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Cambiamento climatico: sobrietà digitale per uno sviluppo sostenibile e…digitale

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Cambiamento climatico: sobrietà digitale per uno sviluppo sostenibile e…digitale

Non c’è dubbio: il digitale è uno degli ambiti più energivori al mondo. Il consumo di energia del digitale, rispetto al consumo globale di energia, dall’1,9% del 2013 ha raggiunto il 2,7% nel 2017 e potrebbe arrivare a un picco variabile tra l’8,7% e il 15,5% nel 2025 se, oltre ad attività di ottimizzazione energetica, non si intraprendono anche azioni di “sobrietà digitale”.

22 Lug 2021

di Patrizia Fabbri

Con un bilancio che supera i 150 morti e i 600 feriti, la Germania è stata duramente colpita dalla devastante e improvvisa, ma non imprevedibile, ondata di maltempo che ha investito il Nord Europa la scorsa settimana. Visitando le zone alluvionate di Schuld, Angela Merkel ha affermato “Vediamo la forza con cui la natura può agire. Ci opporremo a questa forza della natura, nel breve termine, ma anche nel medio e lungo termine. Occorre una politica che tenga conto della natura e del clima più di quanto abbiamo fatto negli ultimi anni” e il presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank Walter Steinmeier ha dichiarato: “Solo lavorando risolutamente contro il cambiamento climatico, saremo in grado di far fronte ai fenomeni atmosferici estremi”.

Ad ogni disastro ambientale sui giornali si susseguono dichiarazioni di questo tipo e anche se il governo tedesco ha varato un importante Piano per la Protezione del Clima alla fine del 2019 che prevede un concreto pacchetto di misure e investimenti per ridurre le emissioni di gas serra, il flop del recente G7 sul Cambiamento Climatico (ancora tante dichiarazioni, ma mancanza di date precise e assenza di finanziamenti concreti) dimostra che il gap tra intenzioni e azioni per contrastare il cambiamento climatico è ancora molto ampio, come efficacemente mostrato nella figura 1 tratta dal Climate Action Tracker.

Figura 1 - CLimate Action Tracker
Figura 1 – Azioni dei diversi paesi per contrastare il cambiamento climatico. Fonte Climat Action Tracker, 2021

La chimera del Net-Zero Emission nel 2050

Del resto, i numeri parlano chiaro: l’International Energy Agency, nell’Electricity Market Report 2021 rilasciato qualche giorno fa, prevede che, a causa dell’aumento della produzione di elettricità basata sui combustibili fossili, le emissioni globali di CO2 del settore aumenteranno, invertendo il declino degli ultimi due anni. Dopo riduzioni dell’1% nel 2019 e del 3,5% nel 2020 (a causa della crisi mondiale che ha portato a un calo dell’1% della domanda di energia elettrica), sono previsti aumenti del 3,5% nel 2021 e del 2,5% nel 2022 portando le emissioni settoriali a raggiungere il massimo storico nel 2022, quando si supererà il picco del 2018 di quasi lo 0,5% (figura 2).

Figura 2 - Emisssioni
Figura 2 – Emissioni di CO2 da produzione di energia elettrica. Fonte: IEA

Una situazione drammaticamente incompatibile con lo scenario Net-Zero Emissions by 2050 dell’IEA, in base al quale l’intensità delle emissioni della produzione di elettricità avrebbe dovuto diminuire in media del 6% all’anno tra il 2020 e il 2025, a fronte di una crescita della domanda in media del 2,8% all’anno (il che avrebbe significato, oltre a una maggiore efficienza energetica, un andamento sempre più sbilanciato verso le energie rinnovabili a discapito di quelle basate su carbon fossile).

Digitale: ma quanto consumi!

Non c’è dubbio: il digitale è uno degli ambiti più energivori al mondo. Secondo lo studio pre-pandemia (Lean ICT – Towards digital sobriety – marzo 2019, realizzato da The Shift Project, think tank sulla transizione energetica) il consumo di energia del digitale, rispetto al consumo globale di energia, dall’1,9% del 2013 ha raggiunto il 2,7% nel 2017 e potrebbe arrivare a un picco variabile tra l’8,7% e il 15,5% nel 2025 se non si intraprendono azioni di “sobrietà digitale”.

Ed è importante sottolineare che si tratta di uno studio pre-pandemia perché, come tutti sappiamo, il digitale ha avuto un’impennata a partire dal primo lockdown nella primavera del 2020.

