Covid-19: noi torneremo quelli di prima, la società no

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Editoriale

Covid-19: noi torneremo quelli di prima, la società no

Dalla straordinarietà di questo periodo non credo ne usciremo profondamente cambiati, come molti sostengono: siamo il risultato di 5.000 anni di storia, non bastano 3 mesi di isolamento per spazzarli via. Di converso quella che invece penso cambierà, e parecchio, è la società nelle economie avanzate: il modo di relazionarsi, di organizzare la propria vita, di gestire l’attività lavorativa, ma anche di muoversi o di fruire di prodotti e servizi risentirà intensamente della limitata fisicità che ha contraddistinto questo periodo. Nel bene e nel male.

20 Mag 2020

di Patrizia Fabbri

Ho una forte idiosincrasia verso ogni espressione retorica, quindi mal sopporto le pubblicità mielose che imperversano in questo periodo e sono oltremodo scettica su frasi come “ne usciremo profondamente cambiati”, “abbiamo avuto modo di riflettere su quello che è veramente importante” ecc.

Quello che siamo oggi è il risultato di 5.000 anni di storia e non credo che due o tre mesi di isolamento possano incidere profondamente sulla nostra essenza umana più di quanto non abbiano fatto secoli di guerre, eccidi, stragi efferate, ma anche ricchi di generosità, arte, intelligenza, scoperte, invenzioni. Siamo quello che abbiamo costruito in 5.000 anni, per questo credo che ciascuno di noi tornerà a essere quello che era prima di questa emergenza sanitaria.

I primi segnali, forti e chiari, ci sono: li troviamo in chi sta approfittando di questa situazione per guadagnarci (in “piccolo” con squallidi commerci di mascherine e presidi sanitari, in “grande” attraverso speculazioni finanziarie che rischiano di far fallire interi paesi); li troviamo negli hater di professione e in chi non esita a minacciare e dire cose orribili a una ragazza di 24 anni che ha subìto 535 giorni di prigionia, non meno duri perché “non è stata picchiata, violentata o incatenata”; li troviamo in chi si indigna oggi per il prezzo della verdura salito vertiginosamente, ma non ha mai battuto ciglio su quei 7.000 braccianti pagati in media 3 euro all’ora che nella Capitanata ogni anno raccolgono un terzo della produzione nazionale di pomodori e oggi protesta per la loro regolarizzazione. E potrei proseguire con decine di altri esempi che confermano come siamo già tornati quelli che eravamo.

Quella che invece penso cambierà, e parecchio, è la società nelle economie avanzate: il modo di relazionarsi, di organizzare la propria vita, di gestire l’attività lavorativa, ma anche di muoversi o di fruire di prodotti e servizi risentirà intensamente della limitata fisicità che ha contraddistinto questo periodo.

Nel bene e nel male.

Nonostante le derive negative connaturate alla stessa evoluzione scientifica e tecnologica, in genere scienza e tecnologia hanno contribuito a migliorare costantemente la qualità della nostra vita. La trasformazione digitale non è da meno, anche se in questo caso fino ad oggi trovavo più appropriato il verbo “semplificare: con la digitalizzazione della PA era più semplice richiedere un certificato; con l’ecommerce più facile scegliere e acquistare; con Internet più agevole fare ricerche ecc.

In questi quasi tre mesi di isolamento ci si è invece resi conto, tutti, che la trasformazione digitale non si limita a rendere più semplici certe attività, ma che ha fatto la differenza, migliorando la nostra vita. Già perché se avessimo dovuto affrontare questo periodo senza Zoom, senza Teams, senza Internet, senza ecommerce, senza questa finestra collaborativa aperta sul mondo, lavorare, fare la spesa, vedere amici e parenti, leggere o colmare la nostra sete di informazioni sarebbe stato impossibile e la nostra vita sicuramente molto, ma molto, peggiore.

E quindi sì, credo che questi mesi di isolamento avranno un impatto sulla società anche quando fase 2, fase 3, fase 4 o fase 5 saranno terminate. Perché, a fronte delle barriere fisiche che abbiamo dovuto innalzare, questo isolamento ha contribuito ad abbattere molte barriere culturali. Ma ha anche fatto suonare con maggiore intensità alcuni campanelli di allarme.

Se il lavoro non si misura con il tempo

La madre di tutti i cambiamenti è il cosiddetto smart working. Da una survey condotta all’interno del nostro Gruppo, in full smart working dal 24 febbraio, è emerso che l’88% delle persone ritiene che la propria efficacia lavorativa sia invariata o migliorata in questi mesi di smart working “forzato” rispetto a prima e non si sono riscontrati problemi di interazione con colleghi e clienti. Sono invece emersi alcuni vantaggi attribuibili a questa esperienza: maggiore responsabilizzazione e autonomia, orientamento per obiettivi, migliore capacità di concentrazione e ottimizzazione dei tempi.

