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Rfid: cambierà la supply chain?

pittogramma Zerouno

Rfid: cambierà la supply chain?

02 Mag 2004

di Luciano Barelli

Analisti e commentatori mostrano d’avere una grande attenzione per i sistemi d’identificazione wireless (Rfid – Radio Frequency Identification) che possono potenziare di un ordine di grandezza l’automazione dell’Scm, ma la cui piena attuazione è frenata oggi dalla  mancanza di standard definiti e, soprattutto, dai costi diretti e indiretti della tecnologia

Il problema dell’identificazione di tutto ciò che viene prodotto, immagazzinato, venduto, spedito e consegnato, sembrerebbe ormai da tempo risolto grazie all’ubiqua presenza del codice a barre, di cui è ormai davvero difficile trovare un oggetto che ne sia privo. Il punto è che questo curioso geroglifico, nato da un processo di standardizzazione iniziato trent’anni fa che ha portato alla codifica Ean (European Article Numbering), ha molti pregi, a partire dalla semplicità e dal ridottissimo costo delle etichette, ma anche alcune caratteristiche che ne limitano l’impiego. Basta osservare la cassa di un supermercato per capire che le etichette dei codici a barre vanno lette una alla volta, che devono essere chiare e visibili, dato che la lettura è ottica, e che l’operazione deve essere attivata e controllata da un operatore, cassiera, magazziniere e così via.
Questi limiti potrebbero essere cancellati impiegando una nuova, anche se non nuovissima, tecnologia: l’Rfid (Radio Frequency IDentification) ossia l’identificazione di cose (ma anche animali e persone) mediante ‘etichette’ leggibili a distanza con un segnale in radiofrequenza.
Trattandosi di una tecnologia elettromagnetica, l’Rfid permette di leggere l’identità degli oggetti anche se questi non sono visibili dal lettore e anche per più oggetti contemporaneamente. Se a ciò aggiungiamo che la lettura può avvenire a diversi decimetri di distanza (e magari metri in futuro) e senza il coinvolgimento di persone, si capisce come la tecnologia Rfid stia rapidamente guadagnando consensi e sia già utilizzata da soggetti tanto diversi tra loro come possono esserlo l’esercito americano e una casa di moda (Prada, nel negozio di Tokio).

Un chip come etichetta
Il cuore del sistema è il cosiddetto “tag”, un elemento che accoppia un chip di memoria e un’antenna di trasmissione e che prende il posto dell’etichetta a barre. I tag esistono da anni, soprattutto quelli attivi, ossia dotati di alimentazione propria e quindi in grado di trasmettere segnali in modo autonomo anche a distanze abbastanza grandi. Sono costosi, ingombranti e sono usati da tempo dai militari (sembra che i primi siano stati gli inglesi, nella seconda guerra mondiale). In campo civile, un’applicazione diffusa è quella dei Telepass.
Ma il fenomeno emergente sono i tag passivi. Ed è un fenomeno il cui interesse da parte delle imprese è stato innescato dalla decisione presa un paio d’anni fa da Wal-Mart, il più grande retailer del mondo, di adottare questa tecnologia in modo sistematico e generalizzato. Si è creata una sorta di reazione a catena che ha percorso in un lampo l’intera industria informatica, oltre che la comunità dei suoi fornitori, non diversamente da quanto successe una ventina d’anni fa quando la stessa Wal-Mart decise di impiegare sistematicamente il codice a barre.
I tag passivi non hanno alimentazione, perciò trasmettono solo quando vengono “illuminati” da una sorgente di onde elettromagnetiche. I più comuni oggi in uso hanno le dimensioni di un biglietto da visita, ma ne esistono anche di più piccoli e possono essere ulteriormente miniaturizzati. Possono avere la memoria riscrivibile; possono essere resi impermeabili, per essere usati all’aperto; si possono usare in ambienti dove il codice a barre non funziona perché le etichette si ricoprono di ghiaccio; possono perfino essere realizzati in caseina per essere annegati nella crosta del Parmigiano. Sembrerebbe di trovarsi alle soglie di una vera e propria rivoluzione, tanto che sono sorte anche aspettative fantascientifiche, come la lavabiancheria che legge le caratteristiche dei capi dai loro tag e si regola di conseguenza. Ma quali sono le concrete, o quanto meno realistiche, opportunità che offre l’Rfid? Si tratta di una tecnologia valida? Sono giustificate le aspettative che sta suscitando? E che dimensione e importanza ha il fattore-costo?

