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Lo spin-off annunciato da IBM può far bene a vendor e clienti

Ad alcune settimane dalla notizia che, alla fine del 2021, Big Blue trasferirà il business dei managed infrastructure services a una NewCo per concentrarsi su quello dell’hybrid cloud e dell’AI, prevalgono le opinioni positive. IBM e la NewCo saranno più libere di crescere nei rispettivi ambiti. E i clienti comuni non ne risentiranno

28 Ott 2020

di Riccardo Cervelli

L’annuncio, datato 8 ottobre 2020, che alla fine del 2021 IBM effettuerà lo spin off dell’unità Managed Services Infrastructures, parte rilevante della divisione Global Technology Services, ha colto di sorpresa gli osservatori e gli utenti del mondo IT, ma non ha causato significativi scontri fra favorevoli e critici. Da parte di esperti autorevoli nei campi tecnologici e finanziari hanno prevalso le analisi in senso positivo.

Una sorpresa non sorpresa

Se non ce lo si poteva aspettare, l’annuncio dello spin off è stato giudicato da alcuni opinionisti una “sorpresa non sorpresa”.

Sorpresa perché, come già accennato, quanto IBM si appresta a scorporare non è qualcosa di accessorio, ma un’attività che da lungo tempo costituisce uno dei marchi di fabbrica della Big Blue degli ultimi tre decenni. L’enfasi posta sui servizi – sia di tipo tecnologico (Global Technology Services), sia di natura più consulenziale di business e di modernizzazione applicativa (Global Business Services) – ha costituito, dall’inizio nell’era del risanamento operato dall’ex Ceo Lou Gerstner (1993-2002), il motore principale dell’attività del vendor nato a New York nel 1911.

Una scelta, quella di investire sui servizi tecnologici gestiti (specializzandosi anche nelle soluzioni di altri vendor) e sulla consulenza sull’allora emergente tema dell’e-business, che è stata compiuta anche da altri grandi fornitori storici di IT: come Hewlett-Packard, che nel 2008 acquistò la multinazionale di servizi tecnologici e di outsourcing Electronic Data Systems (EDS), ribattezzandola HP Enterprise Services, per poi attuare uno scorporo di quest’ultima, fondendola con Computer Sciences Corporation per formare la attuale DXC Technology.

Due casi, quello di IBM e quello di Hewlett Packard Enterprise (in breve HPE), che non si possono ovviamente sovrapporre in toto: ma l’esempio può corroborare l’affermazione di Arvind Krishna, attuale CEO di IBM, secondo cui “Le esigenze di acquisto dei clienti per i servizi applicativi e infrastrutturali sono divergenti, mentre l’adozione della nostra piattaforma cloud ibrida sta accelerando. È il momento giusto per creare due aziende leader di mercato focalizzate su ciò che sanno fare meglio. IBM si concentrerà sulla sua piattaforma cloud ibrida aperta e sulle capacità di intelligenza artificiale. NewCo [così viene al momento chiamata la nuova entità frutto dello spin off ndr] avrà una maggiore libertà per progettare, gestire e modernizzare le infrastrutture delle organizzazioni più importanti del mondo. Entrambe le società seguiranno una traiettoria di crescita migliorata con una maggiore capacità di collaborare e cogliere nuove opportunità, creando valore per clienti e azionisti”. Secondo alcuni esperti che seguono costantemente le mosse di IBM, l’annuncio dello spin off non è una sorpresa e si inserisce in modo coerente nella linea di alcune decisioni e considerazioni espresse nei mesi scorsi da Krishna circa l’esigenza di semplificare e rendere più agile il business.

Open hybrid cloud la carta giocata

La futura nuova IBM legherà il proprio nome alla focalizzazione sul business dell’hybrid cloud, dei software e dei servizi a supporto di questo paradigma, sulle tecnologie per l’intelligenza artificiale e, last but not least, sui sistemi hardware e sui sistemi operativi proprietari che sono gestiti dalla divisione IBM Systems (segnatamente i mainframe IBM Z e IBM LinuxONE, i server ad alte prestazioni IBM Power Systems e i sistemi di archiviazione dati IBM Storage).