Facile, direte, voi siete “digital” nel DNA. Ma non è così, lo stesso giudizio positivo ci è stato riportato da varie realtà che stiamo intervistando in questo periodo, come, per esempio, Debora Guma, Group CIO Lactalis Italia, secondo la quale questa forzatura nello svolgere il proprio lavoro a distanza può portare a una visione del lavoro più matura che valorizzi non tanto la presenza fisica in azienda, ma che dia quella fiducia che tutti noi abbiamo dovuto e voluto avere nei confronti dei collaboratori: è una cosa importante e può diventare valore di un nuovo stile manageriale”, ma non solo ha aggiunto Guma: “Un’altra lezione per ognuno di noi è la responsabilizzazione individuale: con il virus abbiamo capito che ognuno di noi poteva causare problemi agli altri e questo è vero anche nel lavoro, bisogna sentirci pezzi importanti di un unico puzzle”.

Sebbene quello cui abbiamo assistito in questi mesi si debba definire più lavoro a distanza che smart working, le considerazioni della CIO di Lactalis ci portano a pensare che lo shock causato dal lockdown possa indurre le aziende ad avvicinarsi con maggiore consapevolezza e minori pregiudizi negativi a un modello organizzativo basato su fiducia e responsabilità.

Naturalmente non sono da sottovalutare segnali di disagio lanciati da una parte dei lavoratori sottoposti a questo confinamento forzato, soprattutto nella componente femminile. Da una delle tante rilevazioni effettuate in questo periodo, quella di InfoJobs, emerge che, a fronte di un irrisorio 7% globale che afferma di essere meno produttivo a causa degli impegni familiari da gestire in contemporanea, la percentuale sale al 33% per le donne con figli conviventi. A dimostrazione che non importa quale ruolo una donna ricopra in azienda, quando è in casa, la responsabilità dei figli è principalmente sua.

Ci sono certamente da risolvere alcuni snodi organizzativi ed è necessario un maggiore supporto ai lavoratori e alle lavoratrici affinché possano davvero sfruttare tutte le opportunità dello smart working, ma non è un problema tecnologico.

La tecnologia c’è e abilitare digital workplace è ormai diventato un imperativo per molte aziende: in una spesa globale IT che le ultime previsioni Gartner (maggio 2020) danno in calo dell’8% a causa dell’impatto di Covid-19, gli investimenti in servizi di public cloud aumenteranno del 19% soprattutto grazie al lavoro da remoto che diventerà la modalità di lavoro permanente per molti lavoratori anche a pandemia finita.

Una comunicazione senza confini

Nel 2003 mi trovavo in un isolato villaggio della Cisgiordania dove insegnavo italiano in un centro culturale. Una sera vidi entrare una coppia molto anziana: l’uomo, appoggiato a un bastone, sosteneva la moglie e l’aiutò a sedersi davanti al computer messo a disposizione dei visitatori. Indossata la cuffia, dopo qualche minuto i due erano in videochat con il nipote che studiava a Parigi e, mi spiegarono i ragazzi del Centro, quella scena si ripeteva ogni settimana. Quell’episodio mi fece capire come una cosa che io fino a quel momento avevo vissuto come poco più che un divertimento, potesse invece migliorare in modo significativo l’esistenza di quei due anziani contadini.

Non avrei mai immaginato che, 17 anni dopo, mi sarei trovata a usare uno strumento analogo per vedere gli amici che abitano a 200 metri da casa mia e con i quali, fino al 23 febbraio, trascorrevamo spesso il sabato sera. Così come non avrei mai pensato possibile convertire nel giro di 3 giorni un evento che prevedeva la presenza in un luogo fisico di oltre 50 tra relatori e giornalisti, in un evento digitale con il collegamento da remoto di tutti i partecipanti. Eppure, lo abbiamo fatto.

E questo è successo in tutto il mondo: Zoom, l’app per videoconferenza che ha avuto un vero e proprio boom in questo periodo, in Italia solo in aprile è stata scaricata 3 milioni di volte; il CEO Eric Yuan ha affermato che gli utenti globali quotidiani attivi a metà aprile sono stati 300 milioni, il 50% in più rispetto all’inizio del mese, mentre alla fine del 2019 erano appena 10 milioni.

Del resto, Gartner, a fronte del già accennato calo della spesa IT, ritiene che gli investimenti in sistemi di videoconferenza basati su cloud registreranno nel 2020 un incremento del 24,3%.

Dalla crescita degli ebook alla DAD

Un altro esempio di come la clausura abbia abbattuto alcune barriere è la vendita di libri in formato digitale. Sebbene la dinamica del mercato editoriale del segmento libri sia molto complessa e difficilmente illustrabile in poche righe, una cosa è certa: il mercato degli ebook in Italia non è mai decollato.

