Del Covid-19, del Carnevale Ambrosiano, della tecnologia digitale e della responsabilità

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Editoriale

Del Covid-19, del Carnevale Ambrosiano, della tecnologia digitale e della responsabilità

29 Feb 2020

di Patrizia Fabbri

Oggi a Milano è l’ultimo giorno di Carnevale. Solitamente da giorni le strade sono cosparse di coriandoli e il sabato grasso la festa inizia dal pomeriggio per protrarsi fino alla mezzanotte, con le maschere che entrano ed escono dai locali di Brera e dei Navigli. 29 febbraio 2020: come è facile immaginare, tutta un’altra storia.

Dei diversi racconti che spiegano lo spostamento di 4 giorni del Carnevale Ambrosiano, quello che fin da bambina a me è piaciuto sempre di più ascoltare è quello della dispensa papale ottenuta dal vescovo Ambrogio: la peste aveva devastato la città, la popolazione era in quarantena, le scorte alimentari razionate, gli scambi commerciali azzerati…poi…una lunga e improvvisa pioggia aprì uno spiraglio di speranza, il contagio si arrestò e il Vescovo ottenne dal Papa il rinvio dell’inizio della Quaresima permettendo così, a una popolazione stremata da malattia e privazioni, di festeggiare anche la fine di un incubo prima di iniziare il periodo cristiano di digiuno e penitenza.

Non so se è andata proprio così, se quella pioggia c’è davvero stata, ma adesso sì che mi piacerebbe che Milano (e il resto d’Italia e del mondo) fosse colpita da una pioggia scrosciante. Una pioggia di raziocinio, equilibrio, buon senso. Una pioggia che si porti via il panico, l’irrazionalità, la sconsideratezza.

In questi giorni ho evitato di commentare sui social post relativi al Covid-19, altrimenti detto “coronavirus” (un termine che, seppur impreciso, già da solo mette paura) o, con un tono più confidenziale, come se si parlasse di un vicino un po’ invadente, “il corona”. L’unico post che mi sono sentita di scrivere è stato per suggerire la lettura di un articolo de Le Scienze dal titolo Giornalisti e coronavirus: come informare in modo responsabile. Non volevo alimentare una discussione che sta ormai superando i confini della realtà.

Ma la coincidenza tra quello che sta succedendo oggi nella mia città (sono appena tornata dal mercato di via Fauché, uno dei più frequentati il sabato, e c’era un terzo delle solite bancarelle, con pochi e sparuti acquirenti) e la peste del 300 era troppo ghiotta per non aggiungere anche il mio contributo al calderone infernale che da giorni ci sta triturando attraverso TV, Internet e carta stampata.

Scrivendo per ZeroUno non sono fortunatamente neanche tentata a inseguire il computo di morti e contagiati o le dichiarazioni dell’OMS (sempre le stesse “non siamo in una situazione pandemica”, ma che se dette una volta sono di conforto, se ripetute in continuazione ottengono l’effetto contrario). E quindi voglio scrivere di quello che mi è più consono, del rapporto tra “il corona” e la tecnologia, del come, e se, è cambiata la mia vita in questi giorni convivendo con il primo e grazie alla seconda.

L’unica cosa che voglio dire riguardo al virus, non essendo né un medico né una scienziata, è che mi sembra di avere capito che il problema principale sia quello di limitare il contagio affinché le persone fisicamente più fragili non rischino di ammalarsi perché, se in generale la letalità del virus è bassa o assimilabile a quella di un’influenza, nel caso di persone immunodepresse o colpite da altre patologie può comportare complicanze gravi fino al decesso. Per questo mi sembrano condivisibili le azioni messe in atto dalle istituzioni per isolare i focolai e limitare situazioni di grande assembramento nelle aree a potenziale rischio, così come penso sia una questione di responsabilità nei confronti della società il cercare di non ammalarsi, non certo perché ci sia concretamente da temere per la propria salute nel caso ciò avvenga. Se non siamo nelle condizioni di cui sopra, non ammalarsi è un dovere più nei confronti degli altri che una tutela della nostra incolumità.

Detto questo, l’emergenza ci sta insegnando che la tecnologia può essere di grande aiuto.