Un tag Rfid con antenna perimetrale e il chip che contiene le informazioni

Primo problema: lo standard
Cominciamo col dire che l’Rfid, per quanto avanzata, non è una tecnologia matura. Soprattutto, soffre di problemi di standardizzazione. In Europa si usa la frequenza di 13,56 MHz, mentre in America Wal-Mart usa lettori che operano attorno ai 900 MHz, una banda che da noi non è permessa, e in altre nazioni si fanno test sulla frequenza di 2,45 GHz. In totale, nel mondo, sono ben otto le diverse bande di frequenza utilizzate per l’Rfid. Un altro problema è la sicurezza della rilevazione: il tag trasmette i dati in tutte le direzioni e bisogna fare in modo che vengano registrati solo da chi è autorizzato, magari utilizzando tecniche di crittografia
Ci sono poi altri problemi, ad esempio la tutela della privacy, che limitano le possibili applicazioni dell’Rfid, ma è chiaro che basterebbe la mancanza di standardizzazione a decretarne l’insuccesso, se non venisse risolta. Che passi si sono fatti su questa strada?
Per Massimo Bonacci, che in quanto Partner area Supply chain di Deloitte segue da vicino le problematiche dell’Rfid, “Il primo passo nel cammino di adozione di una nuova tecnologia passa sempre dalla stesura delle specifiche. Nel caso dell’Rfid l’iniziativa l’ha presa alcuni anni fa il Mit di Boston, che ha costituito l’Auto Id Center. Questo è stato trasferito in un secondo tempo all’Epc Global (www.epcglobalinc.org), un ente senza fini di lucro preposto alla standardizzazione della codifica e alla diffusione della tecnologia Rfid nato dalla joint venture di due organizzazioni operanti da tempo nel campo della standardizzazione delle codifiche: l’europea Ean (European Article Numbering) e l’americana Ucc (Uniform Code Council)”. Parallelamente, anche l’Iso sta definendo i propri standard e la confluenza tra questi due enti sarà un fattore determinante nell’adozione di questa nuova tecnologia”.
Un primo passo quindi c’è, e i vendor che intendono fornire prodotti Rfid dovranno adeguarsi agli standard Epc Global e/o Iso, mano a mano che questi saranno rilasciati (le specifiche finali non sono ancora state pubblicate). Un altro forte impulso lo darà certamente anche Wal-Mart che detterà regole che potrebbero diventare standard di fatto.
Ammesso dunque di poter risolvere questi problemi in un tempo ragionevolmente breve, come sembra lecito supporre, c’è da chiedersi in che aree si impiegherà maggiormente la tecnologia Rfid. Per Bonacci la risposta è semplice: “Potrà essere impiegata dovunque si sposti qualcosa, merci o persone. Perciò nelle applicazioni di logistica e trasporto, nella produzione e nella distribuzione. Ma anche dovunque si vogliano tenere sotto controllo gli inventari, come nella gestione dei cespiti aziendali, oppure gli spostamenti di animali o anche di persone. Ancora, l’Rfid può servire a controllare lo stato di qualcosa, come ad esempio la scadenza dei cibi, la manutenzione degli impianti o la lettura dei contatori”.
Deloitte ha definito tre categorie di applicazioni possibili. La prima riguarda applicazioni attuabili nel breve termine, la seconda nel medio e la terza nel lungo termine Quello che comanda il passaggio dall’una all’altra categoria è sostanzialmente il fattore costo. “Così – spiega Bonacci – sono già oggi giustificabili sotto il profilo economico le applicazioni sulla supply chain e di controllo della produzione, dove il tag è posto su pallet o su contenitori riutilizzabili. Semaforo verde anche per le applicazioni con il tag posto su articoli costosi, con tag asportabili al posto dei ‘lucchetti’ anti taccheggio sui capi di abbigliamento nei negozi, oppure quando il tag è indossato da una persona, come in campo medico o per il controllo degli accessi”.
Nella seconda categoria, quella che sarà realizzabile a medio termine, Deloitte considera alcune applicazioni che prevedono il tag sulle confezioni contenenti più pezzi di un articolo. Il terzo gruppo, infine, non è per domani né per dopodomani. Si tratta di applicazioni che prevedono un tag su ogni singolo articolo, anche di basso costo. “Qui ancora per lungo tempo non vediamo alternative al codice a barre – dice Bonacci – perché giudichiamo un po’ ottimistica la previsione di riduzione del costo del tag avanzata da Alien Technology, che peraltro parla di 5 centesimi di dollaro a tag non prima della fine del 2005 e ammesso di raggiungere un consumo di qualche centinaio di milioni di tag all’anno”.

