La forza innovativa del paradigma ‘software-defined everything’ ha contagiato in modo via via più profondo il mondo IT: nei server, ha portato alle macchine virtuali (VM); negli apparati di storage e di rete, al ‘software-defined storage’ (SDS) e al ‘software-defined networking’ (SDN). Virtualizzando l’infrastruttura si è arrivati al ‘software-defined data center’ (SDDC): ma ora è la volta della memoria.
Il modello della memoria ‘software-defined’ (SDM), assieme alle memorie persistenti (PM), si prepara infatti a ridisegnare l’architettura di storage dei data center di prossima generazione. Un cambiamento del resto dettato dall’esigenza di tenere il passo con i nuovi livelli di prestazioni, che si rendono necessari, ad esempio, per supportare l’evoluzione delle tecnologie di calcolo ad alte prestazioni (HPC – high performance computing), e le applicazioni che cercano di estrarre valore dai big data.





























