Appian, il low code per accelerare il cambiamento d’impresa

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Attualità

Appian, il low code per accelerare il cambiamento d’impresa

Una piattaforma per lo sviluppo software rapido, fatto di drag and drop e componenti semilavorati per arrivare laddove finora non si è riusciti: sviluppare applicazioni insieme agli utenti e davvero rispondenti alle loro necessità. Una tecnologia per cui si prevede un futuro di grande diffusione e centrale alla digital transformation aziendale

11 Dic 2019

di Stefano Uberti Foppa

LONDRA – Dà soddisfazione quando si ha l’occasione di dare sostanza ai tanti indirizzi strategici e tecnologici di cui oggi tanto si parla. La digital transformation, per esempio: tutti sanno che riguarda il cambiamento dei modelli di business di impresa per sostenere una competizione dove l’elemento digitale è il primo valore differenziante. Ma per fare questo, si deve mettere mano a tecnologie, processi, competenze, modelli elaborativi, budget e tanto altro ancora. Opportuno è giunto quindi AppianEurope19, l’evento organizzato pochi giorni fa da Appian a Londra, per presentare le ultime novità della propria piattaforma “low-code”, tecnologia di sviluppo software, alternativa alla classica scrittura di codice, basata sul semplice drag and drop, senza quindi necessità di grandi competenze di programmazione.

Low code: quali differenze dallo sviluppo classico

Cosa vuol dire low code? Usare oggetti grafici per costruire “mattoncini semilavorati”, componenti software da collegare e assemblare (e riutilizzare) per accelerare drasticamente la velocità di sviluppo. Sono questi i principali motivi, ma non gli unici, per cui Gartner prevede che le piattaforme low code occuperanno circa il 65% delle attività di sviluppo delle imprese a partire dal 2024.

Perché questa percentuale così alta? Innanzitutto perché ogni tecnologia, cloud, intelligenza artificiale/automation, sviluppo low code… che possa accelerare la capacità di innovare prodotti e servizi nonché migliorare il time to market di impresa, trova oggi buona accoglienza sul mercato in quanto è l’unica via praticabile per l’IT per provare a rispondere alle mutevoli e rapide esigenze del business. E poi perché se forme di sviluppo low code sono già presenti sul mercato ormai da qualche decennio (Appian è pioniera del settore), le attuali piattaforme, e prendiamo a riferimento quella Appian, migliorata nelle tecnologie di intelligent automation, di RPA (Robotic Process Automation), nei connettori nativi che ottimizzano l’integrazione dei servizi di AI di diversi provider, consentono di affrontare lo sviluppo anche di applicazioni core business critical. Sono quindi piattaforme robuste, idonee anche allo sviluppo del complesso back end applicativo, dove risiedono le logiche di business, i processi, le regole e le interazioni tipiche delle applicazioni di fascia enterprise (figura 1).

grafico figura 1
Figura 1

Giusto per una veloce idea, documenti Appian citano: Options Clearing Corporation (OCC), organizzazione per la compensazione dei derivati azionari più grande al mondo, ha usato il low-code per sviluppare 9 applicazioni mission critical per la gestione del rischio nei primi 18 mesi. Barclays ha utilizzato il low-code per connettere i dati legacy creando una vista unificata delle indagini sulla sicurezza in tutta la banca. Tempo di sviluppo: 3 mesi. L’australiana Bendigo and Adelaide Bank ha sviluppato in low code oltre 50 applicazioni che considera fondamentali per la user experience. L’italiana Iccrea, Gruppo bancario Cooperativo, di cui nelle prossime settimane pubblicheremo un dettagliato caso utente, con la low code platform di Appian, ha digitalizzato una serie di processi core per un’erogazione più veloce dei servizi ai clienti e una riduzione delle attività manuali legate alla compliance normativa.

foto Matt Calkins
Matt Calkins, CEO e fondatore di Appian

Orchestrare Robot, AI e persone: la human way del lavoro

“Il low code è il modo migliore per concretizzare ciò che le persone si aspettano che il software faccia – ha esordito nel suo speech Matt Calkins, CEO e fondatore di Appian – . È senz’altro una rivoluzione rispetto alla programmazione strutturata, ma il vero nostro punto strategico è il suo approccio human way” ha continuato il CEO che intende, con questa affermazione, la possibilità per la piattaforma di garantire un’automazione e orchestrazione intelligente end to end, nello sviluppo software, di quello che è previsto essere il futuro del lavoro, cioè un insieme integrato di funzioni suddivise tra robot (bot RPA per attività ripetitive quali data entry, classificazioni, ecc), algoritmi di AI (che analizzano e ottimizzano i risultati) e funzioni di valore delle persone nelle fasi critiche del processo.

