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Gli andamenti all’interno dei distretti

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Gli andamenti all’interno dei distretti

29 Ott 2007

di Elisabetta Bevilacqua

Nei distretti industriali italiani sembra aumentare il gap culturale e di investimento in nuove tecnologie rispetto ad aziende di dimensione più contenuta. Le prime hanno compiuto passi avanti sul processo di maturazione organizzativa e tecnologica, le seconde non comprendono ancora come l’Ict possa avere significativi impatti sul business

L’analisi di Tedis (centro di ricerca della Venice lnternatonal University la cui missione è quella di proporre una riflessione sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i modelli d’impresa emergenti), riferita ai principali distretti del made in Italy, tradizionale oggetto di attenzione dell’Istituto veneziano, evidenzia una ripresa di competitività sui mercati internazionali delle imprese leader, sintetizzabile con la crescita delle esportazioni. L’andamento, per quanto riguarda l’approccio all’Innovazione Ict, evidenzia però anche il divario fra le piccole imprese (quelle comprese fra 5 e 10 milioni di euro) e le medie, che negli ultimi 4-5 anni hanno fatto un salto di qualità in termini di internazionalizzazione e di management. La ricerca si basa su un campione di circa 800 aziende, 400 delle quali appartenenti a 42 distretti industriali.
Dal punto di vista tecnologico, le medie imprese hanno prodotto un salto significativo nell’impiego di soluzioni Erp e strumenti groupware di 10-15 punti percentuali, non confermato invece dalle  piccole aziende (quelle con meno di 10 milioni di euro si fatturato), che manifestano invece un andamento meno dinamico. “Questo aspetto non è un dato isolato, ma conferma il divario fra le medie imprese più internazionalizzate, più manageriali, più qualificate, più capaci di esprimere ricerca e sviluppo e dunque anche di usare le nuove tecnologie e quelle di dimensione più contenuta”, commenta Stefano Micelli, direttore di Tedis. Le imprese più piccole, che soffrono di un deficit manageriale endemico da colmare con urgenza, avrebbero al momento difficoltà anche a comprendere come le soluzioni Ict possano avere un impatto positivo sul business.
Questo gap fra piccole e medie imprese appare più visibile nei distretti che nelle imprese non distrettuali.
“Pur in assenza di elementi statistici significativi, i numeri a nostra disposizione confermano che all’interno dei distretti la prossimità fisica e la contiguità linguistica, culturale e geografica, non ha stimolato molto le imprese ad investire in tecnologia, mentre le imprese non distrettuali manifestano una diffusione superiore delle tecnologie”, aggiunge Micelli.
Questo aspetto è strettamente legato ad una considerazione generale che vede l’impiego della tecnologia solo come una delle leve che garantiscono un aumento di competitività, fra cui spiccano  la ricerca e sviluppo, il marketing, la comunicazione. Le nuove tecnologie rappresentano solo una delle componenti, non sufficiente da sola a garantire il successo, per quanto se ne sia detto gli scorsi anni.

Le aziende distrettuali, restate chiuse nell’illusione di uno spazio e un mercato locale, sono state penalizzate innanzi tutto dalla mancanza di una visione globale, mentre le medie imprese di successo sono quelle che operano in uno spazio globale e dunque in un’ottica di internazionalizzazione e per rispondere alle sfide hanno rivisto i propri assetti organizzativi, di cui le nuove tecnologie sono scelta conseguente, anche se ormai imprescindibile per sostenere la competizione.

Hi-tech dentro, low-tech fuori
L’altro tema che la ricerca evidenzia e che Micelli sottolinea, è il divario fra il dentro e il fuori, ossia la differenza fra l’evoluzione significativa della dotazione tecnologica che le aziende hanno implementato all’interno del perimetro proprietario dell’organizzazione aziendale e le tecnologie che invece mettono in collegamento l’impresa con il suo mondo esterno, i fornitori, i distributori, i clienti. Nella media impresa strumenti come Supply Chain Management o Customer Relashionship Management non superano il 20% per imprese che hanno nel 50% dei casi un Erp.
La situazione è, come prevedibile, anche più grave nelle imprese distrettuali dove gli strumenti per la gestione del mondo esterno non si supera il 10-12%, un gap che si amplia se si esamina la situazione delle piccole imprese.
”Fino ad oggi le aziende hanno puntato ad acquisire strumenti di razionalizzazione rivolti all’interno dell’azienda – sottolinea Micelli – Ma questa opera dovrà essere completata dando qualità e sostanza ai rapporti esterni attraverso un modello a  rete non solo tecnologico”.
Non si tratta però secondo Micelli di proseguire nella logica di Extended Erp, ma di utilizzare maggiormente la fantasia andando a sperimentare modalità nuove di comunicazione e collaborazione verso l’esterno, secondo metodi più informali e destrutturati, in parte riconducibili alla sigla web 2.0.
Si tratta di trovare strumenti che consentano alle aziende di gestire in modo innovativo soprattutto le relazioni di tipo non strutturato.
“Le aziende italiane dovrebbero essere più disponibili a sperimentare in modo creativo e attivo modalità di comunicazione con l’esterno, sperimentando ad esempio blog innovativi o la presenza in portali di nuova concezione”, sostiene Micelli facendo l’esempio di Etsy.com portale di artigianato dove le ricerche possono essere fatte secondo nuove modalità (ad esempio per prodotto, colore, tessuto…) o like.com (che consente ricerche per forma, colore…)
Si tratterebbe anche di sfruttare le opportunità offerte dal commercio elettronico; sembra ormai  difficile continuare a sostenere oggi, come avveniva invece dieci anni fa, che il commercio elettronico è troppo lontano dalla nostra cultura e dalle nostre modalità ed è impossibile vendere online.
Per concludere, il Gap delle piccole imprese, che ancora devono ridefinire la propria organizzazione interna, appare la vera emergenza nazionale. Questa potrebbe essere affrontata, per ottenere un salto di qualità anche di tipo organizzativo, attraverso l’erogazione di servizi informatici e applicativi in rete secondo, ad esempio, la logica software as a service (Saas).
“Dall’indagine emerge un atteggiamento favorevole al tema dell’utility computing e del software a consumo”,  sottolinea Micelli, che evidenzia come non siano presenti preclusioni “ideologiche” a questa modalità di fruizione della tecnologia né preoccupazioni sulla perdita di controllo diretto.

Scarica l’indagine Tedis Tedis: il ruolo delle tecnologie di rete
per la competitività delle imprese

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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