“Il corona” e la mia quotidianità lavorativa

Inizio subito con il dire che l’impatto di questa emergenza sanitaria sulla mia attività lavorativa è stato praticamente nullo. Lavoro in un’azienda che, come è facile presupporre, utilizza da tempo tutte le tecnologie possibili di comunicazione e collaborazione e nella quale l’adozione dello smartworking è ormai rodata e applicata con soddisfazione da parte di tutti. Martedì sono andata in redazione, ma l’edificio era quasi deserto, molti colleghi abitano fuori città e hanno preferito non affollare i mezzi di trasporto, per altri la chiusura delle scuole ha imposto il rimanere a casa con i figli, su altri ha probabilmente influito il clima da “armageddon” di questi giorni. Quindi da mercoledì sono rimasta a casa a lavorare, ma delle riunioni e degli incontri che avevo non ne è saltato uno: tutti sostituiti da collegamenti via Teams o Webex. Per quanto riguarda la parte più “individuale” del mio lavoro, già da tempo la svolgo in smart working.

Certo, mi è mancato un po’ l’aspetto “sociale”: la battuta in redazione, la chiacchiera alla macchinetta del caffè, il pranzo in compagnia, ma per un po’ di giorni si può fare e poi… ne ha goduto il mio gatto.

Lo stesso dicasi per i confronti con i miei colleghi: ieri abbiamo fatto una riunione dei direttori delle testate di Digital360 con il CEO del Gruppo, Andrea Rangone, via Teams e si è svolta senza alcun disagio. Andrea e gli altri colleghi hanno condiviso il fatto che questa emergenza non ha avuto alcun impatto significativo sugli appuntamenti fissati che sono stati semplicemente trasformati da fisici in virtuali. Non solo, come Gruppo avevamo anche in programma due incontri fisici organizzati per i nostri clienti con la community degli utenti e li abbiamo rapidamente convertiti in webinar.

Ma non ci si improvvisa smart worker o smart company

Tutto molto semplice? Sì, ma se mi fossi trovata in una realtà che non avesse già fatto determinate scelte organizzative e tecnologiche, sarebbe stato altrettanto semplice? La risposta è netta: no.

Perché non ci si improvvisa né smart worker né smart company. Prima di tutto c’è un tema organizzativo perché non stiamo parlando semplicemente di lavorare da remoto, lo smart working non è il telelavoro e l’azienda deve lavorare su flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone; vuol dire passare da una valutazione del rendimento di un lavoratore basata sul tempo di lavoro a una valutazione basata sui risultati, sulla qualità del lavoro svolto. Ogni lavoratore, indipendentemente dalla propria condizione contrattuale, diventa un “professionista”, un “imprenditore di se stesso”. E non è un percorso facile: né per il lavoratore né per l’azienda che lo mette in atto.

Da parte del lavoratore vuol dire, di fronte a un insuccesso, a un’attività non riuscita, dimenticare il comodo atteggiamento alla Ponzio Pilato “io il mio dovere l’ho fatto”. Da parte dell’azienda vuol dire, da un lato, un ingaggio sempre più forte dei lavoratori condividendo strategie e spirito aziendale, dall’altro, accettare che si possa sbagliare, essere consapevoli che è necessaria una revisione continua dei modelli. Difficile per un’azienda che non ha fatto propri e sperimentato questi concetti passare indolore, in una situazione di emergenza, da un’organizzazione gerarchica a un’organizzazione flessibile così come per un lavoratore abituato a eseguire degli ordini, trovarsi improvvisamente a gestire in autonomia il proprio tempo lavorativo.

Poi viene il tema tecnologico. Se noi non avessimo avuto tutto in cloud e se non fossimo abituati a lavorare con strumenti di condivisione e collaborazione avremmo affrontato con altrettanta serenità questi giorni di emergenza? Anche qui la risposta è netta: no.

E ancora. Se non abitassi a Milano, la città più cablata d’Italia, avrei potuto fare con facilità videochiamate con 2-3 persone in contemporanea e condividere con loro ppt, modificandone i contenuti in diretta? Non credo. Quindi per essere smart worker e smart company bisogna anche vivere in una smart city.

Sono piccolissimi e personali esempi, anche abbastanza banali, che danno l’idea di come la tecnologia può essere di grande supporto, ma solo se ci si è attrezzati per fare in modo che lo sia.

Scuole chiuse fisicamente, ma aperte online

Altro tema, quello della chiusura delle scuole. In alcune aree del paese sono chiuse da una settimana ed è notizia di oggi che Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna hanno prolungato la chiusura di una settimana. Certo, potete sempre sperare di avere un figlio molto, molto responsabile che si porterà avanti studiando per conto proprio. Ma non si può pensare che l’istruzione di una nazione si basi sulla buona volontà personale. E anche qui, la tecnologia può fare molto.

