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Belle italiane: aziende nel difficile scenario dell’innovazione in Italia

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Belle italiane: aziende nel difficile scenario dell’innovazione in Italia

03 Ott 2007

di Antonio Santangelo

Da un lato ripartono produzione ed esportazioni, le imprese hanno avviato la ristrutturazione, ci sono accenni di liberalizzazione dell’economia, ma dall’altro perdurano i limiti storici: miriadi di imprese di piccola dimensione, poca ricerca, settori oligopolistici che ritardano l’innovazione. Tuttavia imprese che fanno innovazione esistono, ma per misurarla non sempre i parametri usati a livello internazionale sono adeguati

A fronte della globalizzazione e di una competizione che richiede velocità di scelte, disponibilità al cambiamento, semplificazione delle procedure, l’Italia risulta un Paese che invecchia, i giovani faticano a inserirsi nel mondo del lavoro, la padronanza delle tecnologie della comunicazione è patrimonio di un terzo della popolazione. Le statistiche internazionali, infatti, ci penalizzano. Il Fondo Monetario Internazionale (http://www.imf.org/ ) lo scorso luglio ha rivisto le stime sulla crescita del Pil: a trainare sono Cina (+11,2%, un quarto della crescita con un +1,2% sulle previsioni), India e Russia. L’Unione Europea crescerà del 3,1% (+0,3%) e cresceranno anche paesi come Francia, Germania e Spagna. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, Italia e Uk sono stabili, ma gli inglesi registreranno un 1,1% in più rispetto alla crescita italiana (stimata intorno all’1,8%).
I dati strutturali confermano un ritardo dell’economia nostrana rispetto ai Paesi europei più avanzati. A marzo 2007 Eurostat (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/ ) ha stilato una classifica dei Paesi a livello internazionale con capacità innovativa, classificando 25 indicatori diversi. L’Italia si piazza al 26° posto, nel gruppo dei followers, insieme a Russia, Spagna, Slovenia, repubblica Ceca. Il dato è preoccupante, soprattutto se si analizza tale indice nel suo andamento storico 2003-2006: oltre a perdere il contatto con la media europea, in Italia c’è stato un rallentamento nella performance innovativa. Le ragioni, secondo quanto emerso al Forum dell’Innovazione Digitale 2007 di Idc (http://www.idc.com/ ) della scorsa primavera, sono da ricercare nel fatto che non abbiamo seguito le orme di Francia e Germania (incremento di produzione ed esportazioni di prodotti high-tech di circa un terzo), né dei Paesi Scandinavi incrementando investimenti in R&d e capitale umano, e sostenendoli con multinazionali in grado di competere sul mercato internazionale con americani e giapponesi.
Le ragioni? Il governatore della Banca d’Italia (www.bancaditalia.it ), Mario Draghi (nella foto), a un meeting della Normale di Pisa (www.sns.it lo scorso luglio, ha denunciato i ritardi che l’Italia ha nell’innovare, attribuendoli a una scarsa spesa in ricerca, livelli insufficienti di scolarizzazione, scarsa concorrenza, assenza di venture capital in settori avanzati come high-tech o biotech e mancanza di sostegno agli start-up. Non bastano a colmare il ritardo fatti pur positivi, come l’aumento in progettazione e infrastrutture, processi di ristrutturazione della grande e media impresa con l’aumento di investimenti nell’It per la gestione integrata, l’aumento dell’internazionalizzazione dell’economia e una buona crescita del livello del personale delle imprese. Gli ha fatto eco Giuseppe De Rita (nella foto a destra), che dall’osservatorio del Censis (http://www.censis.it/ ), ha denunciato le oligarchie pubbliche e private, che sul terreno delle reti e dei contenuti, danneggiano “le moltitudini”, cioé i soggetti minori della realtà telematica. Queste impediscono alle moltitudini di strutturarsi in minoranze o di essere riassorbite. Il professore si riferisce probabilmente agli oligopoli, nelle telecomunicazioni fisse e mobili ad esempio, che mantengono i prezzi ben al di sopra della media europea, danneggiando le Pmi e il mondo consumer. Questo fatto è stato rilevato anche dall’Ue; il commissario europeo Viviane Reding (nella foto a sinistra) ha denunciato il fatto che “la diffusione della banda larga in Italia è inadeguata, troppo concentrata nelle aree urbane e del tutto lacunosa in quelle rurali (44% contro 65% Ue). Inoltre il tasso di penetrazione europeo è del 16%, mentre quello italiano, pur migliorato, si attesta al 13,2%”. Di recente l’@iip (www.aiip.it ), associazione dei provider italiani, ha denunciato il fatto che Telecom Italia (http://www.telecomitalia.it/ ) ha sull’offerta Bitstream (i prezzi a cui vende la banda ai concorrenti) prezzi che sono di 10-20 volte più cari di quelli dei migliori paesi Europei.
