L’obbligo di una nuova prospettiva | ZeroUno

L’obbligo di una nuova prospettiva

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L’obbligo di una nuova prospettiva

20 Apr 2012

di Stefano Uberti Foppa

Quello che spesso ci manca, nell’analisi dell’evoluzione tecnologica così come in quella storica e sociale, è la piena consapevolezza del cambiamento. È sempre difficile “storicizzare” ciò che sta accadendo, e sempre più difficile è trarre da questi cambiamenti modelli e strategie utili a migliorarci (nel business così come individui e società). Molto più semplice seguire e rispondere sul contingente.

Lo stesso sta accadendo oggi, quando le aziende e le persone tendono a vivere i fenomeni sulla base del loro manifestarsi ma difficilmente elaborano un’analisi approfondita e un’azione conseguente sul piano del cambiamento strutturale. Eppure nell’informatica sta succedendo proprio questo.

Abbiamo la confluenza, con velocità e intensità diverse, di tre fenomeni fortemente impattanti sui modelli aziendali, provenienti dai cambiamenti in atto nella società: la diffusione del modello di fruizione a consumo (cloud); il diffondersi di questa fruizione attraverso ogni tipo di device (dire oggi personal computer significa appartenere ormai a un’altra epoca); la disponibilità di tecnologie per l’analisi dei dati non strutturati dove vi è gran parte della conoscenza che noi, cittadini e lavoratori, costantemente produciamo.

Queste tre forze stanno cambiando la società e con essa, naturalmente, anche la vita e i modelli di business delle aziende.

Cosa significa, per un’impresa, prendere coscienza di questi cambiamenti? Significa la consapevolezza di quanto può essere rischioso voler continuare ad associare a una società (anche dei consumi) in profonda trasformazione, tecnologie e modelli appartenenti a ciò che c’era prima di questo cambiamento. Questo non vuol dire che tutto ciò che esiste non funzioni o non sia adeguato. Vuol dire che devo essere “culturalmente” pronto al cambiamento, considerare nuove prospettive che contaminano i miei modelli organizzativi per avere un “linguaggio” (nuovi skill necessari, modelli di go-to-market appropriati, tecnologie allineate a quanto il mercato dei consumatori sta usando, ecc.) che mi consentiranno, come azienda, di traghettarmi verso il nuovo. È l’accettazione e la consapevolezza di questa discontinuità il grande valore di business che porta oggi alcune tra le aziende più innovative a sperimentare, a cercare di essere permeate da questo cambiamento. Cristallizzarsi su posizioni che hanno portato successo in passato oppure, dal punto di vista tecnologico, su eccessivi vincoli di sicurezza e di governance legati all’adozione di nuove tecnologie non sempre conosciute, significa esporsi ad un time out, ad essere fuori tempo e a dover tentare in seguito una difficilissima rincorsa.

As-a-service – Il modello cloud, o della fruibilità a consumo, vive oggi una fase altalenante tipica di tutte le grandi trasformazioni. Ci sono quelli che non capiscono e non vogliono provare; c’è chi propone per as a service ciò che invece è un rebrand di outsourcing di primo livello; c’è chi sta sperimentando senza vedere subito il ritorno… Insomma, siamo in una fase iniziale, in azienda, nell’attuazione di un modello che ha profonde radici consumer, nella fruiblità dalla rete di ciò che mi serve. Il concetto di App scaricabile a fronte di una necessità di utilizzo e rilasciabile dopo che l’applicazione è stata utilizzata, è il modello verso il quale i vendor Ict stanno andando (pensate al cambiamento verso questo concetto di app scaricabile che sta ad esempio proponendo Microsoft con il nuovo Windows 8; oppure la stessa Sap, con le sue interfacce applicative “alla Apple”…). E anche alcune aziende utenti stanno provando ormai a sviluppare propri progetti sulla logica dei cataloghi di servizi applicativi interni ed esterni che possono essere fruiti dagli utenti (e pagati dai diversi dipartimenti) alla bisogna. Una cosa non immaginabile soltanto 3-4 anni fa. Si sta partendo.