L’Istituto Tecnico Economico “Enrico Tosi” di Busto Arsizio (2.000 studenti e 200 docenti) ha attivato da martedì 25 febbraio la didattica online in modalità MOOC (Massive Open Online Courses) con classi virtuali secondo il normale orario di lezione della scuola. Agli studenti è stato inviato un video tutorial per le attività previste, che gli studenti sono tenuti a svolgere esattamente come se fossero andati fisicamente a scuola. E non è il solo. Ma per gli studenti del Tosi l’utilizzo della tecnologia a scuola non è una novità e ogni studente ha un tablet in dotazione ed è una comunità scolastica abituata a lavorare in digitale.

Ma non tutte le scuole sono state in grado di far fronte alla situazione: ho spulciato i siti di alcuni dei più blasonati licei milanesi e l’unica traccia che ho trovato relativamente al coronavirus è stata la comunicazione della chiusura della scuola e il link all’ordinanza regionale!

Le università si sono mosse con un leggero ritardo, ma già numerosi istituti universitari delle regioni interessate alla chiusura, dal prossimo lunedì attiveranno corsi a distanza, solo per citare alcuni esempi: l’Università di Pavia ha pubblicato oggi l’avviso che da lunedì 2 marzo inizia la didattica a distanza, con lezioni ed esami in via telematica, compresi quelli di laurea; l’Università di Parma rende disponibili materiali e lezioni da lunedì sulla piattaforma di ateneo Elly, mentre si riserva di dare ulteriori notizie per esami e lauree più avanti; mentre rimanda l’apertura dei corsi semestrali al 9 marzo, l’Università degli Studi di Padova ha comunicato ieri la ripresa il 2 marzo dei corsi trimestrali in modalità telematica, così come degli esami, anche di laurea, sempre in modalità online; e naturalmente non poteva mancare il Politecnico di Milano che ha attivato lezioni a distanza già in questa settimana.

La tecnologia quindi sta aiutando a garantire il diritto all’istruzione in una situazione di emergenza, ma dove la tecnologia non è già entrata a far parte della normale attività didattica questo diritto non può essere garantito.

Una informazione seria e responsabile

In conclusione, quindi, da questa emergenza possiamo trarre alcuni importanti insegnamenti, oltre al fatto che non siamo più nel 300 e non siamo neanche nel 1918 quando la famosa “spagnola” uccise milioni di persone nel mondo: la ricerca scientifica ci consentirà probabilmente di avere un vaccino entro pochi mesi e le condizioni sanitarie sono tali da ridurre la già limitata letalità del virus.

Veniamo agli insegnamenti. Prima di tutto che temi come trasformazione digitale e innovazione tecnologica vanno affrontati per tempo se si vuole che le emergenze non devastino la nostra vita quotidiana; in secondo luogo che un’informazione più consapevole, meno strillata, più interessata a “informare” che a catturare spicchi di audience avrebbe fatto un gran bene alla nostra stabilità mentale ed emotiva e alla nostra economia.

Ah…dimenticavo. Chi fa il mio mestiere sa quanto ormai sia importante seguire alcune regole per la SEO (Search Engine Optimization): se vogliamo essere letti, dobbiamo essere trovati e dato che il traffico organico (da ricerche sui motori di ricerca appunto) è una parte importante del traffico di un sito di informazione, dovendo esprimere un concetto privilegiamo l’utilizzo del sinonimo più cercato. Il tutto è poi mediato dalla personale sensibilità stilistica e non solo. L’inquietante termine “coronavirus” è molto più cercato di quello scientifico, ma di minor impatto mediatico, “Covid-19”, nel titolo del mio articolo ho deciso di utilizzare il secondo: anche questa è una scelta.

Patrizia Fabbri

Giornalista, Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

Del Covid-19, del Carnevale Ambrosiano, della tecnologia digitale e della responsabilità

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  1. Maria Cristina says: 3 Marzo 2020 @ 14:28

    Complimenti per l’articolo Patrizia: chiaro e con diversi spunti utili per il futuro!

  2. Patrizia Fabbri says: 3 Marzo 2020 @ 16:13

    Grazie Maria Cristina e chissà che la pioggia che ieri è caduta su Milano non sia di buon auspicio 🙂

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