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Programmatore: mestiere in estinzione?

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Programmatore: mestiere in estinzione?

18 Apr 2014

di Adriano Comai

Sviluppare è ormai alla portata di tutti. Molti ragazzi hanno imparato a programmare a scuola e diversi ambienti di sviluppo permettono di realizzare semplici applicazioni senza mettere mano al codice. Tuttavia, il consumo di software oggi è così pervasivo che, nei paesi dinamici, la richiesta di sviluppatori capaci è superiore all'offerta. L'Italia, invece, resta indietro…

Un tempo c’erano gli scribi. La maggioranza della popolazione era analfabeta e quando voleva mandare un messaggio a qualcuno, o riceveva una lettera, si rivolgeva allo scrivano per farsi aiutare. Saper leggere e scrivere non era solo un’abilità, la conoscenza di una tecnica: per alcuni era un mestiere.
Lo era ancora a inizio Novecento, quando il protagonista della commedia “Miseria e Nobiltà” di Eduardo Scarpetta, uno scrivano, si lamenta di non guadagnare più nulla perché la gente ha imparato a scrivere. La tecnica di scrittura, prima conosciuta da pochi, si era diffusa a tutti.
Alcuni mestieri spariscono perché le tecnologie si modificano. Poco più di trent’anni fa c’erano le perforatrici. Battaglioni di donne (quasi solo) che trasformavano le istruzioni scritte dai programmatori sulla carta, ricopiandole in schede perforate da dare in input agli elaboratori. Poi le tecnologie di immissione dei dati si sono evolute, i programmatori hanno scritto le istruzioni dei loro programmi tramite videoterminali e il mestiere di perforatrice è finito.
Sta accadendo la stessa cosa agli sviluppatori software? Se guardiamo all’interno di molte aziende, il dubbio è lecito. Ogni organizzazione di medio-grandi dimensioni ha da decenni il proprio settore interno per lo sviluppo software. Nelle aziende più grandi, il personale di sviluppo interno era nell’ordine di centinaia, a volte migliaia di persone. Ora quei numeri sono molto calati, per effetto dell’aumento dell’outsourcing verso software house e, spesso, di un blocco delle assunzioni.
Fino a vent’anni fa, nel mondo del software, il rapporto tra committenti, sviluppatori e utenti era stabile. I committenti, per le proprie esigenze informatiche, si rivolgevano allo sviluppo interno; il prodotto risultante veniva usato essenzialmente da utenti della medesima organizzazione. Poi le cose sono cambiate: lo sviluppo interno è diminuito, per effetto della maggiore disponibilità di pacchetti applicativi da acquistare e del ricorso alle esternalizzazioni. E sono cambiati gli utenti.
Dai pacchetti applicativi degli anni Ottanta agli Erp (Enterprise Resource Planning) degli anni Novanta agli attuali Cms (Content Management System), la sempre maggiore disponibilità di software sul mercato ha tolto ragion d’essere a buona parte degli sviluppi personalizzati. Quando la personalizzazione non fornisce un valore aggiunto significativo, e non sono in gioco rischi a livello di sicurezza e di business, il ricorso a soluzioni predefinite è una scelta di semplice buon senso.
Anche nel caso di sviluppi personalizzati, il ricorso all’outsourcing è aumentato, e in diversi casi lo sviluppo interno è stato bypassato da funzioni aziendali che si rivolgono direttamente a software house per ottenere soluzioni in tempi più veloci e con meno vincoli, anche se spesso con rischi non trascurabili.
Sul fronte delle tecnologie, sviluppare è diventato più semplice. L’evoluzione dell’hardware è stata più clamorosa, ma anche gli ambienti e gli strumenti per lo sviluppo software sono molto migliorati. Grazie agli ambienti di sviluppo integrati e ai framework disponibili, applicazioni che avrebbero richiesto migliaia di mesi-uomo sono realizzabili oggi a una frazione molto ridotta di quei costi.
Sviluppare è alla portata di tutti. Molti ragazzi hanno imparato a programmare nelle scuole superiori e all’università e, anche se non fanno gli informatici di professione, sono in grado di creare semplici programmi o di sfruttare al meglio gli strumenti di produttività individuale. Inoltre, diversi ambienti di sviluppo permettono di realizzare semplici prodotti applicativi senza necessità di mettere mano direttamente al codice di un linguaggio di programmazione.

Tanto consumatori, poco produttori
Possiamo considerare questi come cattivi presagi per il mestiere di programmatore? Al di fuori d’Italia, certamente no.
Il software è pervasivo, lo usiamo tutti, volenti o no, perfino i cosiddetti analfabeti digitali ne dipendono quotidianamente e non possono farne a meno. Ci fa comunicare, lo portiamo in tasca, controlla gli strumenti che usiamo e i nostri mezzi di trasporto, tra breve lo indosseremo. È ovunque, e le opportunità di innovazione che offre appaiono illimitate. Di conseguenza, nei paesi dinamici, la richiesta di sviluppatori capaci è superiore all’offerta disponibile.
Se guardiamo allo scenario internazionale della produzione e del consumo di software, troviamo certamente uno degli elementi che hanno contribuito alla stagnazione e al declino della nostra economia. Siamo consumatori di software (e di hardware), non produttori. Trovare all’estero software prodotto in Italia è talmente raro da rasentare il miracolo (eppure esistono casi esemplari, di prodotti software nati in Italia e molto apprezzati oltre i nostri confini: ne parleremo prossimamente).
Le società di software in Italia hanno puntato tradizionalmente sul mercato interno, più che su quelli esteri, con una focalizzazione particolare sulla fornitura di soluzioni personalizzate per i clienti, più che sulla predisposizione di soluzioni generalizzate. Ciò le ha in diversi casi portate ad avere poca attenzione per l’innovazione, a livello sia di tecnologie sia di processo produttivo, e quindi scarsa capacità propositiva per soddisfare le richieste dei clienti più dinamici ed esigenti.
Questa però è la storia e non sarebbe corretto derivarne automaticamente previsioni nere per il futuro, soprattutto perché alcune condizioni sono cambiate. Il mercato mondiale del software è estremamente dinamico e le barriere in ingresso sono molto più basse che in passato. La diffusione dei prodotti trae vantaggio dalla rete globale: non è indispensabile un imponente apparato commerciale per farsi notare.
Soprattutto, la dimensione globale del software da sviluppare continua a crescere e ad aggiungersi al patrimonio software già realizzato che deve essere mantenuto aggiornato e fatto evolvere. Ai vecchi applicativi interni alle aziende si sono andati via via aggiungendo i software per personal computer, poi quelli per garantire l’accesso agli utenti via web, quindi quelli per l’uso dei dispositivi mobili.
L’aumento del software da gestire è un fenomeno strutturale, destinato a crescere con le esigenze più recenti: la capacità di derivare informazioni utili dalla massa di informazioni disponibili (big data) e di connettere in rete ogni possibile tipo di dispositivo (Internet of Things). Mentre in Italia sembrano ridursi le prospettive per chi sviluppa software, all’estero ci si domanda come fare per trovare risorse valide sufficienti per far fronte al crescere della domanda.
Il moltiplicarsi degli ambienti di destinazione del software, dai dispositivi mobili agli strumenti di uso quotidiano, comporta una corrispondente moltiplicazione delle opportunità di innovazione, anche alla portata di realtà di sviluppo piccole e piccolissime: purché immediatamente indirizzate al mercato internazionale.

* Adriano Comai, esperto in metodologie di sviluppo software, www.analisi-disegno.com

 

 

 

 

Adriano Comai

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