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Linux e l’Open Source scelta di libertà

pittogramma Zerouno

Linux e l’Open Source scelta di libertà

02 Nov 2004

di Luciano Barelli

Spinte da diversi fattori, dall’esigenza di rispondere alle richieste del business a convenienze sul piano del management e dell’organizzazione, le imprese avvertono la necessità che la funzione It possa governare i sistemi informativi in modo flessibile e proattivo. un processo che, come emerge dalla ‘tavola rotonda’ organizzata da ZeroUno e Istud sul tema, viene affrontato in azienda con diversi approcci e modalità ma che, comunque, innalza ad un nuovo livello il ruolo stesso dell’it e dei suoi responsabili

Secondo le regole di appartenenza e di comportamento della comunità Open source, che si possono leggere all’indirizzo www.opensource.org, la distribuzione del software open source deve essere “senza restrizioni e gratuita” ed ogni programma deve essere distribuito “anche in formato sorgente”. Di solito è il primo punto quello che fa notizia e suscita le apprensioni di quei produttori che considerano la comunità Open source un minaccia. Vorremmo invece partire, per le nostre considerazioni sul software ‘aperto’, dal secondo punto; che, a nostro parere, è il vero centro della questione, la vera ragione del suo successo.
Il fatto che il software open source sia liberamente distribuito in formato sorgente comporta come immediata conseguenza che esso può essere modificato da chi lo usa ed adattato alle sue esigenze. Non siamo davanti ad un capo prêt-à-porter, ma ad un modello di sartoria che ciascuno può adattare alla propria figura. Una possibilità magari remota se per utilizzatore si considera l’utente finale, molto concreta invece se si tiene presente che questa opportunità può essere colta anche dagli Isv, i produttori di software commerciale.
In entrambi i casi, le regole del gioco fanno sì che gli utenti/sviluppatori costituiscano una comunità i cui membri sono collegati tra loro in rete e sono incoraggiati a contribuire alla causa comune. Perciò, in pratica, la comunità degli sviluppatori si sovrappone in modo significativo alla comunità degli utenti.
All’indirizzo: http://sourceforge.net/ si può sapere che accade in uno dei principali siti di sviluppo open source, che conta 873.736 utenti registrati.
Il modello di sviluppo open source ha portato alla nascita di moltissimi prodotti. Il più famoso è certamente Linux, ma ci sono molti altri software open source. Alcuni sono prodotti di infrastruttura, come il web server Apache, l’application server JBoss, il data base MySql; altri prodotti per l’end user, come il browser Mozilla o il pacchetto OpenOffice, il corrispettivo ‘open’ di Microsoft Office. La famiglia di questi prodotti continua a crescere: questa estate Ibm ha donato alla fondazione Apache il data base Cloudscape, un prodotto scritto in Java e progettato per realizzazioni semplici, in particolare per dispositivi handheld e portatili, ereditato dall’acquisizione di Informix. Mentre Computer Associates ha reso disponibile sotto una licenza open source la release 3 di Ingres, un data base, invece, adatto a qualsiasi livello di soluzioni, addirittura a 64 bit. Cosa rende tanto interessanti questi prodotti? Si tratta di un fenomeno in fase di consolidamento perciò è difficile stilare una classifica precisa di ragioni. Ma nel recente convegno ospitato dall’Assolombarda sul tema delle migrazioni da software proprietario a ‘open’, abbiamo raccolto diversi pareri che possiamo proporre e commentare.

