“The Great Reset” all’insegna della sostenibilità

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Editoriale

“The Great Reset” all’insegna della sostenibilità

08 Ott 2020

di Patrizia Fabbri

Ci sono alcuni momenti cruciali nella nostra civiltà (e dicendo “nostra” non do alcuna caratterizzazione sociale, politica, religiosa, geografica o economica, mi riferisco semplicemente a “noi” come esseri umani), momenti universali che segnano uno spartiacque, che separano il prima dal dopo.

Non mi riferisco a eventi che, seppur tragici e sconvolgenti come guerre, eccidi, carestie o la pandemia che sta così profondamente incidendo sulla nostra quotidianità, possono avere letture talmente diverse da non rappresentare snodi dal potere educativo per tutta l’umanità: la Storia, purtroppo, non insegna nulla, o meglio, l’uomo non è portato a imparare da essa.

Quelli a cui mi riferisco sono momenti in cui si esprimono punti di riferimento per l’essere umano; concetti, principi e intenti che, sebbene in alcuni casi risalgano a secoli fa, continuano a rappresentare valori essenziali dell’umanità. Valori che si cristallizzano in documenti come, per esempio, il Discorso di Pericle agli ateniesi del 461 a.C., la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948 che da quella deriva, la Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1923, la codificazione del reato di “crimine contro l’umanità” il cui iter giuridico, a partire dal 1945, è stato lungo e laborioso.

È il tempo di “The Great Reset” …perché “siamo tutti coinvolti”

L’ultimo documento, in ordine di tempo, che a mio parere si inserisce a pieno titolo in questo elenco è la Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2015, Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il cui spirito animatore è sintetizzato nel punto 50: “Anche oggi stiamo prendendo una decisione di grande importanza storica. Decidiamo di costruire un futuro migliore per tutte le persone, compresi i milioni a cui è stata negata la possibilità di condurre una vita decente, dignitosa e gratificante e raggiungere il loro pieno potenziale umano. Possiamo essere la prima generazione che riesce a porre fine alla povertà; così come potremmo essere l’ultima ad avere la possibilità di salvare il pianeta. Il mondo sarà un posto migliore nel 2030 se riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi”.

Come tutte le dichiarazioni di principio, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è molto ambiziosa, soprattutto per il limite temporale indicato per la sua realizzazione, ed è giusto che sia così perché una dichiarazione di questo tipo deve necessariamente porsi obiettivi di ampio respiro ma, nel contempo, deve trasmettere un senso di urgenza.

Sono passati 5 anni esatti dall’emanazione di quella Risoluzione, era il 25 settembre, e in questi 5 anni, diciamolo, di questo senso di urgenza non sembra siamo stati molto consapevoli, ma la crisi provocata dal Covid-19 sembra avere dato un’accelerata a questa consapevolezza. Che il modello di sviluppo capitalistico sia in crisi e mal si combini con un futuro auspicabile per l’umanità e il nostro pianeta non è affermazione di qualche sparuto circolo marxista. Se ne discute da tempo e almeno da dopo la crisi del 2008 è al centro del dibattito nelle principali istituzioni economiche e finanziarie, ma il Covid sta provocando un cambio di passo come sembra dimostrare anche il tema del summit annuale del World Economic Forum (WEF) che si terrà il prossimo gennaio a Davos, sintetizzato in un’espressione quanto mai efficace: The Great Reset. Perché, come ha detto Antonio Guterres, Segretario Generale dell’Onu, “questa tragedia umana deve darci la sveglia. Dobbiamo costruire economie e società più uguali, inclusive e sostenibili, che siano più resilienti davanti alle pandemie, al cambiamento climatico e a molte altre sfide”.

Tech for Good, tecnologia per lo sviluppo sostenibile…

La tecnologia rappresenta un grande abilitatore di questo “new deal”. Prima di tutto è chiamata direttamente in causa dall’Obiettivo 9: “Costruire infrastrutture resilienti e promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile”. Ma in realtà, tecnologia e innovazione possono essere la chiave di volta per supportare il raggiungimento di ognuno dei 17 obiettivi (SDG – Sustainable Development Goals) enunciati nella Risoluzione.

Di spunti ne sono emersi parecchi nel Sustainable Development Impact Summit 2020, il IV summit sul tema che il WEF ha tenuto dal 21 al 24 settembre, per la prima volta in modo totalmente virtuale. Nell’evento sono stati approfonditi 7 ambiti (How to Save the Planet, Fairer Economies, Tech for Good, Society & Future of Work, Better Business, Healthy Futures, Beyond Geopolitics), ciascuno dei quali indirizza uno o più SDG, e nel sito del WEF è possibile accedere gratuitamente a buona parte dei contenuti.

Nella mia “esplorazione” mi sono ovviamente concentrata su Tech for Good (ma spunti interessanti si trovano in ciascuno dei temi trattati) che indirizza, oltre al già citato Obiettivo 9 anche gli Obiettivi 8 (Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti) e 12 (Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo).

Prima di tutto ci sono paradigmi, come il cloud e Internet, che hanno ormai delegittimato un assunto degli anni passati e cioè che l’innovazione sia prerogativa di chi se la può permettere. Oggi non è più così e tecnologie fino a ieri inarrivabili per una PMI possono essere fruibili as a service aiutando anche le piccole realtà a raggiungere nuovi mercati o sviluppare prodotti e servizi innovativi.

