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La carica delle startup

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La carica delle startup

07 Apr 2014

di Elisabetta Bevilacqua

A 1600 startup innovative censite si sommano oltre 1000 spin-off universitari, nella stragrande maggioranza in ambito digitale. Questo potenziale, destinato a crescere, potrebbe garantire la saldatura fra ricerca, innovazione e imprese con vantaggio reciproco.

Il fenomeno delle nuove imprese tecnologiche, nella grande maggioranza appartenenti al settore “digitale”, si sta affermando anche in Italia. Si assiste a una straordinaria vivacità nella creazione di startup innovative: 1600 registrate a metà febbraio dopo l’entrata in vigore della nuova legge. A queste si sommano oltre 1000 spin-off della ricerca pubblica, censite a fine 2012 nel Rapporto Netval – Network per la Valorizzazione della Ricerca Universitaria che raggruppa 55 università e 4 enti di ricerca.
“Questo mondo si sta muovendo anche grazie al dibattito suscitato dalla legge sulle startup; ci sono tantissimi giovani competenti che vogliono creare nuove imprese”, conferma Gian Luca Dettori, Chairman di dPixel, che da anni opera nel settore del seed capital (investimenti modesti erogati a nuove imprese e organizzazioni) oggi come advisor del fondo Digital Investments Sca Sicar e collaborando alle attività di selezione di startup per diversi programmi a sostegno dell’innovazine di impresa come Working Capital (Telecom Italia), Bizwork (Microsoft) e Fondazione Cariplo. dPixel concentra la propria attività sulle startup digitali e da poco si sta rivolgendo al mondo dei maker (le nuove realtà che, grazie a tecnologie come per esempio la stampa 3D realizzano prodotti non in scala industriale).
“Ci sono buone università e tante eccellenze – conferma Enrico Gasperini fondatore e presidente dell’acceleratore Digital Magics – Selezioniamo 10-20 startup l’anno, da oltre 1000 proposte che ci arrivano, scegliendo solo le più meritevoli, solo a causa dei limiti di investimento”.
“Tante tessere che si stanno muovendo, ma ancora non è definito il disegno dell’ecosistema a sostegno delle startup. Ci sono tante competenze e idee ed è importante che ci si continui a investire”, sostiene ancora Stefano Mainetti, consigliere delegato di PoliHub, il nuovo acceleratore del Politecnico di Milano.
La Legge 221/2012 sulle startup ha contribuito a porre il tema all’attenzione, ma l’ecosistema a sostegno è ancora in fase di costruzione. Un primo elemento di criticità è la modesta percentuale del Pil investita in venture capital in Italia (un sesto della media europea), mentre solo il 2% del private equity è destinato al capitale di rischio contro il 6% in Europa. Questi dati possono rapidamente evolvere.
“La nuova legge, nonostante le turbolenze economiche, crea movimento nel mondo dell’investimento in startup innovative; l’early stage [finanziamento della fase iniziale di una startup – ndr] mostra vivacità sia attraverso singoli investimenti sia con la creazione di club di investitori che operano congiuntamente in più operazioni”, sostiene Tomaso Marzotto Caotorta, vicepresidente dell’Associazione Iban (Italian Business Angels Network). Dai dati dell’Associazione e del Venture Capital Monitor (Osservatorio nato nel 2008 presso l’Università Carlo Cattaneo – Liuc per monitorare l’attività di early stage istituzionale svolta nel nostro Paese) emerge che l’universo dell’early stage italiano nel 2012 ha investito risorse per complessivi 170 milioni di euro (considerando anche gli investimenti di matrice pubblica e i follow on nelle aziende già partecipate). I dati si riferiscono al 2012, ma alcune anticipazioni sull’indagine realtiva al 2013 dicono che il segmento dell’early stage ha visto nel primo semestre del 2013 una crescita del 18% rispetto al primo semestre del 2012. In ambito settoriale l’early stage italiano ha riconfermato anche per il 2012 la propria vocazione tecnologica, con l’Ict come settore predominante e una preferenza verso applicazioni web e mobile.
Il principale problema non si evidenzia a livello di investimenti nella fase iniziale. Secondo Dettori “non è difficile partire ma scalare, quando servono capitali dal milione in su; la causa è anche nella mancata creazione del cosiddetto fondo dei fondi, che dovrebbe garantire i venture capital facendo da moltiplicatore degli investimenti”. Dovrebbero entrare in gioco anche capitali pubblici che hanno interesse a generare occupazione e sviluppo, indicando linee guida entro cui sviluppare il mercato. “Non dovrebbe investire direttamente lo Stato ma potrebbero intervenire altri soggetti che hanno interesse a sviluppare il sistema, come le fondazioni, le assicurazioni, i fondi pensione, Cassa depositi e prestiti”, suggerisce Dettori.