It consumerization – Chiedersi ancora oggi se sarà una moda da tenere sotto osservazione, (“Intanto io proteggo i miei sistemi informativi perché le cose importanti sono altre”) significa esporsi a una forte criticità. Significa non considerare che ormai la diffusione di mobile device su cui girano soprattutto applicazioni di mail, gestione contatti e soluzioni Crm ha raggiunto una tale pervasività (si sono venduti in Italia, nel 2011, 5.3 milioni di smartphone contro i 4.5 milioni di portatili, l’anno del sorpasso – fonte NetConsulting) che sta diventando naturale la fruizione di quei servizi applicativi a consumo prima descritti, su questo tipo di hardware. Gartner afferma che “L’It consumerization impatterà ogni azienda. I tentativi delle imprese di evitare questo fenomeno sono destinati al fallimento così come fallirono i precedenti tentativi di non considerare il Wi-Fi, gli smart mobile phones, Internet e persino i Pc”. Non essere antistorici significa allora capire come avvengono oggi le relazioni tra nuove generazioni (ma in genere tra consumatori di sempre più ampie fasce di età) e abilitare di conseguenza una fruibilità applicativa e di modelli collaborativi adeguata. Queste persone, tra qualche anno saranno lavoratori (e già oggi sono consumatori) di aziende sempre più destrutturate, permeate dal confronto con il mercato attraverso forme collaborative e di co-creazione nuove, che tengono conto di “esperienze digitali” innovative (quale evoluzione avranno i social networks?) che non potranno più essere ingabbiate da sistemi hardware perfettamente rispondenti a policy aziendali ormai obsolete.

La vera intelligence – Terza forza concomitante e di discontinuità con il passato, riguarda la gestione delle informazioni. Fino ad oggi il passo dell’analisi sui dati da cui ricavare informazioni per azioni future ha risentito, come tante altre cose, della necessaria strutturazione che i sistemi informativi avevano bisogno di avere per garantire un’adeguata governance. Dati spesso risalenti a situazioni pregresse, pochissimo real time effettuato e comunque nelle strutture classiche di data base. Ora si è aperta la sfida. Le tecnologie sono maturate e oggi con il termine “Big data” si vuole fare un passo avanti, accettare un’analisi su ciò che è realmente utile e quotidianamente utilizzato; si vuole analizzare una quantità enorme e una varietà estrema di dati e informazioni che sono la vera linfa su cui prendere decisioni.

Ci riferiamo a quell’85% di informazioni non strutturate presenti in azienda, nelle relazioni tra questa e il mercato (e-mail, video, immagini, file audio, pagine Web, presentazioni, social networks,…), dati geo referenziati, con informazioni territoriali, su mobile device, dati provenienti da sensori e interconnessi negli oggetti (Internet delle cose) e altro ancora. Una marea di dati dall’elevatissimo potenziale economico (inteso come numero di persone per le quali il dato ha un interesse significativo per l’attività svolta) che deve essere considerata, dice ancora Gartner, secondo almeno quattro dimensioni: i volumi (dati sempre più ricchi e numerosi), i contesti (linked data, dati contestualizzati), le relazioni (social data: correlati a eventi e persone), le fonti (dati provenienti da più fonti liberamente accessibili). Dati che nascondono informazioni preziosissime sulle quali (e non su quel 15% presente nei data base) le aziende prendono ogni giorno decisioni operative. Significa, anche in questo caso, aver deciso di uscire dalla strutturazione rigida (di processo e tecnologica) per cercare di capire davvero i reali andamenti: cosa il mercato pensa dei miei prodotti; come collaborano e interagiscono le persone (e soprattutto quali informazioni producono) della mia azienda e tra queste e il mercato; quali informazioni utilizzano e di quali potrebbero avere bisogno; come scoprire nuove aree di inefficienza applicando analisi su grandi numeri e in tempo reale; come realizzare e analizzare profili e cluster di utenza attraverso tutte le fonti di informazioni disponibili, ecc. Insomma anche qui si sta parlando del passaggio da una fase tecnologicamente codificata ad una in cui, proprio grazie all’estrema performance tecnologica indispensabile, si cerca di approcciare la variabilità e la quantità di informazioni che la nostra società produce ogni giorno.

È l’effetto combinato di queste tre forze che crea quella discontinuità di cui bisogna prendere coscienza. Che il mondo cambi di continuo è noto. Che ci siano fasi in cui il cambiamento, per una concomitanza di fattori sociali e tecnologici, accelera, non è sempre facile rilevarlo. Oggi viviamo questa accelerazione verso una nuova fruibilità di contenuti e informazioni che il mondo richiede. Si tratta di rivedere alla base un’impostazione culturale individuale che non è semplice attuare. Deve sfociare in un ripensamento infrastrutturale tecnologico non semplice, ma soprattutto in una modalità organizzativa aziendale e di nuovi processi che possano sfruttare questa domanda proveniente dalla società prima ancora che dai consumatori. Passare da una logica di codifica, dalla rigidità e razionalizzazione tipica dei sistemi informativi ad una nuova informatica che sappia operare nella variabilità, nella flessibilità di risposta e che veda l’indeterminatezza di approccio come valore di business, sarà probabilmente la carta vincente per le aziende del nuovo mondo verso cui stiamo andando.

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019. Oggi è una delle principali firme del magazine.

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