grafico figura 2
Figura 2

Che ci sia la necessità di piattaforme in grado di accelerare e semplificare la costruzione delle applicazioni è d’altro canto confermato da una serie di previsioni ben sintetizzate da IDC (figura 2): tra il 2018 e il 2023 verranno create, per sostenere la trasformazione digitale, circa 500 milioni di nuove applicazioni, un’impennata quantitativa che equivale al numero di tutte le applicazioni sviluppate negli ultimi 40 anni. Senza contare poi una serie di fattori positivi che il low code porta con sé: secondo Forrester, ad esempio, sviluppare software di migliore qualità con queste piattaforme, contribuisce a ridurre il cosiddetto “debito tecnico”, cioè quel costo continuo che le aziende devono sostenere per il mantenimento di applicazioni legacy ormai obsolete. Ancora IDC stima che il 38% dei cicli di sviluppo vada effettivamente a perdersi nel debito tecnico, con un impatto significativo sulla produttività (figura 3).

grafico figura 3
Figura 3

Integrabile, intelligente, zero code: i miglioramenti alla piattaforma

A Londra sono stati ufficializzati alcuni miglioramenti della piattaforma Appian che orchestra in modo intelligente con i sistemi BPM aziendali e le modalità lavorative delle persone le varie tecnologie integrate. Un’armonizzazione garantita anche dal proprio motore BPM che può bilanciare il lavoro di sistemi, bot e persone sul corretto processo da seguire in rapporto al risultato finale. Ecco quindi inseribili funzioni di Intelligenza Artificiale nelle applicazioni Appian grazie ai Connected Systems (connettori no code) che integrano i servizi di AI Google quali Cloud Translation, per consentire alle applicazioni di riconoscere diverse lingue e attivare una traduzione automatica; Google Vision, per la rilevazione delle etichette e Ocr; Google Natural Language per il riconoscimento delle entità, sentiment analysis, analisi sintattica e classificazione dei contenuti.

L’integrazione di tecnologie e servizi terzi vanno ad arricchire l’AppMarket di Appian (figura 4). È un punto fondamentale per creare nuove applicazioni con servizi innovativi, in questo caso di Google, ma anche di AWS o Microsoft Azure (e di altri acceleratori di sviluppo); la piattaforma guarda anche al legacy aziendale, ponendosi come strato intermedio tra utenti e applicazioni, consentendo a quest’ultime di girare, ad esempio, su mobile e dando l’impressione di una modernizzazione e di una migliore organicità tra i silos applicativi dell’impresa.

grafico figura 4
Figura 4

Tra i nuovi Connected Systems vi sono anche i connettori per l’interazione con le Api DocuSign: sarà quindi possibile sviluppare documenti per la firma elettronica all’interno delle applicazioni Appian; Google Drive, per il trasferimento facilitato di file e cartelle; e AWS Signature v.4 Support per configurare oltre 100 Amazon Web Services. Accesso facilitato anche a Health Check, una utility che viene usata in ogni fase del ciclo di vita dell’applicazione per un controllo automatico delle prestazioni, la rispondenza a modelli e best practice e per identificare eventuali rischi legati alla maintenance o alla futura scalabilità. Infine un DevOps semplificato, con la possibilità di rilasciare le modifiche da un ambiente all’altro senza ricorrere a software DevOps di terze parti.

Come sempre feature e prestazioni da sole non risolvono i problemi: la tecnologia low code, che ha in sé la possibilità, oltre al rapido sviluppo, di affinare progressivamente l’applicazione alle reali esigenze di utilizzo degli utenti finali, trova la propria naturale guida metodologica e la sua massima potenzialità nell’Agile, cioè in quelle modalità di interazione ricorsiva, di partecipazione allo sviluppo funzionale tra gruppi di programmatori e utenti di business che sono oggi indispensabili per una reale digital transformation.

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019. Oggi è una delle principali firme del magazine.

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