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Ripensare l’infrastruttura It in modo business oriented

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Ripensare l’infrastruttura It in modo business oriented

26 Ago 2015

di Patrizia Fabbri

Quali sono gli snodi infrastrutturali sui quali i responsabili dei sistemi informativi si devono focalizzare per ripensare un IT che sia in grado di rispondere al momento di grande trasformazione che le imprese, e la società in generale, stanno vivendo? L’approccio Software Defined, unito all’implementazione di sistemi ibridi (on premise e in cloud), può rappresentare la risposta possibile. Ma come affrontarlo? Se ne è discusso in un recente Breakfast con l’Analista, organizzato da ZeroUno in collaborazione con Fujitsu e Intel

Come disegnare correttamente una strategia di evoluzione dello storage in rapporto alle specificità organizzative e del business dell’azienda? Quanto le tecnologie “software defined” possono realmente essere “disruptive”, consentendo quella capacità di risposta alle variabili di business che fino ad oggi è sempre stato difficile garantire? Sono alcune delle domande alle quali si è cercato di rispondere nel recente Breakfast con l’Analista, organizzato da ZeroUno, in collaborazione con Fujitsu e Intel.

“Si tratta di domande – ha introdotto Stefano Uberti Foppa, Direttore di ZeroUno, che si inseriscono in un contesto di profonda trasformazione: cambiamenti nella struttura classica di alcuni mercati che non permettono più ai tradizionali incumbent di vivere di rendita; passaggio da una logica di possesso del prodotto a quella di fruizione di un servizio; necessità di portare avanti una innovazione continua che si allinei alle nuove esigenze competitive dell’impresa. Si tratta di trend che hanno un forte impatto sui sistemi informativi aziendali”.

Stefano Uberti Foppa, Direttore di ZeroUno

Ecco quindi che è indispensabile non fossilizzarsi su scelte infrastrutturali stabili negli anni: “Bisogna saper operare nella discontinuità – prosegue il direttore di ZeroUno – definendo alcuni pillar infrastrutturali che consentano di cambiare con rapidità, abbandonando la logica a silos. Perché oggi il mondo è caratterizzato da cambiamenti profondi: dal social business, dove il prodotto o il servizio deve essere sviluppato sulla base di una relazione continua con il cliente; è un mondo popolato da oggetti connessi a Internet, l’IoT, da cui deriva la necessità di analizzare e interpretare un’enorme mole di dati. Stiamo entrando – ricorda Uberti Foppa – nell’App Economy, dove il software, da supporto al business, diventa ‘il’ business”. E se il software è alla base dei nuovi modelli di business ne consegue che lo sviluppo applicativo è l’elemento differenziante delle imprese: “Si sta ormai consolidando la consapevolezza – prosegue Uberti Foppa – che, seppur utilizzando anche approcci as a service, il presidio dello sviluppo applicativo deve essere riportato all’interno dell’azienda”. Un recente articolo dell’Oxford Economy Institute evidenzia infatti che su circa 700 aziende europee interpellate, il 53% ha dichiarato di voler riportare al proprio interno la fase di sviluppo. Si tratta dunque di capire qual è il modello cui le aziende devono fare riferimento per affrontare con successo questo processo trasformativo.

“Una risposta codificata da Gartner – ricorda il direttore – è quella del modello bimodale che consiste nell’operare su due direttrici: una di sviluppo infrastrutturale capendo, con un passo da maratoneta, quali sono gli elementi che caratterizzano un’infrastruttura agile, in grado di rispondere velocemente alle esigenze del mercato; un’altra, più da velocista, che è quella della business innovation su base digitale che comporta scelte applicative digital driven, ma anche un ridisegno organizzativo dell’It per essere là dove si sviluppa il business digitale. Oggi, nel nostro incontro, ci focalizziamo sulla prima e, in particolare, sullo storage, tema centrale – conclude Uberti Foppa – rispetto alla capacità di poter gestire volumi di dati sempre maggiori, dove bisogna ragionare in termini di architetture aperte, basate su open standard, che rendano disponibili i dati là dove servono, ai profili utenti che ne hanno bisogno, abbandonando la verticalità a silos”.

Il tema, in definitiva, è capire fino a che punto un’azienda è in grado di fare una scelta disruptive.

Sistema ibrido: approccio vincente

 

Nicola Restifo, Ricercatore Senior dell’Osservatorio Cloud & Ict as a Service della School of Management del Politecnico di Milano

Collocando il ridisegno dell’architettura storage all’interno del più ampio ridisegno dei sistemi informativi, Nicola Restifo, Ricercatore Senior dell’Osservatorio Cloud & Ict as a Service della School of Management del Politecnico di Milano, riprende l’inquadramento di Uberti Foppa, aggiungendo un elemento quantitativo che evidenzia la complessità crescente: “Oggi i dati destrutturati rappresentano il 17% dei dati utilizzati e gestiti in azienda, con una crescita del 31% anno su anno; inoltre l’84% dei dati ha un’origine esterna”, afferma Restifo che, passando all’analisi degli investimenti delle aziende per l’evoluzione dei sistemi informativi, rileva come quelli relativi alla Cloud Enabling Infrastrucutre (ossia le scelte compiute per rendere sempre più flessibile l’infrastruttura fino a integrare la nuvola pubblica in maniera scalabile), abbiano oggi raggiunto il valore di 1050 milioni di euro nel 2015, con una crescita del 21% sul 2014: “Quello che vediamo svilupparsi è un modello ibrido con la valorizzazione del patrimonio interno (applicativo e infrastrutturale) dove per l’innovazione si può fare affidamento sulla scalabilità esterna data dalla nuvola pubblica. E il sistema informativo ibrido – prosegue Restifo – vede il paradigma del Software Defined Datacenter applicato a tutti i livelli dell’infrastruttura di un data center, le cui caratteristiche sono: presenza di strumenti software per provisioning, controllo, e reporting; indipendenza dai vendor delle risorse sottostanti; disaccoppiamento tra provisioning dei sistemi e le risorse fisiche; realizzazione di data center programmabili come un software. Tipicamente – continua il ricercatore – si parte da un approccio orientato alle risorse computazionali fino ad arrivare alla gestione dello storage e degli aspetti di networking, anche se, per il momento, per quanto riguarda lo storage, il livello della domanda non è così avanzato come per la parte computazionale”. Andando ad analizzare le priorità di investimento della Cloud Enabling Infrastructure (figura) si nota comunque che la virtualizzazione dell’infrastruttura storage è al 4° posto.

