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Il Politecnico di Milano fa il punto su ricerca e innovazione in Italia

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Il Politecnico di Milano fa il punto su ricerca e innovazione in Italia

Ha ancora senso continuare a parlare di innovazione digitale a fine 2015? Ha cercato di rispondere anche a questa domanda la giornata conclusiva della Cio Academy, oggi Digital Transformation Academy, del Politecnico di Milano, “Open digital innovation: nuovi percorsi per la trasformazione digitale delle imprese italiane”. Nonostante i ritardi accumulati e il gap da superare con gli altri Paesi europei, sembra che qualcosa stia cambiando nel nostro paese sia nella consapevolezza delle aziende sia sul versante dei provvedimenti del Governo in favore della digitalizzazione

05 Feb 2016

di Elisabetta Bevilacqua

Il 2016 potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza per il budget Ict con un incremento dello 0,7%, secondo le previsioni della ricerca Digital Transformation Academy della School of Management del Politecnico di Milano, che ha coinvolto 230 Cio delle principali imprese italiane. “È interessante notare che il 48% dei partecipanti all’indagine prevede un budget stabile, mentre il 35% si aspetta incrementi importanti e solo il 18% ritiene ci sarà una contrazione”, ha sottolineato Mariano Corso, Responsabile Scientifico della Digital Transformation Academy, presentando i risultati della ricerca in occasione del convegno conclusivo delle attività 2015.

“Leggendo con attenzione i dati si percepisce che anche un budget stabile è il risultato di risparmi in ambiti tradizionali per consentire investimenti in aree di innovazione; inoltre questi investimenti spesso non figurano nei budget Ict, ma sono di competenza di aree aziendali diverse”, ha aggiunto Corso.

Già nel 2015 si sono rilevati segnali positivi, evidenziati anche da diversi Osservatori del Politecnico. È il caso del segmento Big data e analytics, cresciuto del 34% e l’inserimento, da parte del 30% delle aziende, di nuove competenze come quelle relative a un profilo riconducibile al data scientist. La crescita del 25% del cloud, con un mercato che sfiora i 1,5 miliardi di euro, segnala inoltre un nuovo modo di “fare Ict”, mentre continua a crescere il mobile (45 milioni di device e 3 milioni di app) e si afferma l’IoT con 8 milioni di oggetti connessi via rete mobile.

Guardando però al “bicchiere mezzo vuoto”, un incremento, se pur significativo, non basterà a superare la posizione di retroguardia dell’Italia nel settore Ict, risultato di investimenti pari al 3,6% del Pil, contro la media europea del 5,9%, che si traduce in un gap di 40 miliardi l’anno. Tuttavia qualcosa sta cambiando, ha segnalato Corso: “Ci sono segni che indicano novità anche nella Pubblica Amministrazione. Si è concretizzato il Piano Crescita Digitale, sono stati rinnovati i vertici Agid, sembra esserci una macchina in movimento grazie a oltre 1,50 miliardi l’anno che potrebbero essere disponibili a breve dalla programmazione europea se saremo capaci di presentare progetti adeguati”. Un quadro che fa ben sperare nonostante alcune criticità nella Pa come il funzionamento del procurement, i ritardi nella realizzazione dei progetti e la frammentazione della governance.

La giornata conclusiva della Digital Transformation Academy

La ricerca dell’Academy indica che il budget delle imprese per l’Ict rappresenta in media il 2,1% del fatturato atteso, con notevoli differenze per settore: si va dal 4% nel finance a un modesto 1,3% nel settore delle utility&energy. Le priorità di investimento indicate dai Cio sono nell’area Business intelligence-Big data-Analytics (indicata al primo posto dal 44% degli intervistati, soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni), la digitalizzazione e la dematerializzazione (40%, soprattutto nelle aziende medio piccole), i sistemi gestionali Erp (34%), seguiti da sistemi Crm e consolidamento del patrimonio applicativo.

La gestione dell’innovazione digitale resta la principale sfida indicata dal 52% dei Cio (fondamentale soprattutto per le grandi organizzazioni), seguita dall’Enterprise architecture (28%), che sale di molto rispetto al 2014, dal demand management (27%), da security management (25%) e cloud computing (22%).

Viene segnalata anche una grande fame di nuove professionalità, solo alcune delle quali in area Ict. “Servono soprattutto digital soft skill, indispensabili per fare innovazione digitale, che non si trovano in una sola direzione ma sono trasversali nell’organizzazione”, spiega Corso.

In fase di cambiamento anche le fonti di innovazione. Accanto a quelle tradizionali, come i vendor, le aree di business aziendali e i clienti, diventano sempre più importanti le unità di ricerca interna, le startup, le università…

“C’è consapevolezza e voglia di cambiare, ma serve change management, la capacità di imparare a sbagliare, imprenditorialità diffusa, nuovi attori da identificare”, è stata la sintesi di Corso.

Parte da queste considerazioni la scelta di affiancare alle attività svolte dalla Cio Academy il nuovo filone Startup Intelligence, con l’obiettivo di aiutare le imprese nello sviluppo di open innovation, un tema centrale per l’innovazione digitale che oggi non riguarda più solo i processi Ict, ma coinvolge tutta l’organizzazione aziendale poiché investe appieno i modelli di business.

