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Pubblica amministrazione digitale, i quattro pilastri dell’innovazione

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Pubblica amministrazione digitale, i quattro pilastri dell’innovazione

Il Governo ha presentato lo scorso novembre, a Venaria, le linee guida per la crescita digitale
del Paese. Abbiamo colto l’occasione dell’incontro “New Digital Government Summit 2015” e di successivi confronti per offrire ai nostri lettori il quadro delle novità e le valutazioni dei protagonisti del sistema dell’innovazione. Il Piano punta, per accelerare la trasformazione, sui modelli tecnologici e di relazione portati dal web e sulla pressione dei cittadini digitali

01 Apr 2016

di Elisabetta Bevilacqua

Italia.it, il nuovo piano per la crescita digitale del Paese, si presenta in continuità con il passato recente. Sono state in particolare mantenute le priorità identificate da Francesco Caio quando era Mr. Agenda Digitale: identità digitale, anagrafe unica nazionale, sistema dei pagamenti della PA e fatturazione elettronica, già operativa.

Sono quattro i pilastri su cui si basa la visione dell’innovazione digitale proposta dal Governo:

  1. Italia Login, la nuova trasformazione digitale dei servizi pubblici online; ne sono parte integrante l’identità unica (Spid), l’indirizzo virtuale per le notifiche, l’anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), il sistema dei pagamenti verso la Pa;
  2. il piano infrastrutturale per la banda ultralarga e per rendere efficiente il sistema dei data center pubblici, grazie al cloud, ai layer di virtualizzazione, a nuove modalità di erogazione servizi ecc.;
  3. la diffusione della cultura digitale fra i cittadini e nella Pa, anche attraverso l’insegnamento dell’alfabeto digitale, per far comprendere la forza di trasformazione del web;
  4. La competitività digitale del sistema industriale, dalle Startup a Industria 4.0.

Che non sia l’ennesima occasione mancata!

Franco Bassanini, Presidente della Fondazione Astrid, che, insieme a The Innovation Group e in collaborazione con Confindustria Digitale, gli Osservatori del Politecnico di Milano, Fpa e CorCom ha organizzato New Digital Government Summit 2015, invoca la necessità di rimettere mano alla politica industriale considerando come la disruption digitale possa essere la chiave per una spending review efficace e per quel recupero di produttività, indispensabile per il rilancio del Paese, di cui sono carenti soprattutto le imprese che operano nel mercato nazionale e, in particolare, in quello pubblico. “Il problema è come aumentare il potenziale di crescita del Paese sostenuta dall’innovazione per la quale la domanda pubblica è fondamentale – afferma – Il piano Italia.it fa ben sperare la presenza di una strategia per la digitalizzazione, anche se non completa, e soprattutto, il forte commitment del governo”.

Figura 1 – Regole comuni per definire la User Experience di servizi pubblici – fonte: Alfonso Fuggetta

Anche Elio Catania, presidente di Confindustria digitale, considera il forte commitment una importante novità e sottolinea: “Barberis e Samaritani [riferendosi a Paolo Barberis, Consigliere all’Innovazione del Presidente del Consiglio e Antonio Samaritani, Direttore Generale dell’Agenzia per l’Italia Digitale, ndr] stanno lavorando bene contro i nostalgici che ipotizzavano una digitalizzazione della Pa basata su vecchie metodologie, che partivano dai diagrammi a blocchi per poi installare i computer e il software, senza tener conto che siamo nell’era del web, delle Api, dell’Integrazione, del cloud, dei big data”. Invece, sul piano architetturale, il disegno è quello, suggerito da Alfonso Fuggetta, Amministratore Delegato di Cefriel, di sviluppo di un backend efficiente e del mashup applicativo (applicazioni che utilizzano contenuto da più sorgenti per creare un servizio completamente nuovo) considerandone non solo gli aspetti tecnologici, ma anche quelli organizzativi: “Questa logica, oltre a essere in linea con le evoluzioni del mercato, caratterizza e definisce una reale risposta sistemica e strategica ai problemi delle amministrazioni pubbliche italiane – ha spiegato – Si deve investire sullo sviluppo dei backend per permettere a una molteplicità di soggetti pubblici e privati di sviluppare, in parallelo e in piena concorrenza, servizi di front-end per cittadini e imprese”.

