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CIO, prima ancora delle scelte, esiste la consapevolezza?

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CIO, prima ancora delle scelte, esiste la consapevolezza?

14 Feb 2014

di Stefano Uberti Foppa

Ogni tanto ci assale un dubbio: che l’estrema complessità entro la quale si svolge oggi il lavoro del Cio, alle prese con mille problemi (restrizioni di budget, legacy tecnologico e applicativo, It consumerization/mobility/byod, problematiche importanti di security, gestione non semplice del rapporto con le Lob, trasformazione verso il modello cloud, scarsità di nuove competenze e tanto altro ancora), gli faccia perdere il punto di vista complessivo. Quale? Che la società in genere e le imprese all’interno di essa, nello specifico, si trovano oggi in una fase di profonda trasformazione dei modelli di sviluppo di riferimento.
Il tema è quello di uno sviluppo sostenibile, di un modo più socialmente responsabile di fare impresa che si aggancia a modelli di consumo che stanno cambiando (consideriamo il fenomeno di un’economia che sta evolvendo da una logica di possesso/prodotto a una maggiore condivisione – sharing economy/servizio).  Si sta facendo strada, ormai da alcuni anni, una dimensione più etica di fare business intesa come modalità importante per traguardare nuovi obiettivi di profitto, perseguiti tuttavia con strategie diverse dal passato, meno brutali nei confronti di ambiente e persone, attraverso il presidio di mercati composti da utenti/consumatori altamente esigenti e attenti a nuove modalità partecipative e di fruizione di beni e servizi.
Tutto ciò spinge a un cambiamento radicale nei modelli di business e di conseguenza nell’organizzazione, nei processi e nelle competenze presenti in impresa, che si riversano a cascata sulle scelte strategiche di fondo dei sistemi informativi.
È inoltre la stessa tecnologia Ict ad accelerare fenomeni di cambiamento: lo sviluppo delle tecnologie cognitive, il M2M con la digitalizzazione del mondo reale; la possibilità di analizzare in real time enormi quantità di dati; l’accesso diffuso e semplificato consentito da un’informatica ormai soprattutto basata su device mobili e potenti. Insomma, tutto questo sta accelerando rapidamente e cambiando le regole del gioco.
Serve all’azienda favorire al massimo la partecipazione dei propri clienti e del mercato in genere alle strategie di sviluppo di prodotti e servizi; un’azienda che abbia la consapevolezza di muoversi in un “digital business” e che da questo ne sappia cogliere, attraverso continue analisi di big data, le opportunità che di volta in volta si presentano; un’azienda che proprio grazie ad una digitalizzazione spinta, si apre a nuovi mercati, si “contamina” a settori nuovi con nuovi competitor e che deve poter trovare nel proprio dipartimento It la leva per sostenere questa trasformazione. Un dipartimento che possa superare l’immobilismo autolesionista imponendosi come soggetto attivo del cambiamento e della pervasività tecnologica dentro e fuori l’impresa, diventando “orchestratore” di soluzioni on premise o cloud, governando progetti It in una immersione totale di business e allineando su questo in modo costante la relazione con i vendor.
Ci chiediamo, spesso, se tutto questo sia parte, non tanto della realtà, che per molti deve ancora affermarsi, ma quantomeno della consapevolezza dei Cio. E se abbiano la voglia e la capacità di guidare questa trasformazione, di farne parte attraverso un’inevitabile serie di “contaminazioni culturali” complesse, faticose, provenienti da diverse direzioni: quella relazionale/umana, con la voglia di mettersi in gioco nel comprendere la spinta innovativa di nuove generazioni che entrano in azienda; quella tecnologica, con modelli di fruizione It totalmente mutuati dal mondo consumer e spesso in aperto contrasto con le logiche di governance e security dell’azienda; quella proveniente dal business, con esigenze di operatività e di relazione spesso distanti dalla formalizzazione e pianificazione tipiche della cultura Ict.
Vogliamo credere che questo percorso sia possibile, che il Cio faccia parte di questa rivoluzione sociale, prima ancora che tecnologica, importante. Uscendo dalle secche di una dimensione professionale pericolosamente connotata di una cultura tecnologica percepita negli ultimi anni sempre più distante dal mondo reale. Quello che invece sta diventando tecnologicamente evoluto.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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