Lo studio ipotizza 4 scenari evolutivi (figura 3): Expected updated, evoluzione aggiornata sulla base del trend delineato in un precedente studio del 2015 (Worst case ed Expected nella figura) ; Higher growth, higher EE, si prevede una crescita maggiore del consumo energetico rispetto al precedente scenario, ma anche un’aumentata efficienza energetica per cui il trend è leggermente migliore; Higher growth with peaked EE, in questo caso al maggior consumo non equivale una maggiore efficienza, è lo scenario peggiore; Sobriety, lo scenario prevede che, a partire dal 2020 (e quindi è già in difetto a causa della situazione dovuta al Covid 19), vengano intraprese azioni per un utilizzo “sobrio” del digitale.

Analizzando questi andamenti e confrontando i differenti scenari, per il periodo 2020-2025, lo studio sottolinea che, se non ci saranno significativi cambiamenti nelle tecnologie per l’efficienza energetica e non cambieremo i nostri comportamenti, lo scenario più probabile sarà quello peggiore.

Figura 3 - digitale consumo energia
Figura 3 – Consumo di energia dovuto al digitale rapportato al consumo energetico globale. Fonte: The Shift Project

D’altra parte, lo stesso studio sottolinea che i progressi degli ultimi anni in ambito efficienza energetica per i data center presumibilmente rallenteranno dato che le tecnologie future più significative da questo punto di vista, come i processori quantistici, non saranno industrializzati prima del 2025. Quindi, sostiene The Shift Project, una stabilizzazione dei consumi energetici da parte delle tecnologie digitali sarà possibile solo se riusciamo a controllare le nostre pratiche di consumo, specificando che “non si tratta affatto di imbavagliare la transizione digitale: la crescita del traffico resta molto elevata (17% nei data center, 25% sulle reti mobili), così come per gli acquisti di terminali supportati (1,5 miliardi di smartphone venduti nel 2025, lo stesso livello del 2017)”.

Lo studio è molto dettagliato (90 pagine) quindi in questo articolo non posso che riportarne solo alcune rapidissime indicazioni, ma varrebbe la pena leggerlo per approfondire aspetti specifici come, per esempio, il crescente utilizzo di terre rare per la produzione di device tecnologici o l’aumento dell’impronta ecologica degli stessi device (si veda a titolo di esempio la figura 4).

Figura 4 - impronta ecologica device Apple
Figura 4 – L’impronta ecologica dei device Apple nel tempo. Fonte: The Shift Project

L’AIoT per lo sviluppo sostenibile

In questo digitale sempre più energivoro, Intelligenza artificiale e Internet of Things possono essere causa e al contempo un supporto al problema. Tralasciando per il momento tutte le azioni direttamente rivolte al miglioramento dell’efficienza energetica dei data center sulla quale si sta lavorando da anni, mi concentro qui proprio sulle due tecnologie del futuro che, richiedendo una sempre più elevata potenza di calcolo, potrebbero, insieme al 5G, vanificare gli sforzi per ridurre il consumo energetico del settore.

Ma è in queste tecnologie, o meglio nella loro combinazione, che si può anche trovare un aiuto importante. Sto parlando dell’AIoT (Artificiale Intelligence/Internet of Things) che può aiutare a vincere alcune delle sfide associate alla gestione del carbonio.

In primo luogo, l’AIoT può supportare misurazione e reporting. Con una miriade di database e sistemi coinvolti con diverse risorse che producono carbonio, il lavoro richiesto per classificare e organizzare semplicemente i dati da più unità aziendali e risorse è immenso; l’integrazione tra AI e IoT consente l’approvvigionamento continuo di dati dal campo integrandoli con i dati di inventario delle risorse da una varietà di sistemi. Ciò fornisce a un’organizzazione la capacità di strutturare, raccogliere e trasformare in modo efficiente i dati in report per un monitoraggio e una misurazione accurati delle emissioni, riducendo gli sforzi complessivi per la raccolta dei dati e migliorando la qualità dei dati stessi e la risoluzione dei report.

In secondo luogo, la pianificazione dell’abbattimento delle emissioni è una sfida principalmente a causa della mancanza di misure accurate per determinare le emissioni derivanti dai diversi processi. La tecnologia AIoT affronta questa sfida creando approfondimenti dai dati in tempo reale per prevedere meglio le emissioni dovute ai diversi processi. Analizzando e imparando attraverso i dati provenienti da più processi, l’AIoT può perfezionare la valutazione delle prestazioni delle misure di abbattimento e ottimizzare le previsioni sulle emissioni.

Infine, può avere un ruolo attivo nel mercato della compensazione del carbonio, attività importante per il raggiungimento degli obiettivi globali di zero emissioni nette entro il 2050. La verifica della compensazione è però assai complessa mentre la tecnologia AIoT può supportare la convalida dei REC (Crediti di energia rinnovabile) offrendo un mercato per la compensazione del carbonio conveniente e veloce.