Le ragioni per una scelta di campo
Una delle spinte al passaggio al software open source è certamente la valutazione economica. Ma questa non dipende tanto dal risparmio sull’acquisto dei pacchetti, quanto da altri fattori. Infatti, se i prodotti strettamente open source, scaricabili dalla rete, sono gratuiti, i pacchetti commerciali costruiti partendo da una base open source e aggiungendovi una componente di servizi o di software proprietario, hanno un costo talvolta non molto diverso dal corrispettivo proprietario. Si sa che Microsoft, sulla base di uno studio di Idc, sostiene che il Tco di Windows è inferiore a quello di Linux. Se poi si considerano i costi relativi al supporto di una soluzione open source e all’addestramento degli utenti, si può veramente arrivare ad un Tco maggiore per l’alternativa ‘aperta’. Un significativo risparmio può venire invece dalla componente hardware, che di solito presenta un costo minore perché i prodotti open source sono destinati a piattaforme Intel, più economiche delle corrispondenti piattaforme Risc proprietarie di Ibm, Sun o Hp, e sono in genere molto più snelli ed efficienti dei prodotti Windows e possono quindi essere installati tranquillamente su hardware non recentissimi.
Ma l’open source viene prescelto anche e forse soprattutto per altre ragioni. Innanzi tutto, la disponibilità del sorgente significa la possibilità di supportare la propria soluzione per tutto il tempo che si vuole, evitando inutili e costose migrazioni. Si ottiene, in altre parole, la libertà da fornitori troppo vincolanti (nel mirino la coppia Microsoft/Intel), che praticamente impongono il continuo upgrade dei prodotti e dell’hardware. Poi piace la possibilità di potersi creare una soluzione su misura (c’è una tendenza alla fuga da ‘best practice’ ritenute fonte di perdita di vantaggio competitivo). Poi c’è la maggiore affidabilità di soluzioni più semplici. Infine, in software come Mozilla, si cerca più sicurezza dai virus.
Tutto ciò, vale sostanzialmente però solo per il lato server, ossia per ambienti aziendali ben presidiati da esperti. Linux su client è ancora un po’ prematuro, come ammette per voce di Paul Salazar, marketing director, Emea (vedi Zerouno n° 273 pag. 30) anche uno dei protagonisti del mondo open source, ossia Red Hat, che nonostante sia la distribuzione più diffusa di Linux commerciale (server), si muove verso i client con grande cautela, avendo annunciato una versione per desktop solo lo scorso maggio e sottolineando che si tratta di un annuncio destinato non ad utenti ‘privati’ (a meno che non siano dei veri ‘smanettoni’) ma ad utenti aziendali che possano disporre di un supporto specializzato dedicato a portata di telefono.

I problemi da risolvere per cambiare
Visti i vantaggi offerti dall’open source, e dato per scontato di poter superare le difficoltà tecniche con l’aiuto di validi esperti, ci dobbiamo aspettare una fuga dagli ambienti proprietari nelle braccia del pinguino? Non proprio, perché sulla strada della migrazione in massa ci sono alcuni ostacoli, e non di poco conto.
Il più ovvio è la barriera culturale sul lato utenti. Microsoft Office lo conoscono tutti, OpenOffice no. Tutti conoscono Internet Explorer, molti Mozilla non sanno nemmeno cos’è. E così via. Perciò la prima cosa da considerare prima di cambiare campo è la necessità d’investire tempo e denaro in formazione. Chiaramente, i problemi sono soprattutto sul fronte client: il passaggio è nel complesso un bel salto, che i meno flessibili e i meno aperti alle novità informatiche potrebbero avere difficoltà a fare, soprattutto per il sistema operativo (Linux al posto di Windows). Più facile la sostituzione del browser e del client di e-mail (Mozilla contro Explorer/Outlook) e ancor più facile mettere OpenOffice al posto di Ms Office.
Sul lato server, per definizione in mano a professionisti Ict che, al contrario, dovrebbero sentirsi motivati all’affrontare il nuovo ambiente, i problemi sono senz’altro minori. Ma questi stessi professionisti, una volta installati con soddisfazione i nuovi pacchetti, potrebbero doversi rimboccare le maniche per far migrare gli applicativi aziendali alla nuova piattaforma. Cosa non immediata e talvolta anche ardua. Per dire: anche i data base che organizzano i dati secondo lo standard Sql possono avere stored procedures proprietarie.
Poi è un problema assicurare la disponibilità dei backup passati: bisogna che questa sia garantita sia per i file sia per le piattaforme su cui aprirli in caso di necessità; i font usati nei documenti possono non essere disponibili sul nuovo sistema; ci può essere dell’hardware non supportato (ad esempio le stampanti) e l’hardware prossimo venturo potrebbe non esserlo immediatamente. E ancora: lo standard Html che è alla base di tutte le applicazioni web non è poi così standard come si crede. Risultato: usando browser diversi da quelli soliti, le pagine Html possono avere un aspetto differente.