Né va meglio l’It. Il recente Rapporto Assinform (http://www.rapportoassinform.it/ ), pur rilevando una crescita del mercato It nel 2006 del 1,6%, la terza consecutiva, ne evidenzia il distacco dalla media europea (3,9%). I principali paesi europei fanno meglio: Uk +3,7, Germania + 2,8, Francia +3,2; gli Usa crescono del 5,7, il Giappone del 2,2. Poiché è ormai assodato che queste tecnologie hanno un impatto positivo sulla competitività e quindi sulla sviluppo del business, il segnale deve preoccupare.
Protagoniste della crescita degli investimenti in It sono le medie imprese, che hanno compreso come queste tecnologie siano fondamentali per supportare un processo di internazionalizzazione e di innovazione continua. Si registra anche un qualche timido progresso delle Pmi, soprattutto quelle inserite in distretti e legate a settori orientati all’export. Meno brillante è la situazione dell’offerta informatica; il settore ha perso importanti protagonisti, sia nell’hardware che nel software. Conviene qui ricordare ciò che con pervicacia sostiene da tempo Alfonso Fuggetta (nella foto), amministratore delegato di Cefriel (http://www.cefriel.it/ ), che “vi sono ampi spazi per lo sviluppo di soluzioni embedded (auto, apparati domestici e industriali) in settori in cui i giganti come Microsoft (http://www.microsoft.com/ ) non ci sono, e c’è spazio per l’innovazione di prodotto e di processo”.
Ma qui sembra ancora mancare la cultura generale del Paese, e il fatto preoccupante è che è carente anche quella delle giovani generazioni. Sempre Eurostat, a marzo, riportava questi dati sui giovani: in Italia tra i 20 e 24 anni i diplomati sono 73/100, contro i 77,4/100 dell’Unione Europa e gli 87 della Svezia; il 20,1% dei giovani è disoccupato, contro il 16,5% della media europea. Quanto a competenze informatiche, solo un terzo dei giovani è esperto, cioé le usa con competenza, e solo il 55% dei giovani tra i 16 e i 24 anni usa Internet almeno una volta alla settimana.
Qui un accenno di ritorno alle oligarchie è d’obbligo: Il Ministro dell’Istruzione, Fioroni, ha delineato le linee guida per i docenti per proteggere la salute degli studenti e “prevenire l’obesità e i disturbi alimentari, la dipendenza da droghe, alcool, tabacco, farmaci, doping e Internet”. Con queste premesse, è difficile pensare a un rapido miglioramento della competenza tecnica delle giovani generazioni.
Né è stato da meno il Parlamento (http://www.parlamento.it/ ): nella seduta del 5 giugno scorso, la Camera dei Deputati (http://www.camera.it/ ) ha votato, a larghissima maggioranza, un progetto di legge che prevede l’esonero per le imprese fino a 15 addetti dall’osservanza delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati sulla privacy (L. 196/03).
È un provvedimento in forte controtendenza rispetto a quanto sta accadendo in tutto il resto del mondo. I governi nazionali e gli enti sovranazionali come Ocse (http://www.ocse.org/ ) e Commissione Europea (http://ec.europa.eu ) richiamano continuamente ad un maggiore impegno nella protezione delle infrastrutture informatiche, sulle quali si basano le economie di tutti i paesi avanzati, in special modo le piccole e medie imprese, oggi le più esposte ai rischi di intrusione e di attacco informatico.
Ma veniamo agli aspetti positivi. Riguardo le statistiche, il Forum di Idc fa notare come il basso legame tra innovazione e crescita della produttività che registra l’Italia risenta della qualità dell’innovazione italiana. La nostra produzione industriale è caratterizzata da prodotti “art-based” più che “science-based”; non competiamo sul prezzo o sull’elevato contenuto tecnologico, bensì siamo riconosciuti per l’eccellenza del design, di prodotti e servizi custom e nella meccanica di precisione. La nostra produzione non è scarsamente innovativa, ma lo è su parametri diversi da quelli usati per misurarla a livello internazionale. La nostra è “soft-innovation”, basata su design, marketing, innovazione organizzativa, e quindi competiamo sulla qualità e la differenziazione dei prodotti. L’attività di ricerca e sviluppo che le Pmi pure fanno, sfugge molto spesso alle statistiche.
Sono proprio gli aspetti soft che caratterizzano la ripresa dell’export dei distretti italiani, come evidenziano le ricerche che Stefano Micelli (nella foto) e il Tedis di Venezia (http://www.univiu.org/ ) hanno fatto anche di recente. I distretti che hanno saputo trasformarsi in sistemi locali dell’innovazione, innestando un circuito virtuoso con università, centri di ricerca e amministrazioni locali, sono insieme alla media impresa i nuovi protagonisti. Valorizzano il legame con il territorio e la sua cultura, legano i prodotti a una narrazione delle radici, e utilizzano le tecnologie come fattore abilitante alla competizione sul mercato globale.

Antonio Santangelo

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