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Openstack, l’open source è maturo per i cloud enterprise

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Openstack, l’open source è maturo per i cloud enterprise

03 Gen 2018

di Riccardo Cervelli

La piattaforma dimostra di avere le carte più che in regola per supportare una It che diventa sempre più software defined e destinata a supportare casi d’uso innovativi. Fra mondo del sorgente libero e vendor tradizionali, più che guerra ora è collaborazione

Uno dei casi blasonati più recenti è quello di Amadeus, multinazionale dei servizi tecnologici e business dedicati all’industria dei viaggi. È notizia ancora fresca la decisione di investire nella creazione di una grande private cloud basata sull’integrazione delle soluzioni VMware Integrated OpenStack, VMware NSX, VMware vSAN e VMware vSphere. Un esempio di scelta di capitalizzare sui vantaggi economici, di innovazione e di supporto comunitario caratteristici della piattaforma open source OpenStack (sempre più utilizzata per l’implementazione di infrastrutture IaaS), senza rinunciare ai benefici derivanti dal fare riferimento a un vendor storico di tecnologie per la modernizzazione dei data center, ormai sempre più ispirati alla filosofia del software defined.

Tra le varie chicche presentate al VMworld 2017, tenutosi lo scorso agosto a Las Vegas, è spiccata la versione 4.0 (che segue la 3.1, introdotta a febbraio 2017), di VMware Integrated OpenStack. Vio 4.0 si basa sulla 15esima release di Openstack (Ocata), e tra le funzionalità più importanti si segnalano quelle che consentono una migliore integrazione fra il software OpenStack open source e le molteplici soluzioni per il SddC VMware.

OpenStack, vantaggi e lacune, una piattaforma in continua evoluzione

Cosa rende così appetibile OpenStack sia per gli utenti finali sia per i vendor, compresi quelli che disponevano (e continueranno a mantenerle) di soluzioni proprietarie e commerciali per l’implementazione di private cloud? La risposta inconfutabile è la maturità raggiunta dalla tecnologia, che controbilancia la frammentazione dei progetti (leggasi funzionalità) che la compongono (nelle release commerciali le nuove funzionalità vengono rilasciate in modo più organico), dato che i progetti OpenStack procedono talvolta a ritmi di sviluppo o debugging non perfettamente sincronizzati con tutto il resto (le diverse funzionalità vengono rese disponibili man mano che vengono sviluppate per cui si rende quasi sempre necessaria un’attività di debugging).

Ormai le ultime release offrono praticamente quasi tutto quello che serve per implementare un’infrastruttura IT orientata a soddisfare i più emergenti casi d’uso del cloud computing. Se si va a vedere ogni singolo componente, può capitare che uno offerto come già stabile e maturo in OpenStack sia meno ricco ed evoluto di uno analogo, ma commerciale, proposto da un vendor. Ma sempre più è solo questione di tempo: nel giro di pochi mesi, in una delle frequenti nuove release dello stack open source (delle scorse settimane il debutto della 16: Pike), appare una nuova soluzione o l’upgrade di una già esistente che fa dimenticare il gap preesistente.

Un ambito in cui OpenStack manifesta ancora lacune da colmare è quello del serverless computing, un modello in cui è la piattaforma cloud ad allocare risorse computazionali e di storage per l’esecuzione di un’applicazione, senza che gli sviluppatori debbano più preoccuparsi della gestione dei rapporti con i sistemi operativi e le relative dipendenze. Per rispondere a questo caso d’uso, finora in OpenStack non è stata presente una tecnologia in grado di competere, ad esempio, come AWS Lambda di Amazon Web Service. Nei prossimi mesi sarà interessante vedere se e quale integrazione ci potrà essere fra OpenStack e Apache OpenWhisk, una piattaforma cloud open source per l’implementazione di un IT event-driven sponsorizzata da IBM.

Se rispetto a questo nuovo scenario, OpenStack è rimasto leggermente più indietro, la sua community si è mossa con grande tempismo a supportare il modello di sviluppo basato sulla tecnologia container. Secondo la survey 2016 della OpenStack Foundation, gli utenti che utilizzano OpenStack sviluppano progetti software container a un ritmo tre volte superiore alla media del mercato (per l’orchestrazione dei container la loro piattaforma di riferimento è Kubernetes, seguita da CloudFoundry, OpenShift e Mesos). Altra disciplina per cui l’ecosistema OpenStack offre soluzioni interessanti è DevOps, un modello di sviluppo e messa in produzione delle applicazioni che punta sulla comunicazione snella e iterativa fra sviluppatori software e responsabili delle infrastrutture.

Opportunità di scelta in continua crescita

Su questi e altri sfondi (si potrebbe continuare con il grande lavoro fatto dalla community OpenStack sull’object storage, sul Software-defined networking-SDN e sulla Network function virtualization-NFV) si assiste a una crescente commistione fra mondo open source e vendor tradizionali. Un trend in sintonia con almeno due propensioni diffuse fra gli utenti: il desiderio di beneficiare dell’offerta integrata, completa e del supporto dei fornitori commerciali, evitando però il vendor lock-in, e l’orientamento ad adottare un approccio multi cloud. Esempi di queste contaminazioni e collaborazioni sono sempre più agli onori della cronaca. Solo a titolo di esempio, l’accordo fra Red Hat e IBM per offrire IBM Bluemix Private Cloud with Red Hat (unisce i vantaggi della Red Hat OpenStack Platform e del Red Hat Ceph Storage con la Bluemix Infrastructure e i servizi IBM) e quello, sempre fra Red Hat e, questa volta, Cisco, che permette agli utenti di dotarsi di piattaforme Red Hat OpenStack Platform e Red Hat Ceph Storage integrate e gestite su soluzioni Cisco UCS. Altre mosse importanti di cui tenere conto si possono attendere nel prossimo futuro da un altro grande vendor come HPE, che ha una propria distribuzione OpenStack recentemente rinnovata: HPE Helion OpenStack 5.0, sviluppata in collaborazione con i laboratori di Suse, controllata da Micro Focus e propone sul mercato la propria distribuzione Suse OpenStack Cloud 7.0.

In ultima analisi, quello che è certo è che per la creazione di infrastrutture cloud computing (private, hybrid e anche public, vista la crescente adozione da parte di cloud provider) la piattaforma enterprise cloud open source OpenStack è destinato a rappresentare un’opzione alternativa alle tecnologie proprietarie. E che anche grazie a questa tecnologia le opportunità di scelta degli utenti sono in decisa crescita.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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