Alla ricerca di un nuovo modello di crescita
Negli Usa, l’80% degli exit (momento in cui fondatori e investitori escono dall’impresa) deriva da acquisizioni fatte da aziende sul mercato per fare innovazione, come anche i casi Google (che ha effettuato 200 acquisizioni in un anno), Amazon, Facebook dimostrano. Il problema è che servono grandi capitali e molti anni. “Visto che in Italia non si può contare sui giganti della tecnologia, la partita del rilancio industriale va giocata puntando sulle imprese già sul mercato”, dice Alessandro Sordi, co-fondatore di Nana Bianca, acceleratore fiorentino, focalizzato su startup digitali e web nato nel 2012 dai fondatori di Dada. E almeno i grandi gruppi italiani sembra ne abbiano preso coscienza, a quanto dice Marzotto Caotorta che porta ad esempio il premio Marzotto e altre iniziative di aziende quali Finmeccanica, Siemens, Vodafone a supporto delle start up. “La grande sfida è che anche le medie imprese riescano a comprendere che da questo mondo possono attingere innovazione”, sostiene Marzotto Caotorta, ricordando che ci sono alcuni segnali: iniziative di gruppi di giovani di Confindustria, come quelli dell’area Monza-Brianza, di Padova, di Pescara o Venture Philanthropy di Catania. “Sul lato startup la sfida è trovare progetti appetibili a interlocutori industriali – aggiunge Marzotto – Vediamo centinaia di progetti, ma solo il 4-5% va in porto. D’altra parte non è necessario che ogni progetto tecnologico diventi una nuova azienda; a volte suggeriamo di individuare un attore sul mercato a cui cederlo”.
Vanno in questa direzione alcune iniziative dell’acceleratore H-Farm che oltre alle attività di supporto alle startup, organizza gli incontri H-Ack, eventi dedicati al mondo del business tradizionale per aiutarlo a trovare nuovi approcci di mercato attraverso strumenti digitali. “Il format prevede che in 24 ore gruppi multidisciplinari di 7-8 ragazzi sviluppino una soluzione funzionante che risponda alle aspettative delle imprese presenti. Sta poi nell’azienda concretizzare al proprio interno la soluzione, inserendo le persone nella propria struttura o finanziando la nascita di una startup che può avvalersi del supporto dell’acceleratore.
PoliHub, in collaborazione con partner industriali o finanziari realizza iniziative denominate switch2product per talenti e inventori. Le prime proposte qualificate, dopo un percorso di formazione e selezione, vengono ospitate nell’acceleratore.

Fra startup e industria la mediazione degli acceleratori
Incubatori e acceleratori svolgono dunque un ruolo strategico nello sviluppo delle startup e nella capacità di connetterle al mondo delle imprese. “Le grandi aziende possono beneficiare delle nuove imprese utilizzandone lo spirito di innovazione, alimentando con nuova linfa un modello di business basato su una catena distributiva e un marchio già presenti sul mercato. Le strutture di accelerazione se hanno un rapporto con il mercato possono fare da catalizzatore”, dice Donadon.
H-Farm, per esempio, è un Venture Incubator che opera a livello internazionale in ambito Web, Digital e New Media, favorendo lo sviluppo di startup basate su modelli di business innovativi. Collocata nei casali nella campagna di Ca’ Tron di fronte alla laguna di Venezia, alle startup offre l’opportunità di concentrarsi sullo sviluppo dell’idea imprenditoriale garantendo gli aspetti amministrativi, finanziari e di marketing in cambio di un consistente controllo del pacchetto azionario.
Non dissimile, il modello Nana Bianca prevede a sua volta un piccolo investimento di seed fino a 50mila euro contro il controllo del 5-10% della startup e l’accesso a un secondo fondo di early stage da 0,5 a 1,5 milioni circa per lanciare l’azienda sul mercato e investire in marketing. “A questo punto il bivio è fra un Capital Venture che faccia un investimento di alcuni milioni o un exit a favore del mercato industriale, che va però sensibilizzato, a partire dalle associazioni imprenditoriali come Confindustria”, sottolinea Sordi.
Nel caso di Digital Magics le imprese curano le startup fin dalla loro incubazione. Nell’azionariato dell’acceleratore, quotato in Borsa da luglio 2013, figurano grandi gruppi. “Uvet è entrato nella nostra compagine societaria per realizzare un programma di Open Innovation sul tema del turismo e dei viaggi online”, esemplifica Gasperini. Proprio per superare l’attuale criticità del mercato italiano che non favorisce la fase di exit di startup,  l’azienda si sta dotando di uno strumento, Digital Magics Angel Network, per il processo di co-finanziamento delle partecipate e per la realizzazione di piani di Open Innovation per i gruppi industriali italiani.
PoliHub rappresenta il rilancio del vecchio incubatore universitario con l’idea di valorizzare i risultati conseguiti fin dal 2001. “Dall’esperienza precedente portiamo la storia di 75 aziende, l’83% delle quali ancora attivo sul mercato”. L’evoluzione da classico incubatore universitario ad acceleratore ha avuto anche il risultato di conquistare la 9° posizione nella graduatoria Uni Index fra i più prestigiosi incubatori universitari.  La nuova iniziativa è gestita da una società che vede la partecipazione di Fondazione Politecnico, Mip, Cefriel e Poli.Design, sostenuta anche dal Comune di Milano. “Abbiamo creato un ecosistema che attinge alle competenze della ricerca del Politecnico, alle attività e alle relazioni del Cefriel in campo Ict e di Poli.Design in ambito design, e conta sulle competenze in area manageriale e gestionale del Mip, attraverso un programma formativo a misura di startup”, sottolinea Mainetti, ricordando che PoliHub non finanzia direttamente le startup ma conta su una rete di relazioni per connetterle a partner industriali e investitori. PoliHub ha però l’obiettivo più ambizioso di creare un distretto dell’innovazione nella zona Bovisa che già Ospita il Politecnico in un edifico dedicato. La collaborazione stretta con le imprese del mondo Ict viene realizzata attraverso le Call for ideas, alcune delle quali realizzate in collaborazione con Ibm, Sap, Smau mobile app, Samsung mobile app.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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