Partnership pubblico-privato

Figura 2 – Gli attori dell’cosistema Italia.it – fonte: Paolo Barberis

Questo approccio si traduce anche in una nuova partnership pubblico-privato. In occasione del Summit, i rappresentanti dell’industria informatica hanno espresso un giudizio generalmente favorevole sul Piano del Governo, dichiarando la propria disponibilità alla partnership. “Lo Stato non deve sviluppare le applicazioni, ma favorire la cultura digitale sia offrendo benefici a chi adotta il digitale sia definendo normative vincolanti come nel caso della fatturazione elettronica – sostiene Sergio Colella, VP e General Manager Enterprise Services Emea South di Hewlett-Packard Enterprise Services – Dall’altro lato, aziende come Hpe devono mettere a disposizione infrastrutture e servizi in maniera efficace as a service, garantendo un’esperienza user friendly”. E saper costruire, per esempio, sistemi analitici avanzati che supportino, anche in ambito pubblico, il processo decisionale; la condizione è l’adozione di tecnologie open che garantiscano la condivisione.

Fabio Spoletini, Country Leader di Oracle, considerando una novità la completezza e la chiarezza del Piano, ritiene che la sua azienda possa dare qualche contributo sull’execution, che rappresenta a suo parere da sempre uno degli aspetti più critici, sia partendo dall’esperienza di collaborazione con importanti amministrazioni sia portando le proprie competenze sul cloud.

Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia e Presidente Assinform, conferma l’eccezionale performance dell’Italia nell'utilizzo del cloud in ambito aziendale: “Il livello di adozione è tale che siamo diventati un benchmark per l’Europa”, dice notando però che dopo un anno la proposta del G Cloud (G sta per Government) è ferma. Non mancano altre criticità, ma ammette: “Mi piacerebbe che anche Confindustria avesse per la digitalizzazione delle imprese un livello di vision analogo a quello del governo per la digitalizzazione della Pa”.

Dal web la cultura della disintermediazione

Figura 3 – Il processo Italia Login e utilizzo delle applicazioni – fonte: Paolo Barberis

La diffusione della cultura digitale nella società e nelle amministrazioni è un obiettivo e al tempo stesso una condizione per il successo del piano che tuttavia presenta notevoli criticità. Come sottolineato da Tito Boeri, Presidente di Inps, “dobbiamo aspettarci resistenze fortissime alla digitalizzazione che tende a erodere rendite di posizione. L’unico modo per vincerle è avviare processi inarrestabili – e suggerisce – La Pa disintermedia erogando direttamente i servizi ai cittadini e li spinge così a fare pressione sull’amministrazione”. Questo significa, nel caso di Inps, riqualificare le sedi periferiche per offrire quei servizi che richiedono un contatto personale, rendendo invece virtuali le sedi centrali.

Secondo Samaritani, Spid e Anpr rappresentano i primi tasselli in direzione di una strategia di disintermediazione: “Il cittadino si rivolge direttamente all’amministrazione. Per farlo non servono competenze informatiche ma le stesse che tutti usano quotidianamente sugli strumenti digitali personali”.

Il problema principale per la digitalizzazione della Pa non è tanto la carenza di competenze informatiche all’interno, quanto di cultura e di organizzazione.

L’aspetto critico, evidenziato da Caio (oggi Amministratore Delegato di Poste Italiane), in occasione del workshop “L’implementazione dell’Agenda Digitale Italiana e le nuove sfide della rete”, è la necessità “di un cambio di visione e di nuovi skill profile, che porteranno a un’eccedenza del personale; questa dovrà però tradursi in opportunità di generare valore aggiunto e non in semplici ristrutturazioni”. Caio intende indicare così la necessità di riqualificare e impiegare le persone in attività a valore aggiunto. La Pa deve infatti riconsiderare se stessa come una miniera naturale di dati; vanno dunque studiate iniziative formative, industriali e di investimento che rendono questa materia prima generatrice di ricchezza, alla base della nuova economia della conoscenza.

Non a caso il quarto pilastro identificato dal Governo è la competitività digitale che va dalle startup a industria 4.0 e dovrebbe prevedere incentivi fiscali e incremento del credito d’imposta per la ricerca, incentivazione ai brevetti, strumenti per favorire l’imprenditorialità innovativa e le sue relazioni con le industrie tradizionali, incentivi all’industrializzazione delle idee e dei maker, lo sviluppo di IoT attraverso standard europei, sicurezza e diffusione di competenze per favorire lo sviluppo di una industry 4.0. Ma questa parte, pur meritoriamente inserita nel Piano per la digitalizzazione, è ancora allo stato di indice dei temi.

È tuttavia lecito dubitare che se, con l’apertura della Pa, si produrrà quel processo a valanga spinto dai cittadini che Samaritani auspica, le figure professionali rese inutili dalla digitalizzazione della Pa possano diventare i protagonisti della nuova economia digitale. E dunque il successo inevitabilmente deriverà dalla capacità di trovare un equilibrio fra riconversione delle persone e immissione di nuove competenze e nuove culture.

A disposizione di cittadini e operatori fin d’ora il monitoraggio online dello stato di avanzamento (www.agid.gov.it/monitoraggio).

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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