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Pmi italiane, belle e intelligenti?

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Pmi italiane, belle e intelligenti?

12 Dic 2007

di Giampiero Carli Ballola

Confrontando i nostri ‘casi utente’ con osservazioni espresse in analisi di livello internazionale, pare che in termini di business intelligence le imprese italiane siano più avanzate di quanto si sia portati a credere. Specialmente le Pmi.

Di esperienze di business intelligence presso le imprese scriviamo, su queste pagine, oramai da alcuni anni. Eppure, quasi ogni volta che ci capita di ascoltare i responsabili di questa o quella azienda per realizzare uno dei nostri “casi utente”, un elemento costante che ci viene trasmesso, a volte in maniera esplicita, più spesso in maniera indiretta ma non per questo meno chiara, da parte degli intervistati, è la sensazione di “scoperta” di queste tecnologie e dei vantaggi che se ne possono ricavare. Intendiamoci: abbiamo messo “scoperta” tra virgolette perché non abbiamo mai incontrato nessuno che non fosse informato su prodotti e soluzioni di intelligence ben prima di decidere d’implementarle nella propria realtà. Al contrario, le esperienze dimostrano come Cio e It manager italiani oggi abbiano un’ottima conoscenza del mercato della Bi e delle sue proposte. Quello che viene scoperto è che queste soluzioni funzionano davvero. Che se ne traggono indicazioni utili e talvolta preziose e che soprattutto (ed è uno dei vantaggi che viene quasi sempre sottolineato) chi le usa scopre di lavorare meglio e con più soddisfazione di prima. Tanto che (ed anche questo è uno dei risultati più frequentemente citati) una volta introdotto un sistema di analisi in azienda il suo uso si espande a sempre nuovi ambiti di attività.
Questa situazione è perfettamente descritta dalle parole con cui Nigel Rayner, research vicepresident di Gartner ha presentato e commentato uno studio relativo agli sviluppi attesi per il mercato delle soluzioni di Bi in Europa: “La business intelligence aumenta l’efficacia con cui le imprese conducono i propri affari. Quando le persone capiscono quali sono i fattori che influenzano i risultati del loro lavoro, cambiano modo di lavorare. L’Erp aiuta a fare meglio le cose, ma la Biaiuta a fare cose migliori”. Il risultato, prosegue Rayner, è che: “Le società che hanno investito in sistemi di Erp si stanno rendendo conto che ora conviene investire in soluzioni di Bi per estrarre valore dalla quantità di dati di cui vengono a disporre”.
Presso gran parte delle imprese italiane questo sta già avvenendo da tempo, con un intervallo tra l’avvenuta implementazione dell’Erp e la decisione di dotarsi di una soluzione di Bi che in genere è di tre anni (come in Stonefly, dove il database unificato diventa disponibile nel 2002 e il progetto parte nel gennaio 2006). L’affermazione di Rayner si basa però su un’indagine presso 1.400 Cio d’imprese con oltre 500 dipendenti, più grandi quindi della media delle aziende italiane, che oltretutto hanno sovente organizzazioni più snelle e più rapide nel decidere gli investimenti.
Più interessante l’indagine presso le imprese che già hanno investito in Bi, dove Gartner rileva come in molte organizzazioni si vada assistendo ad un’evoluzione dei sistemi implementati verso la disponibilità di informazioni ed analisi a nuove e più estese fasce di utenza. Non solo rendendo disponibili tool di Bi a un maggior numero di impiegati, anche addetti a funzioni operative, ma estendendoli a partner, clienti e fornitori. Questa diffusione della Bi segue un processo che, per come l’abbiamo visto in questi ultimi anni, è stato proposto e promosso (intuibilmente non senza interesse) da alcuni fornitori, ma al quale le aziende utenti stanno in effetti solo ora incominciando a rispondere.
Il ritardo non è dovuto a problemi tecnologici (i client delle piattaforme di Bi possono essere installati su qualsiasi Pc e in molti casi ciò non è nemmeno necessario, potendosi effettuare drill-down e analisi via browser) e nemmeno a reali problemi di budget, doto che oggi la maggioranza dei vendor adotta sistemi di pricing per licenze concorrenti che permettono di aumentare il numero degli utenti senza aumentare in modo direttamente proporzionale i costi.
Quello che frena la “democratizzazione” della business intelligence è l’organizzazione delle imprese con i suoi processi, siano essi formalizzati o, come è frequente, consolidati dalla prassi. Questi vanno necessariamente rivisti, ma non è un compito facile, dato che è inutile distribuire ai dipendenti strumenti di analisi se i risultati di queste analisi non possono poi essere applicati ai processi in cui sono coinvolti, ma non è nemmeno possibile trasformare tutti gli impiegati in decisori aziendali. Ciò detto, va aggiunto che al riguardo le aziende italiane, e specialmente le Pmi, sono sovente più avanti della media europea (e anche qui il caso Stonefly è rappresentativo, con un dipendente su quattro, tra quelli che usano il sistema aziendale, che fa analisi sui dati); un po’ perché più piccole e snelle come organizzazione e un po’ perché più spesso integrate in un sistema di partner e subfornitori compartecipi delle attività. Per quanto riguarda il mercato della Bi, gli effetti derivanti da questa maggior distribuzione della ‘intelligence’ nell’impresa sono due. Da un lato si assiste, presso gli utenti, al consolidamento dei sistemi di intelligence su piattaforme di livello enterprise che sostituiscono le soluzioni realizzate a livello dipartimentale. In questo modo si ottiene un sistema standardizzato di misura e analisi di una medesima base dati con una maggiore efficienza sul lato operativo e una maggiore efficacia sul Bpm, dato che le analisi sulle performance sono condotte su basi omogenee e quindi sono confrontabili. Sul lato fornitori si assiste ad un più rapido sviluppo delle soluzioni analitiche proposte dai grandi vendor software, come Oracle, Sap, Ibm e Microsoftche non esitano, laddove la loro offerta sia debole su alcune aree, a lanciarsi in impegnative acquisizioni (Oracle-Hyperion, Sap-Business Objects, Ibm-Cognos).
Infine, Gartner attribuisce a Microsoft un “aggressive push” tramite gli Excel Services e le applicazioni analitiche di Performancepoint Server, entrambi associati ad Office 2007. Secondo Gartner, il tasso di crescita dei primi potrebbe risultare nel 2007 vicino al 20% contro il 6% dei vendor “pure-play” in un mercato che cresce, in Europa, del 10%. Ciò permetterebbe ai tre “mega vendor” citati di raggiungere complessivamente entro il 2010 il 30% del mercato, contro il 20% registrato nel 2006.

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Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.