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Verde speranza

pittogramma Zerouno

Verde speranza

08 Giu 2010

di Stefano Uberti Foppa

Le tecnologie Ict sono ormai diventate il sistema nervoso delle imprese. Per molte di queste la tecnologia è fusa negli stessi modelli di business ed è diventata elemento imprescindibile, centrale, nella gestione di ogni tipo di attività. E le tecnologie, tutte le tecnologie, stanno diventando sempre più green. È il verde il colore che accomuna la fase attuale dell’economia. Verdi sono infatti sempre più le tasche delle persone e delle imprese (con una crisi economica che solo ora dà i primi segnali di risveglio ma che, nell’economia reale, al di là dei dati previsionali, sta mettendo tutti a dura prova) e verde è la speranza verso una nuova fase di sviluppo (green economy).
Sul primo punto possiamo solo dire che se da un lato l’attuale situazione è figlia di una generalizzata criticità economica, dall’altro si cala su di una struttura-paese, l’Italia, totalmente mancante di quelle riforme strutturali, più volte richieste alla classe politica e mai arrivate, al livello di profondità e di attuazione necessari per portare il nostro paese a competere alla pari con altre nazioni. Riforme mancanti soprattutto in questo momento, che vede la necessità di definire con chiarezza quali linee guida contraddistingueranno la politica economica, produttiva e anche l’evoluzione culturale e sociale del paese nei prossimi anni, quando la crisi sarà finita. La gara per le nuove gerarchie economiche è in pieno svolgimento e non ci sembra che l’Italia possa aspirare ad essere tra i paesi di riferimento, al di là della manovra Finanziaria da 24 miliardi di euro, della ventilata ipotesi di riduzione del 5% degli stipendi dei parlamentari e del fatto che noi italiani abbiamo un “mucchio di fantasia che gli altri non hanno”. Con la storia che diamo il meglio di noi nelle situazioni difficili, nessuno si è preso la responsabilità del fatto che sono ormai anni che siamo stabilmente in situazioni difficili e che questo ci ha portato negli ultimi posti di numerosissime classifiche di sviluppo economico, di investimento tecnologico, di qualità di formazione del sistema scolastico, insomma di tutte quelle classifiche che servono a capire se un paese, al di là dell’imbonimento politico, effettivamente ha le carte in regola per competere.
Anche sul secondo punto, quello di una fase di sviluppo economico green oriented, a livello paese, ci verrebbe da dire che l’Italia dovrebbe accelerare. Ad esempio per quanto riguarda il settore del fotovoltaico e dell’eolico, il mercato italiano (il paese del sole e del mare) è rimasto per molto tempo alquanto arretrato rispetto a nazioni come la Germania, il Giappone gli Stati Uniti e la Spagna, anche se oggi, ridotti con colpevole ritardo gli ostacoli di natura politica e burocratica, stiamo assistendo ad una crescita del settore, pur ancora tra troppe regolamentazioni relative ai diversi soggetti coinvolti (società elettriche, distributori, aziende, installatori, progettisti, utenti).
Tuttavia due aspetti ci salveranno in tema di green economy: primo, le risorse del pianeta sono finite e ripensare i modelli di sviluppo economico è ormai diventato un fatto ineludibile. Stiamo parlando della trasformazione del modello produttivo occidentale verso un’economia che veda nell’ecosostenibilità e nel diverso sfruttamento delle risorse naturali uno dei propri punti di riferimento per la creazione di nuova ricchezza, cercando di  allineare a questo modello anche la struttura produttiva di importanti paesi in via di sviluppo. Un processo lungo ma drammaticamente accelerato da importanti segnali di criticità che provengono dal pianeta e dei quali non si può più non tenere conto. Anche guardando al fenomeno solo da una limitata prospettiva di interesse economico: ad esempio, una recente indagine di McKinsey Quarterly, effettuata su 2700 business executives, ha rilevato come si pensi che il problema sociale a maggior impatto (positivo o negativo) previsto a cinque anni sul valore dell’azione sarà indiscutibilmente legato all’ambiente e ai cambiamenti climatici (dobbiamo ricordare cosa sta succedendo, mentre scriviamo, nel Golfo del Messico a causa della piattaforma petrolifera della BP?).