La sobrietà digitale: le azioni per uno sviluppo sostenibile e digitale

E poi c’è un aspetto che coinvolge tutti noi, come persone e come aziende: la sobrietà digitale. The Shift Project dedica quasi un terzo dello studio citato a questa parte, illustrando alcune azioni che possono essere intraprese per evitare il consumismo digitale pur promuovendo una digitalizzazione sempre più spinta.

Con l’evoluzione del cloud, che sposta al di fuori del perimetro aziendale il tema dell’ottimizzazione del data center e della sua efficienza energetica, i classici temi del Green IT (ottimizzazione delle prestazioni energetiche di dispositivi, architetture, applicazioni e servizi digitali) non sono più sufficienti. Lo studio ha quindi cercato di individuare leve di intervento più strettamente legate alla domanda e al consumo di servizi digitali che non all’efficienza energetica dell’offerta. “Potrebbero benissimo essere affidati ad un CIO, anche se la loro attivazione implica l’impegno del management aziendale e si basa sul principio di sobrietà digitale che deve validare e promuovere”, si legge nello studio.

Il primo obiettivo è quello di illustrare con esempi quantitativi l’impatto che un approccio di sobrietà digitale può avere quando implementato da un’azienda, il secondo è fornire il primo prototipo della metodologia per quantificare gli effetti di un’azione di sobrietà digitale.

Vediamo brevemente in cosa consistono le leve indicate dallo studio.

Allungare la vita dei dispositivi professionali

Il rinnovo delle apparecchiature è un problema con implicazioni quantitativamente importanti, non solo a livello ambientale, poiché comporta impatti legati alla fase produttiva, ma anche a livello del processo di gestione dei dispositivi. Aumentare la durata del dispositivo permette sia di ridurre l’impatto ambientale delle attività aziendali, sia di alleggerire il processo di gestione legato al rinnovo, due effetti che contribuiscono alla sobrietà complessiva. Per un dipendente dotato di uno smartphone professionale e di un computer portatile forniti dalla propria azienda, l’attivazione della leva porterà a una riduzione dell’impatto ambientale annuo delle proprie apparecchiature di quasi un terzo (figura 5).

Figura 5 - allungare vita pc e smartphone
Figura 5 – Effetto dell’allungamento del ciclo di vita degli apparati sull’impronta ecologica. Fonte: The Shift Project

Aumentare la quota BYOD degli smartphone BYOD

L’obiettivo è quello di ridurre il numero di smartphone professionali attraverso una policy BYOD all’interno dell’azienda basata sull’utilizzo di smartphone dotati di due SIM card: poiché gli usi professionali rappresentano solo una frazione dell’utilizzo delle apparecchiature, il volume degli smartphone professionali diventerà una frazione del numero reale di terminali.

Figura 6 - Byod
Figura 6 – Utilizzo di un unico smartphone, con dual SIM, professionale e privato. Fonte: The Shift Project

Favorire lo scambio di documenti d’ufficio su una piattaforma condivisa

Dato che lo storage partecipa in modo importante all’impatto ambientale dell’azienda, l’utilizzo di piattaforme di collaborazione e condivisione evita la proliferazione di documenti che devono essere archiviati, come invece avviene quando i documenti vengono scambiati via mail.

figura 7 - piattaforme condivisione
Figura 7 – Impatto dell’utilizzo di piattaforme di collaborazione per lo scambio di documenti. Fonte: The Shift Project

Implementazione delle metriche operative

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, l’implementazione di metriche per la misurazione delle emissioni di CO2 in grado di indicare l’impatto di ciascun servizio digitale sul bilancio di carbonio aziendale è molto importante e consente, all’interno dell’azienda, anche di avere comportamenti più consapevoli. Un esempio? Secondo uno studio condotto da Purdue University, Yale University e Massachusetts Institute of Technology (MIT), pubblicato sulla rivista Resources, Conservation & Recycling, un’ora di videoconferenza o di streaming equivale a un’emissione di anidride carbonica che va da 150 grammi fino a un chilo, richiede due a 12 litri di acqua: i ricercatori affermano che lasciare la videocamera spenta durante una call riduce l’impatto del 96%.

figura 8 - metriche
Figura 8 – Utilizzo di metriche per misurare l’impatto ambientale. Fonte: The Shift Project

Una piccola azione che però ha un effetto importante.

Patrizia Fabbri

Giornalista, Direttore responsabile ZeroUno

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020, direttore.

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