Sono destinati a rimanere anche i software per il transaction processing (del resto sono una principale fonte di dati da trattare con i software di AI o i servizi di machine learning IBM Watson) e i servizi tecnologici relativi agli IBM Systems.

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Questa IBM punta tutto sulla carta della piattaforma per la creazione di open hybrid cloud Red Hat OpenShift, portata in dote da Red Hat, la multinazionale leader nella nell’open source acquisita nel 2019 per 34 miliardi di dollari. Secondo Anurag Rana, analista di Bloomberg Intelligence, “togliendosi il peso di un business a bassa crescita, IBM può sbloccare il vero valore di Red Hat, che noi stimiamo essere di oltre 50 miliardi di dollari”.

È, secondo noi, importante attribuire peso a tutte e tre le parole che compongono la locuzione “open hybrid cloud”. Iniziamo dalle ultime due. Hybrid Cloud non è sinonimo di public cloud, perché implica la presenza e la collaborazione di ambienti cloud privati (on-premises o in hosting presso un cloud service provider o un fornitore di colocation) e pubblici. Nella “focalizzazione laser”, come l’ha definita Krishna, sull’hybrid cloud – una business opportunity da “un trilione di dollari”, secondo il CEO – si ritrova la maggiore differenza fra IBM e gli hyperscaler quali Amazon AWS, Google Cloud Platform o Microsoft Azure, che innegabilmente sono visti più come public cloud e vendor da considerare in un’ottica multi cloud da parte del mercato.

Da segnalare l’autorevole affermazione di Ted Schadler, analista di Forrester Research, riportata dal sito SiliconANGLE: “L’hybrid cloud è l’area in cui IBM può differenziarsi. In questo ambito non sarà l’unico player, ma sicuramente il maggiore in termini di dimensioni”.

Passando a “open”, anche questa è un portato dell’acquisizione di Red Hat e della piattaforma cloud Red Hat OpenShift, che consente di creare Platform-as-a-Service (PaaS) per sviluppare e distribuire applicazioni in una logica “write once/run anywhere”. Secondo IBM, supportare l’open source significa promuovere l’innovazione da parte degli sviluppatori, ai quali offrire anche strumenti potenti e d’avanguardia come gli IBM Systems.

E la NewCo?

Concludiamo con qualche considerazione espressa da IBM e da alcuni analisti sul futuro del business degli infrastructure managed services. Come abbiamo già scritto, Khrisha evidenzia il valore che la separazione avrà anche per la NewCo, sottolineando che “ha 4.600 clienti technology-intensive in 115 paesi, fra i quali il 75% delle aziende della classifica Fortune 100”.

L’opportunità di mercato in cui va a collocarsi lo spin off è valutato in 500 miliardi di dollari. Per IBM, dal Day 1, la NewCo potrà contare su un fatturato di circa 19 miliardi di dollari. Per Charles King, principal analyst di Pund-IT, “lo spin off non cambierà molto per i clienti attuali di IBM. IBM e la NewCo avranno migliaia di clienti comuni le cui esperienze di acquisto e di pagamenti non saranno poi così diverse da quelle precedenti”.

Alla fine, succederà un po’ come all’indomani delle molte altre dismissioni effettuate da IBM in passato. Molte aziende che in precedenza acquistavano i pc da IBM, per esempio, hanno continuato a comprare questi da Lenovo. E magari a farseli installare, configurare e mettere in rete da IBM Managed Infrastructure Services. Analogamente, è molto probabile che i clienti della NewCo continueranno ad acquistare IBM Systems o servizi cloud e AI da Big Blue. Mentre per la modernizzazione e la gestione as-service delle infrastrutture saranno contenti di continuare a servirsi di un’azienda divenuta autonoma di IBM, che già aveva molti ingegneri certificati in tecnologie di competitor di Big Blue.

Riccardo Cervelli

Giornalista

Classe 1960, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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