La blockchain, per esempio, può contribuire a scambiare prodotti e servizi in modo più trasparente e sicuro e con una maggiore efficienza. Il WEF ha identificato almeno 3 aree dove la blockchain può essere di supporto ad altrettanti SDG:

  1. Costruire filiere resilienti e trasparenti (SDG 9): il Covid-19 ha evidenziato le sfide e le vulnerabilità nelle supply chain globali, aumentando le richieste di trasparenza e tracciabilità. L’implementazione di supply chain resilienti, sicure e trasparenti è un’esigenza per il commercio globale e un imperativo per le emergenze sanitarie: la startup indiana StaTwig ha sperimentato l’uso della blockchain per monitorare la consegna di vaccini. O, ancora, per combattere lo sfruttamento: AB InBev ha implementato la tecnologia blockchain in Zambia per facilitare la trasparenza nei prezzi di colture di provenienza locale come la manioca, per la quale gli agricoltori erano storicamente sottopagati.
  2. Creare istituzioni pubbliche più forti e responsabili (SDG 16): gli appalti pubblici sono una delle maggiori fonti di spesa pubblica e, di conseguenza, la principale fonte di corruzione ufficiale a livello mondiale. La complessità e la relativa opacità contribuiscono a sprecare una grande quantità di denaro: sebbene la tecnologia da sola non sia sufficiente, può essere uno strumento potente se associata ad altri strumenti di carattere politico.
  3. Stimolare l’approvvigionamento e il consumo responsabili (SDG 12): l’iniziativa Mining and Metals Blockchain lanciata lo scorso anno, per esempio, ha riunito 7 realtà primarie del settore come De Beers e Eurasian Resources Group per esplorare l’uso della blockchain per il monitoraggio delle emissioni di carbonio e la trasparenza della catena di approvvigionamento; o ancora, il Responsible Sourcing Blockchain Network ha riunito attori automobilistici tra cui Ford e Volkswagen per sperimentare l’uso della blockchain per l’approvvigionamento etico di minerali.

La grande disponibilità di dati, alimentata da altri modelli innovativi come l’Internet of Things, combinati in futuro con il 5G, ci consente di prendere decisioni sempre più informate e l’intelligenza artificiale ci permette di correlare i miliardi di informazioni sempre più rapidamente, supportandoci in un miglioramento continuo.

La formazione può avere un impulso incredibile dall’implementazione di nuove tecnologie: realtà aumentata e realtà virtuale hanno potenzialità enormi in questo ambito, senza contare ovviamente le opportunità dell’e-learning. Anche in questo caso una formazione altamente qualificata può essere resa facilmente disponibile sia alle fasce meno abbienti della popolazione dei paesi economicamente avanzati sia ai paesi meno sviluppati.

E questi sono solo alcuni esempi.

The Great Reset
La mappa logica dello sviluppo sostenibile elaborata dal WEF dove sono evidenziate le connessioni di una innovazione responsabile. Tutti elementi su cui riflettere per The Great Reset

… ma anche acceleratore di disuguaglianze

Ma c’è il risvolto della medaglia e anche in questo caso il Covid è entrato a gamba tesa su un nervo scoperto: la tecnologia può essere contemporaneamente un potente acceleratore di disuguaglianze.

Se la connessione Internet non è disponibile per tutti, i fantastici esempi che ho appena portato rimangono una prerogativa di una parte dell’umanità e il lavoro da fare è ancora tanto: il rapporto dell’ONU sui progressi negli SDG evidenzia che, a fronte dell’87% della popolazione dei paesi sviluppati che ha accesso a Internet, nei paesi meno sviluppati questo dato crolla al 19% (e già 87% significa non tutti).

L’intelligenza artificiale è un altro tema delicatissimo sul quale il dibattito etico è acceso e aperto: le implicazioni che machine learning, natural language processing, riconoscimento facciale ecc. hanno nella nostra vita, le incursioni nella nostra privacy che possono consentire, il rischio che nascondono di minare la nostra stessa libertà di azione e pensiero hanno imposto negli ultimi anni non solo una profonda riflessione, ma la messa in atto di azioni concrete affinché una grande conquista del progresso non si trasformi in un pericoloso boomerang. Ne è un esempio il documento rilasciato lo scorso anno dalla Commissione Europea Ethics Guidelines for Trustworthy AI.

E ancora, i rifiuti elettronici: la produzione pro capite di rifiuti elettronici è passata da 5,3 kg nel 2010 a 7,3 kg nel 2019 e il riciclo non ha certo tenuto questo ritmo. Anche nelle nazioni più ricche, i tassi di raccolta dei rifiuti elettronici sono inferiori al 50% mentre i paesi a basso reddito non hanno le infrastrutture per gestirla e, spesso, diventano la discarica illegale per i paesi che consumano di più.

Per non parlare poi dell’impatto che automazione, intelligenza artificiale, nuove tecnologie hanno sul mondo del lavoro: si stima che intorno al 2055, il 50% delle attività di lavoro attuali sarà automatizzato. È vero che si creeranno nuovi lavori, ma non vi sarà un “travaso” automatico di lavoratori, inevitabilmente una parte di quelli attuali non troverà più posto nel futuro mondo del lavoro. La differenza tra Tech for Good e Tech for Divide sta tutta nel ruolo che queste persone avranno nel mondo che contribuiremo a costruire.

È il momento di scegliere da che parte stare

Ecco quindi che è il momento di scegliere da che parte stare, di misurare ogni nostra azione con la metrica della sostenibilità, anche per la nostra “piccola” comunità di uomini e donne che si occupano di tecnologia e digitalizzazione perché, parafrasando De André, “…anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti”.

Patrizia Fabbri

Giornalista, Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

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