Software defined = open standard

 

Davide Benelli, Business Program Manager di Fujitsu

“Fornire una chiara definizione di cosa significa software defined data center è fondamentale perché spesso è una terminologia che viene utilizzata per ricollocare in realtà un’offerta tradizionale, basata su software proprietari. Invece – precisa Davide Benelli, Business Program Manager di Fujitsu – qui stiamo parlando di un aspetto fondamentale: parallelamente allo sviluppo di sistemi agili, flessibili, si è sviluppata un’offerta software, come per esempio OpenStack, nata in un contesto abilitante le infrastrutture cloud. Il problema è quello di integrare questi software open source, nativi per ambienti cloud, nell’infrastruttura esistente. Realizzare – spiega Benelli – infrastrutture di questo tipo non è facile, come non lo è gestirle e manutenerle; per questo, per chi non sposa l’approccio ‘do it yourself’, Fujitsu offre un’infrastruttura storage, Eternus CD 10000, basata sul sistema open source Ceph e ottimizzata per i progetti cloud e OpenStack. Si tratta di un sistema che consente uno scale-out distribuito, quindi di aggiungere, scambiare e aggiornare i singoli nodi storage in maniera organica, senza alcuna interruzione operativa”.

Sottolinea l’importanza della scelta OpenStack anche Andrea Luiselli, Enterprise Technology Specialist di Intel: “Open standard è ormai il nostro mantra da diversi anni e fin dall’inizio lavoriamo in maniera attiva con la community OpenStack, alla quale abbiamo fornito tutte le nostre Api affinché la nostra tecnologia sia aperta a tutti”. Luiselli prosegue poi evidenziando quelli che, a suo parere, sono benefici e criticità di un approccio software defined: “L’adozione di open standard favorisce la competizione e consente agli utenti di poter scegliere, contribuendo anche a calmierare i prezzi. Un aspetto negativo può invece essere rappresentato dal fatto che l’astrazione del software dall’hardware può avere un impatto sulla capacità computazionale di quest’ultimo; per questo Intel ha lavorato molto su questo aspetto con OpenStack, facendo in modo che determinate funzionalità, ossia determinate ‘chiamate’, vadano direttamente sull’hardware ottimizzandone le performance”.

Riportare lo sviluppo software all’interno

Un momento di confronto durante il Breakfast

Come di consueto, l’incontro si è concluso con il confronto con i partecipanti. Numerose le domande e le richieste di approfondimento su alcune problematiche tecniche specificatamente correlate alle realtà delle diverse aziende presenti. Cercando di oggettivizzare i temi trattati, svincolandoli dalle specificità aziendali, uno degli elementi emersi è che seppure vi sia la consapevolezza che la scelta ibrida è probabilmente quella più opportuna per rispondere alle esigenze del mercato, essa presenta comunque problemi di governance che vanno affrontati attentamente: “L’ibrido rappresenta un ottimo punto di equilibrio tra infrastruttura esistente e innovazione – afferma Renato Stucchi, Responsabile Infrastrutture di Atm-Azienda Trasporti Milanesi – e sicuramente è interessante il discorso di ritornare ad avere un presidio interno del software. Questo comporta ovviamente una crescita interna in termini di competenze, ma in ogni caso bisogna sempre misurarsi con l’infrastruttura esistente: magari riusciamo a sviluppare soluzioni bellissime che devono però poi essere gestite e manutenute in un’infrastruttura tradizionale. Il problema del governo non è dunque banale”. Concorda appieno Paolo Sassi, Group It Director di Artsana, che aggiunge: “Oggi lo sviluppo è sicuramente più rapido e riusciamo a rispondere più velocemente alle richieste del business, ma l’equilibrio tra innovazione e infrastruttura esistente è sempre delicato. Per quanto riguarda l’innovazione bisogna comunque sempre mantenere alta l’attenzione sui costi, non tanto per questioni di budget, ma per poter rapidamente tornare indietro nelle scelte fatte nel caso queste si rivelassero inadeguate”.

Alcuni manager del mondo bancario presenti rilevano invece la difficoltà a sperimentare soluzioni innovative quando sono in essere contratti molto vincolanti con gli outsourcer. Antonio Polimeno, Head of Digital, Channels Adm and Information Integration di Barclays Bank, concorda infine sulla necessità di riportare all’interno le risorse di sviluppo: “Si tratta di un vero e proprio miglioramento in termini di efficienza, perché l’utilizzo di sviluppatori all’estero, tipicamente in India, comporta spesso una difficoltà di comunicazione che si traduce o in tempi molto lunghi o in soluzioni che non corrispondono esattamente ai desiderata”.

 

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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