Il supporto dei big vendor
Insomma: la corsa all’open source ci sarà, ma sarà probabilmente per domani, non per oggi, e soprattutto non sarà per tutti. Tant’è vero che una recente nota di Gartner indirizzata al mercato delle piccole e medie aziende Usa, ipotizza il dominio di Microsoft sui server fino a tutto il 2007, con una share prevista ad oltre il 90% con il 70% di probabilità. Intanto, sono nati vari tipi di licenza che regolano la distribuzione dei prodotti open source, tutti derivati dalla General Public License (Gpl) che si autodefinisce “intesa a garantire la libertà di condividere e modificare il software, in modo che questi sia libero per tutti gli utenti”. Da questo tipo, che garantisce libertà assoluta, si passa gradatamente alle altre licenze (ce ne sono diverse decine di tipi diversi!). In pratica ogni produttore, anche quelli ‘puri’ come Apache o Mozilla, adotta una sua licenza. Il fatto è che, letteralmente, tutti possono avere la propria licenza tagliata su misura facendone richiesta all’indirizzo license-approval@opensource.org.Da quanto si è detto, il fenomeno open source sembrerebbe estraneo ai grandi vendor dell’It.
Invece, il suo verbo viene predicato con enfasi e praticato con ingenti investimenti anche da società come Ibm, Oracle e Hp. Perché? La ragione di fondo è che queste società hanno capito l’ineluttabilità della tendenza ‘open’ e cercano di sfruttarla a loro vantaggio. Ibm e Hp vedono benissimo i rischi di una maggior erosione delle loro vendite di hardware proprietario a causa della diffusione di Linux, ma si rendono anche conto che Linux è solo un fattore accelerante di un fenomeno inevitabile, ossia il declino delle architetture proprietarie a vantaggio delle architetture standard, peraltro anch’esse coperte dalla loro offerta. Così, per Hp Linux è uno dei punti qualificanti della sua piattaforma Itanium, mentre per Ibm è una delle componenti della sua offerta di consolidamento di server Intel dedicati su un unico mainframe Linux. Per Oracle invece, che non produce hardware, l’offerta Linux è un modo di differenziarsi dai suoi concorrenti e di generare visibilità. Non hanno invece ancora risposto all’appello ‘open’ (se non in modo puramente formale) i produttori di applicativi, per i quali Linux è solo un elemento di disturbo. Vi sono però due importanti eccezioni: ancora Oracle (che completa così la strategia Linux per le sue offerte di tecnologia) e Sap, che evidentemente punta alla onnipresenza.

Open source: sei modi di fare business
Ma, a parte i produttori di hardware cui abbiamo accennato, come si può fare business con un prodotto open source? Lo abbiamo chiesto a Diego Lo Giudice direttore della divisione Consulting della filiale italiana di Meta Group. Lo Giudice, che da tempo studia il fenomeno open source, identifica sei diversi modelli di business.
Il primo, chiamato ‘leverage’, è quello utilizzato da quei vendor che hanno a listino due prodotti equivalenti, uno destinato alle piattaforme tradizionali e uno in versione Linux, che vendono allo stesso prezzo facendo leva sul fatto che il cliente della versione Linux risparmia sulla piattaforma (hardware e sistema operativo). A questa categoria di produttori appartiene Oracle. Il secondo modello, battezzato ‘dual licence’, è quello delle società che producono due versioni dello stesso pacchetto: una ridotta all’osso e offerta sotto licenza open source con la quale fanno conoscere se stessi e il prodotto; l’altra, completa di tutte le funzionalità, che invece viene fatta pagare e con ciò finanziano la prima. Esempio: MySql, il produttore del più noto data base open source.
Il terzo modello di business si chiama ‘consulting’ ed è quello delle società di consulenza che offrono soluzioni partendo da un framework open source invece che da un pacchetto commerciale. Ciò offre al cliente il vantaggio di poter valutare un’offerta più economica, e per il consulente quello che la soluzione implementata non può diventare proprietà del cliente e perciò può essere riutilizzata presso altri clienti. Giudici porta ad esempio di questo modo di procedere la 10xSoftware, una giovane società del Delaware non molto nota in Italia ma con notevoli referenze-utenti.
Proseguendo, troviamo la modalità ‘subscription’, che è quella utilizzata dai produttori di un software open source che viene offerto con servizi di manutenzione e di aggiornamento periodico per un periodo di tempo definito. Esempio: RedHat, che garantisce il supporto ai suoi prodotti per 5 anni.
Alquanto diverso il modello ‘patronage’, adottato da Ibm, che, secondo Lo Giudice, sponsorizza Linux per frenare l’erosione delle sue posizioni di dominio nei mainframe ed attaccare Microsoft con il consolidamento dei server. Infine, c’è il modello ‘hosted/Asp’, quando la soluzione open è offerta in forma di servizio d’erogazione di software applicativo, come fa Salesforce.com per la sua suite Crm (vedi ZeroUno n.273).