Il secondo elemento che ci salverà, nonostante la miopia della nostra classe politica, è la tecnologia e la sua trasversalità a livello mondiale. Le tecnologie Ict sono ormai diventate il sistema nervoso delle imprese. Per molte di queste la tecnologia è fusa negli stessi modelli di business ed è diventata elemento imprescindibile, centrale, nella gestione di ogni tipo di attività. E le tecnologie, tutte le tecnologie, stanno diventando sempre più green, in grado di ridurre consumi energetici e di arrivare addirittura a determinare modalità operative (processi e organizzazione aziendale) più virtuose che in passato rispetto all’ambiente.
Qual è allora la chiave di lettura di questo fenomeno che, proprio oggi, con il battere del maglio della crisi sembrerebbe allontanare ancora di più una sensibilità che, a livello di impresa e soprattutto in Italia, è sempre stata alquanto scarsa? In altri termini, la domanda-obiezione che può oggi essere posta è la seguente: “Che mi importa essere green quando oggi sono alle prese con la sopravvivenza del mio posto di lavoro e, talvolta, della mia stessa azienda?” Perché essere green vuol dire essere più efficienti, risparmiare, poter adempiere alle normative e quindi poter competere. Con efficienza, risparmiando, adempiendo alle normative….e così via. Un circolo virtuoso. Parole? Non tanto. Numerosi sono ormai gli studi relativi al rapporto esistente tra investimenti in tecnologie green e impatti sui fatturati delle aziende. Una recente indagine dell’Intelligent Unit dell’Economist effettuata su circa 1200 business executives tendeva a sondare gli sforzi di “greening” della propria azienda (classificandoli in alti-medi-bassi) correlandoli ai valori medi di crescita dei profitti e del valore delle azioni. Ebbene, dove gli sforzi indicati sono stati classificati come “Alti”, le crescite medie di fatturato si sono attestate tra il 16 e il 45%, laddove invece gli sforzi indicati sono stati rilevati come “Bassi”, le crescite medie hanno registrato risultati decisamente inferiori, tra il 7 e il 12%.
Già oggi utilizzare le tecnologie Ict significa intraprendere un percorso green: i componenti, le architetture associano ormai una sempre maggiore capacità elaborativa a minori consumi energetici. La stessa scrittura degli applicativi software, pensata in ottica green, ottimizza le esigenze di potenza dei sistemi, con conseguenti risparmi sui consumi. I data center, soltanto nel loro ridisegno di layout, ponendo attenzione quindi ai flussi di raffreddamento dei sistemi, garantiscono risparmi che, su dimensioni di impresa importanti, possono anche arrivare a milioni di euro. Per non parlare poi del ripensamento su larga scala del data center, con sistemi (server, storage, reti) di nuova concezione, scelte di consolidamento e virtualizzazione, che possono generare risparmi anche di decine di milioni. Tuttavia questo non è sufficiente; l’intervento spot, non inserito in una cultura green diffusa a livello aziendale, rischia di non produrre, alla lunga, alcun beneficio. Mai come nel caso del green serve il classico “salto culturale”. La visione green che determina benefici sul fronte dell’efficienza, del risparmio, dell’immagine aziendale sul mercato, deve far parte della cultura dei singoli individui che operano dentro e fuori l’impresa e diventare bene comune, modalità di comportamento, impegno organizzativo. Serve senz’altro una condivisione di obiettivi e un forte committment tra Ceo, Cfo, Cio; serve mettere mano all’organizzazione, istituendo figure di controllo e di responsabilità (energy manager) ma anche di ascolto e convincimento; bisogna intervenire sulle “pratiche quotidiane” delle persone per cambiare atteggiamenti e processi sbagliati, con il supporto e con la guida delle tecnologie e di una volontà vera di eco sostenibilità. Sapendo che tutto ciò può rappresentare la via verso il risultato di business, l’efficienza e il risparmio prima ancora che la risposta all’esigenza di un minor impatto ambientale. Anche l’adeguamento alla “green compliance” rischia di essere vissuto come imposizione costosa e come freno all’operatività se non si cala in una cultura aziendale green diffusa. Invece, gli impatti sui processi che spesso le normative inducono, se inserite in un contesto culturale predisposto a questo cambiamento, possono essere vissuti come interventi continui di affinamento e di miglioramento sui processi e sull’organizzazione aziendale. Per salvare il portafoglio e il pianeta.

Figura 1 – Road Map per erogare servizi in un'economia low-carbon
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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