Ebbene, la rivista Il Libraio registrava a fine marzo un aumento delle vendite dei libri digitali e degli audiolibri del 50% e Alessandro Magno, Chief Digital Officer del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, in un’intervista rilasciata a ZeroUno afferma che molti di questi lettori continueranno a utilizzare questo supporto anche a emergenza finita. Già, perché quella tra libro cartaceo e libro digitale è stata spesso una “guerra di religione” dove il rifiuto del secondo aveva motivazioni più che altro emotivo-affettive: l’esperienza di questi mesi ha portato a un approccio più equilibrato, questo non significa certo che il libro cartaceo verrà eliminato, ma semplicemente che digitale e cartaceo convivranno probabilmente con maggiore armonia.

E l’Associazione Italiana Editori ha fornito i dati relativi ai libri di testo in formato digitale scaricati dagli studenti dal 24 febbraio: 2.000.000. Un dato con il quale ci affacciamo al mondo della scuola per il quale senza le tecnologie, la lunga chiusura avrebbe comportato la perdita di un intero anno scolastico per 8 milioni di studenti dalla materna alle superiori e circa 1 milione e 600mila universitari. Grazie alla Didattica a distanza (DAD) delle 75 milioni di ore di lezione stimate perse se ne sono potute recuperare almeno circa 15 milioni. Un grande esperimento che non è destinato a rimanere solo un esprimento.

Giovanni Biondi, presidente di Indire, l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, ha dichiarato: “Questa esperienza non lascerà la scuola uguale a prima. È una grande occasione per molti insegnanti di scoprire e provare ad usare le tante potenzialità che oggi offre il digitale anche alla scuola. Ci sono decine di soluzioni possibili dalle più semplici alle più sofisticate e sono tutte alla portata anche di neofiti. Non è necessario essere esperti ma anzi si può iniziare a provare’”.

L’impatto sulla funzione IT

Eh ragazzi, qui poche righe non sono sufficienti. Da una parte vi consiglio di sentire le videointerviste che stiamo facendo con i CIO proprio anche per capire l’impatto di questa situazione sull’IT, pubblicate sul canale YouTube 360on. Dall’altra, potrei sintetizzare quello che è successo con un detto molto popolare e quanto mai azzeccato: “Tutti i nodi vengono al pettine”.

Non ci sono state eccezioni: chi si era già dotato di un’infrastruttura flessibile e scalabile, predisposta per il lavoro da remoto, ha potuto fronteggiare il lockdown con estrema rapidità; chi non aveva intrapreso questa strada, è rimasto al palo o ci ha messo settimane prima di riuscire, e solo parzialmente, a riprendere l’attività.

Poi, le gradazioni e i modi con cui questa infrastruttura era stata costruita sono diversi, non è detto che il cloud sia stato la condition sine qua non. In alcuni casi, come ci ha raccontato Giovanni Daconto, Group CIO di Ariston Thermo Group, si sono evidenziati alcuni limiti sulle reali flessibilità in termini di SLA di questa opzione, limiti sui quali i service provider e gli utenti si troveranno a dover riflettere.

Ma due trend sono sicuramente confermati: automazione e software defined (infrastructure, network, data center, storage ecc.).

Ma attenzione all’acuirsi di problemi etici e sociali

Anche per questo tema sarebbe necessaria una serie di articoli a sé stante (cosa peraltro che stiamo facendo), è però importante sottolineare almeno due aspetti, certamente non nuovi ma che questa emergenza sta illuminando di una luce ancora più vivida.

Primo fra tutti, quello della disuguaglianza: se per quanto riguarda la disuguaglianza economica e sociale non siamo in grado o non vogliamo trovare politiche efficaci per contrastarla, cerchiamo almeno di non acuirla a causa del digital divide. Perché in questo caso non abbiamo giustificazioni. Se le tecnologie possono aiutarci a migliorare la nostra vita e costituiscono un differenziale importante, il non potervi accedere rischia di rendere ancora più gravi le differenze e, come è il caso della scuola, per esempio, se non è possibile accedere alla didattica a distanza, di inibire la fruizione di un proprio diritto.

Il secondo tema è quello della privacy. È emerso con forza quando si è iniziato a parlare delle app di tracciamento dove, nell’esasperazione del dibattito, in alcuni momenti sembrava venissero messi in opposizione due diritti fondamentali: quello alla salute e quello alla privacy. Non è così, le tecnologie oggi ci consentono di perseguire la prima nel rispetto della seconda e noi cittadini dobbiamo avere la consapevolezza che, seppur nel contesto di un mondo digitale insicuro per definizione, le aziende e le pubbliche amministrazioni devono mettere in campo tutto quello che oggi è disponibile per assicurare che nessuno possa accedere a dati che non vogliamo rendere disponibili. A questo proposito consiglio l’intervento, come sempre puntuale, del filosofo Luciano Floridi su Agenda Digitale: Floridi: “App coronavirus devono essere etiche o è meglio rinunciare”.

Patrizia Fabbri

Giornalista, Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

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