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Supply chain: tracciare i prodotti in modo sicuro e trasparente

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Supply chain: tracciare i prodotti in modo sicuro e trasparente

01 Dic 2017

di Patrizia Fabbri

Grazie all’implementazione degli smart contract in una blockchain può essere possibile avere visibilità in tempo reale di ogni passo compiuto dai prodotti all’interno di una catena di fornitura: i dispositivi IoT possono registrare ogni passaggio del prodotto, dalla fabbrica del fornitore agli scaffali del supermercato del distributore; grazie agli smart contract, l’ordinazione e la consegna del prodotto viene registrata sulla blockchain che, sempre eseguendo uno smart contract, può provvedere alla fatturazione e al conseguente pagamento (figura 1). Stiamo parlando in questo caso di blockchain privata (permissioned).

La trasformazione della supply chain grazie alle tecnologie blockchain

I vantaggi sono molteplici. Prima di tutto quello della semplificazione e automazione delle procedure di carico/scarico della merce e di fatturazione e pagamento; in secondo luogo grazie alle caratteristiche di immodificabilità e tracciabilità delle operazioni all’interno di una blockchain, gli attori della supply chain hanno la certezza che ogni transazione effettuata non subisca modifiche e che il percorso di ogni prodotto è perfettamente identificabile, vanificando ogni tentativo di contraffazione. Non bisogna dimenticare infatti che ogni prodotto che richiede la necessità di tracciarne il ciclo di vita, dai più preziosi come i diamanti a quelli più comuni e diffusi, come può essere una marmellata biologica, può essere soggetto a contraffazione o frode.

Nell’ambito della supply chain, le sperimentazioni iniziano a essere ormai numerose; riportiamo alcuni esempi evidenziando come questi progetti siano per il momento focalizzati più sulle opportunità offerte da questa tecnologia sui temi della tracciabilità e della trasparenza che non su eventuali risparmi di costi dovuti all’automazione di alcuni processi.

Diamanti e vino pregiati: come essere sicuri della loro provenienza?

Nel mercato dei diamanti, il costo annuale per le assicurazioni di truffe, frodi e furti è stimato in circa 50 miliardi di dollari essendo estremamente difficile, se non impossibile, dimostrare con assoluta certezza la provenienza dei singoli diamanti e la storia del loro passaggio di proprietà. La startup londinese Everledger, nata nel 2015, ha sviluppato una soluzione basata su smart contract inseriti in una blockchain privata (aperta agli inquirenti, alle aziende coinvolte, alla decina di società certificatrici di diamanti che hanno aderito e relativa solo alle pietre di nuova produzione) che certifica il ciclo di vita dei diamanti. Il database distribuito di Everledger contiene più di 1 milione di diamanti tutti radiografati in 3D da più prospettive (una quarantina di punti), digitalizzati e schedati in modo da non poter essere contraffatti: per ogni gemma è disponibile una carta d’identità digitale che ne certifica le “quattro C” (Color, Clarity, Cut e Carat Weight ossia colore, limpidezza, taglio e caratura) e ogni singolo passaggio di proprietà, dal momento in cui viene tagliata fino al mercato al dettaglio. La blockchain Everledger, supportata dal servizio IBM Blockchain disponibile tramite la piattaforma IBM Bluemix e basato su IBM Watson, potrebbe anche essere utilizzata per digitalizzare il Kimberley Process, un accordo di certificazione (fortemente promosso dalle Nazioni Unite e messo a punto e approvato con lo sforzo congiunto dei governi di numerosi paesi, di multinazionali produttrici di diamanti, e della società civile) volto a garantire che i profitti ricavati dal commercio di diamanti non vengano usati per finanziare guerre civili.

E dai diamanti, il progetto Everledger si è esteso alla certificazione di vini pregiati grazie alla collaborazione dell’azienda con Maureen Downey, una delle massime esperte al mondo di autenticazione di vini pregiati, dando vita a Chai Wine Vault: al posto delle radiografie dei diamanti, il database si popola di profili che, per ogni singola bottiglia di vino, prendono in considerazione 90 caratteristiche diverse (dal tappo all’etichetta, dalla capsula al vetro, unitamente a documentazione fotografica e registrazione di ogni singolo passaggio e spostamento).

Se ci si mette Walmart

Che la tecnologia blockchain sia arrivata ad un livello sempre più interessante per il mondo della distribuzione, lo dimostra l’interesse suscitato in Walmart che, all’inizio di quest’anno, ha dato il via a ben due progetti pilota, realizzati in collaborazione con IBM, per la tracciatura della filiera della produzione di carne di maiale in Cina (dove le due società stanno lavorando con la Beijing Tsinghua University) e quella della commercializzazione del mango negli Stati Uniti.

Frank Yiannas

Vice President Food Safety di Walmart

Nel corso del summit The Genius of Things, svoltosi nello scorso aprile nel quartier generale di IBM Watson IoT di Monaco, durante il quale ha illustrato alla platea questo secondo progetto, Frank Yiannas, Vice President Food Safety di Walmart, ha dichiarato: “La trasparenza nella filiera consente di identificare chiaramente le responsabilità e questo aumenta la fiducia dei consumatori”. Il top manager ha espresso tutto il proprio entusiasmo verso la tecnologia blockchain affermando inoltre: “Siamo convinti al 100% che non aumenterà i costi per il settore”, ha detto. Yiannas ha quindi esposto un primo risultato del progetto (che registra tutti i passaggi del prodotto, dal campo al confezionamento, fino agli scaffali): una confezione potenzialmente sospetta di mango è stata rintracciata in soli due secondi, contro i sei giorni e 18 ore che sarebbero stati necessari con il vecchio sistema di controllo. “Negli Stati Uniti le malattie da contaminazioni costano al comparto ortofrutta decine di miliardi di dollari in termini di perdite di produttività, fatture mediche, cause legali e strutture chiuse. La sicurezza alimentare è una responsabilità condivisa, vinciamo o perdiamo insieme. E noi vogliamo collaborare”, ha quindi concluso Yiannas.

Patrizia Fabbri

Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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