“Sebbene in ritardo, molti segnali indicano che ci stiamo avvicinando alla open digital innovation. Il progetto Startup Intelligence ha l’obiettivo di aiutare le aziende tradizionali a incontrare e contaminarsi con le startup perché crediamo che questo possa dare un notevole impulso – ha spiegato Alessandra Luksch, Direttore della Digital Transformation Academy e dell’Osservatorio Startup Intelligence – Questo incontro può incidere sulla cultura organizzativa interna, sulla leadership, accelerare l’intercettazione di nuove tendenze, scoprire nuovi fornitori, nuovi modelli di business, cambiare processi e organizzazione”.

Già lo scorso anno 15 aziende hanno intrapreso un percorso di incontro e scambio con startup hi-tech da cui sono nate, per almeno la metà delle aziende, collaborazioni. Ad oggi 26 aziende hanno aderito al progetto e sono state censite 3mila startup innovative, 40 delle quali analizzate in profondità e incontrate al Politecnico.

L’innovazione non si compra, si fa

Plaude all’open innovation anche Alfonso Fuggetta, Amministratore Delegato di Cefriel, che collabora a sua volta con la Cio Academy, ma ricorda alle imprese che “l’università non è un supermarket dove si trova l’innovazione gratis”.

“Per fare effettivamente innovazione digitale è indispensabile analizzare limiti ed errori che hanno impedito fino ad aggi di metterla in atto”, avverte Fuggetta che individua le lentezze (almeno 6 mesi per far partire un progetto), bassi investimenti, scarsa cultura digitale dei C-level, bassa propensione all’investimento in innovazione. “L’innovazione non si compr,a si fa – ha sostenuto ancora Fuggetta, chiedendo – Abbiamo tutti le competenze per farla? Nel progetto E015 Digital Ecosystem per Expo 2015 [ambiente digitale, realizzato per Expo 2015 e coordinato da Cefriel, che consente di far parlare tra loro i sistemi informatici di attori pubblici e privati che operano sul territorio in molteplici settori, ndr] abbiamo, ad esempio, dovuto spendere gran parte del tempo a fare formazione a manager di area Ict per spiegare come fare mash-up applicativo”.

Altre domande che Fuggetta rivolge al pubblico: quale vision eiste dietro un processo di innovazione? Siamo molto bravi in creativity, ma in execution? Per fare innovazione servono competenze, capacità di fare, processi organizzazione… ma anche velocità, che non significa fare le cose in fretta.

A conclusione del suo intervento, l’AD del Cefriel ha utilizzato la parabola evangelica del seminatore per spiegare come mai solo alcune azioni di innovazione vadano a buon fine: “Cresce solo quella parte dei semi che cade nella buona terra; nel caso dell’innovazione viene richiesto un atteggiamento di ascolto e di accoglienza, non sempre presente in impresa”, ha affermato.

Nelle startup non c’è distinzione fra business e It

La buona terra è anche Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano, che si è classificato secondo a livello europeo (dietro Set Squared dell’Università di Bath in UK) e quinto a livello internazionale, secondo Ubi Global, società che analizza le performance degli incubatori a livello mondiale, che ha stilato la classifica degli incubatori universitari a livello mondiale.

Polihub ha assolto la sua mission di offrire spazio all’imprenditorialità di studenti, professori e ricercatori del Politecnico con risultati importanti alla base dell’ottima classificazione: 50 startup, quasi 12 milioni di investimenti raccolti, oltre 12 miliardi di fatturato, 400 occupati, come ha ricordato Stefano Mainetti, Ceo di Polihub.

Le startup possono svolgere un ruolo importante nel percorso di open innovation e già hanno un peso significativo a livello mondiale: nel complesso, la loro capitalizzazione, con 500 miliardi di dollari, supera quella di Google e 37 startup hanno ottenuto valutazioni superiori a 100 milioni di dollari.

“Nell’onda montante che fa leva sull’innovazione, non vince il pesce grosso sul pesce piccolo ma il più veloce, che sa vivere negli ecosistemi”, ha citato Mainetti, ricordando che “una startup è la ricerca di un modello di business scalabile che si testa in modo agile sul mercato per raccogliere le metriche e far uscire cosa davvero il mercato vuole”. E dunque è vincente un modello di business che può contaminare le imprese tradizionali, non solo un fornitore di tecnologie innovative: “Nelle startup non c’è distinzione fra business e Ict: di notte si scrive il software e di giorno si testa sui clienti. Il business nasce attraverso l’Ict, la relazione può scalare solo attraverso l’Ict. Tutto quanto serve per la digital transformation, nella startup è innato”, ha spiegato.

Oggi il modello tradizionale di innovazione nelle imprese non funziona più e le aziende stanno sperimentando in tutto il mondo l’open innovation. “Per le startup la possibilità di collaborare con un cliente industriale per testare il suo prodotto/servizio è un’opportunità unica per quella customer validation richiesta dai venture capitalist per investire”, ha aggiunto Mainetti.

Nelle conclusioni, anche Antonio Samaritani, Direttore Generale di Agid, dopo aver illustrato il piano del Governo per la digitalizzazione della Pa e del Paese, ricorda che in molte aree si aprono nuovi mercati per i privati. Di fronte a questa prospettiva, sarebbe miope opporsi per la preoccupazione della perdita di piccole rendite di posizione nel pubblico mentre si dovrebbe capire che si stanno liberando risorse per l’innovazione del Paese: “Può dunque senz’altro aiutare un mondo più fresco come quello delle startup”.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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