Davide Viganò
VICE DG MARKETING ORGANIZATION DI MICROSOFT ITALIA


E MICROSOFT CHE DICE?
Linux è spesso dipinto come il grande nemico della Microsoft.
Chiediamo allora a Davide Viganò, vice DG Marketing Organization di Microsoft Italia, come vede il fenomeno open source. “Ci sono alcuni fatti – risponde Viganò – che possono ormai essere considerati punti di riferimento obiettivi nel dibattito su Linux e Windows. Per prima cosa è stato dimostrato come sia senza fondamento la convinzione che Linux significhi ‘gratis’. Anzi: ci sono diversi studi indipendenti che dimostrano come Linux sia spesso più caro della corrispondente alternativa Windows. Ed è un fatto storico come Windows abbia scatenato economie di scala che hanno ridotto di molto il costo di elaborazione”. A Viganò preme anche sfatare l’idea che il codice sorgente di Windows sia custodito gelosamente da Microsoft e non sia accessibile a nessuno. “Questo era vero anni fa ma, da tempo, Università, scuole, enti governativi e di ricerca possono avere accesso al source di Windows con l’unico limite di renderlo disponibile solo alle persone autorizzate, che in totale, nel mondo, sono più di un milione”. Viganò inoltre ritiene che lo sviluppo open source porti con sè il rischio di far proliferare varie versioni dello stesso sistema operativo (Unix docet) con conseguenti diseconomie dovute alla necessità per gli Isv di testare i loro prodotti su piattaforme diverse, anche se di poco.
Poi, secondo Microsoft, è importante che l’utente sappia chi si fa carico di risolvere i problemi, chi garantisce il supporto del software nel tempo e chi assicura che il prodotto è conforme alle varie norme (tipo quelle sulla privacy), presenti e future. Così come è importante avere una roadmap dei prodotti in modo da pianificare gli investimenti.
Quanto a Microsoft, cerca di semplificare la vita del cliente creando procedure e automatismi di aggiornamento e studiando una vera e propria ‘ingegneria del deployment’ tale da mascherare in larga misura le difficoltà di gestione.
Infine, il gigante del software ha corretto alcuni suoi comportamenti assecondando le richieste degli utenti. “Ad esempio – conclude Viganò – è aumentato il tempo tra l’annuncio di due versioni di sistema operativo: tra Windows Xp e Longhorn passeranno almeno cinque anni”. (L.B)

OPEN, MA NON FRIENDLY
Si dice che “I prodotti open source possono ancora essere non a livello dell’utente consumer”. Per avere un’idea di quello che ciò significa, vi suggeriamo, a puro titolo di esempio, di andare al sito http://liberopops.sourceforge.net, dal quale si può scaricare il programma LiberoPops usato da molti per il downloading della posta elettronica direttamente dal sito del provider. Qui si legge che, se avete installato Norton AntiVirus v. 2002 e successive: “È necessario mettere LiberoPOPs in ascolto sulla porta 110 per mezzo dell’opzione -p e successivamente impostare il proprio client email perché riceva la posta sulla porta 110”. Se non vi è del tutto chiaro, l’open source non fa (ancora) per voi. (L.B.)

Luciano Barelli

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