dei modelli di AI con il grande valore aggiunto di poter far girare i modelli vicino a dove i dati stessi vengono prodotti, vale a dire sui sistemi di core business aziendale già ospitati dai server Power”.

Crittografia a prova di quantum computing: la nuova frontiera della cyber resiliency

I concetti chiave di security by design e security by default non possono oggi misurarsi solo in termini di affidabilità dei sistemi; si tratta di un parametro base fondamentale, ma rappresenta un “di cui” del più ampio concetto di cyber resiliency. E se parliamo di cyber resiliency non ci si può limitare a rendere sicura una macchina oggi, ma bisogna predisporla per renderla sicura anche dalle minacce di domani. È questo l’assunto che ha portato la ricerca IBM a sviluppare una macchina “quantum safe ready”. Cosa significa?

Per crittografia quantum safe o crittografia post quantistica si intendono protocolli di sicurezza che possono essere eseguiti su un computer classico, ma che garantiscono la sicurezza anche se il nostro avversario ha un computer quantistico. La validità di un protocollo di crittografia si basa sulla dimostrazione matematica che un avversario, per ‘rompere’ il protocollo e quindi accedere ai dati che questo protegge, deve essere in grado di risolvere un problema matematico estremamente difficile. Se è impossibile risolvere il problema matematico è anche impossibile rompere il protocollo e, quindi, i dati sono al sicuro; assunzione valida finché i computer impiegano anni per fattorizzare i numeri della chiave crittografica, ma perde significato nel momento in cui un computer quantistico risolve questi problemi in poche ore o pochi minuti.

“Oggi – spiega quindi Menichetti – si parla molto di attacchi informatici compresi quelli di frontiera, se parliamo di cyber resiliency bisogna essere pronti oggi per queste sfide future. Il Power 10 è progettato per supportare in modo efficiente le future tecniche di crittografia quantum-safe e quelle di crittografia omomorfica, una tecnica di crittografia molto interessante che consente di lavorare sui dati senza doverli decriptare”.

Sostenibilità: più potenza minore consumo energetico

Un altro fattore al quale aziende e consumatori guardano con sempre maggiore attenzione è quello della sostenibilità ambientale dei sistemi. Menichetti ci spiega quindi quali sono le caratteristiche del Power10 da questo punto di vista: “Il processore Power10 può ridurre decisamente i consumi energetici grazie alla progettazione del nuovo processore, un dato molto semplice: il server Power E1080 può permettere un risparmio di circa un terzo dell’energia necessaria per gestire gli stessi workloads rispetto ai server Power della precedente generazione. A questo va aggiunto che, con core più performanti del 30% sono anche necessarie meno risorse per gestire gli stessi workloads, con risparmi anche in termini di spazio occupato dai sistemi nelle installazioni più grandi””

Concludiamo l’incontro con Menichetti soffermandoci sul ruolo che può avere l’ecosistema dei partner per potenziare le caratteristiche del nuovo sistema: “Per supportare le aziende nella trasformazione e utilizzare al meglio i sistemi Power vogliamo continuare ad alimentare un ecosistema di partners più articolato e vario.. Da alcuni anni stiamo lavorando per affiancare ai nostri rivenditori tradizionali anche chi voglia sviluppare e sperimentare con noi, presso i nostri clienti, progetti che supportino quei nuovi workloads di cui abbiamo parlato, con l’obiettivo di portare sempre più valore ed accompagnare i clienti stessi nel loro percorso di trasformazione”, precisa Menichetti.

Patrizia Fabbri

Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

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