Il costo, fattore frenante
Sono parecchi i fattori che possono influenzare la diffusione della tecnologia Rfid e alcuni, come le recenti norme sulla tracciabilità degli alimenti o gli incentivi economici agli investimenti tecnologici previsti dai programmi europei, sono esterni alle imprese. Come sempre, conta molto anche la volontà di un capofiliera potente. Oltre alla citata Wal-Mart, in ambito distribuzione hanno scelto l’Rfid anche Tesco e Metro. E tra i produttori, Gillette e Procter&Gamble. “Inoltre – prosegue Bonacci – ci sono test in corso presso aziende di diversi settori come Ford (motori), Gillette (scaffali intelligenti), Kraft (tracciamento delle partite di frutta), Rockfeller University (reperimento libri) e altri ancora”.
Sono però molti anche i fattori contrari. Primo fra tutti, il costo delle applicazioni, che dipende dai tag e dai relativi lettori, ma anche dalle infrastrutture informatiche, che dovranno essere potenziate per gestire una massa di dati molto maggiore e necessariamente integrata con i sistemi gestionali aziendali.
C’è poi il problema organizzativo. “Massimizzare il potenziale dell’Rfid – osserva Bonacci – significa eseguire un accurato processo di re-engineering e istruire in modo appropriato tutto il personale coinvolto, come pure tutti i partner commerciali interessati”.
Non basta: oltre agli standard di cui si è detto, ci possono essere problemi nell’applicazione dei tag e nell’accuratezza delle letture (che può essere influenzata da varie circostanze), che perciò andranno filtrate e validate prima di indirizzarle ai sistemi gestionali. E c’è la necessità di adeguare i sistemi informativi: “Ci dovranno essere modifiche ai sistemi gestionali e adeguamenti alle architetture It per sfruttare in modo ottimale le potenzialità della tecnologia Rfid”.
Un capitolo a parte riguarda la tutela della privacy di chi compra presso le grandi catene di distribuzione. La soluzione di questo problema, sempre secondo Bonacci, non sembra imminente. I fornitori ci stanno lavorando e Rsa ha mostrato un prototipo di una borsa dotata di un tag che scherma i tag delle merci contenute, che dovrebbero tornare rilevabili appena tolti dal contenitore, ma al momento l’unica vera soluzione è nella disattivazione automatica del tag dopo la lettura alle casse.
“Questo però – osserva Bonacci – richiederebbe un tag riscrivibile, che sarebbe troppo costoso per molti articoli dei grandi magazzini. E così si torna al punto chiave, ossia il costo. Perciò secondo noi le applicazioni si svilupperanno prima nell’area business e solo a lungo termine entreranno anche in quella consumer”.

Luciano Barelli

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