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Big Data e formazione: che cosa fare per un utilizzo dei dati consapevole in azienda

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Big Data e formazione: che cosa fare per un utilizzo dei dati consapevole in azienda

Per diventare una data-driven company, le aziende hanno bisogno di una capillare cultura del dato trasversale a ogni dipartimento. In pratica, anche la mentalità deve diventare data-driven. Ecco come muoversi per trarre vantaggio subito dall’asset più importante nell’economia digitale

05 Ott 2021

di Patrizia Licata

Il dato è un asset sempre più fondamentale per le imprese. La competitività impone di diventare una data-driven company, ovvero un’organizzazione capace di affiancare la sensibilità e l’esperienza delle persone con una solida base quantitativa per accompagnare strategie e operazioni in tutti i dipartimenti aziendali. Ciò significa che non si può diventare aziende data-driven senza una solida cultura del dato: Big Data e Analytics sono tecnologie che poggiano necessariamente su un cambio di mentalità. Ecco dunque come creare nell’organizzazione la cultura del dato partendo dalla base, la formazione.

Perché alle aziende serve una cultura del dato

Negli scorsi decenni alcune aziende si sono avvicinate al concetto di data-driven company. Spesso la cultura data-driven è stata circoscritta ad alcune funzioni, come la pianificazione e la produzione, dove statistica e matematica trovano una naturale applicazione. Oggi, invece, la digitalizzazione dei processi ha creato moli di dati gigantesche e i Big Data sono entrati in tutte le funzioni aziendali e nelle aziende di tutti i settori. Questi dati rappresentano un asset e un vantaggio competitivo che le aziende ancora devono imparare a sfruttare pienamente.

In questo contesto, la cultura del dato diventa imprescindibile e va adeguatamente sviluppata. La Digital Transformation chiede di abbracciare non solo un modo di operare ma anche un modo di pensare data-driven in cui i dati supportano sia le decisioni umane che l’automazione processi. Per essere efficaci occorre disporre di dati di qualità ed è qui che entra in gioco la cultura: ogni manager e ogni collaboratore deve avere piena consapevolezza del fatto che ogni dato conta e va “preparato” all’analisi. Dati che non sono di valore per una certa funzione o per un singolo collaboratore potrebbero essere preziosi per altri.

La cultura del dato: gli aspetti proattivi

La cultura del dato ha sia aspetti proattivi che difensivi. Nel primo caso si tratta di imparare ad estrarre valore dai dati. La cultura del dato non appartiene solo a chi lavora con i dati, come il Data Analyst o il Data Scientist, ma a tutte le figure aziendali, anche quelle che non pensano di dover essere “esperte”. Sono anzi proprio queste ultime che vanno formate con un piano di reskilling alla cultura del dato – e non significa dover accedere a complesse conoscenze tecniche, ma imparare a considerare in modo nuovo il valore del dato. Il dato non è più una descrizione del passato, ma un quadro sempre aggiornato del presente e, possibilmente, una finestra sul futuro.

Le aziende data-driven sono infatti quelle che considerano la gestione dei dati non come un fattore tecnico, ma come un pilastro strategico del business. Il dato guida le decisioni basandole su fatti oggettivi. La trasformazione in data-driven company non può dunque avvenire con la sola tecnologia, ma con un percorso di change management che porta la cultura del dato a tutti i livelli aziendali.

Difendere il dato: sicurezza e privacy

Gli aspetti difensivi sono quelli che insegnano a gestire i dati in piena sicurezza. È fondamentale che nell’organizzazione tutti siano a conoscenza dei concetti di base della cybersecurity e della privacy – ancora una volta non per trasformare ogni collaboratore in analista o scienziato dei dati ma per diffondere in modo capillare e trasversale in azienda la consapevolezza dell’importanza del dato e della sua protezione. Questa cultura prepara anche all’avvento di applicazioni di Intelligenza Artificiale e Machine Learning che saranno sempre più usate per le attività ripetitive e senza valore aggiunto e che avranno bisogno di una solida governance.

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Come si fa formazione sui dati?

L’offerta formativa sulla cultura del dato si basa sulle competenze soft. Per alcune figure più specializzate può includere competenze hard, specifiche per mansioni di analisi e scienza dei dati, ma per l’organizzazione in generale la cultura del dato mira a costruire la consapevolezza del valore del dato, l’autonomia e l’efficienza nel lavoro che utilizza i dati, la condivisione tra dipartimenti e la collaborazione tra team, il senso della data-driven company e la partecipazione a una mission unica in cui il successo dell’azienda coincide con quello professionale del singolo collaboratore.

I programmi formativi andranno naturalmente personalizzati in base al ruolo e agli obiettivi dei singoli e in modo da essere rilevanti e significativi, non percepiti come una coercizione, ma capaci di accompagnare il cambio di mentalità. Dovrà trattarsi di continuous learning (in italiano, formazione continua) perché tecnologie, regole sulla privacy e minacce cyber cambiano costantemente. I contenuti dovranno essere snelli, proposti in format veloci e facilmente fruibili, come i corsi online divisi in puntate brevi – anche in videopillole – accessibili da qualunque device in qualunque momento, arricchiti con esempi pratici del mondo reale e articoli e link con materiali informativi.

“L’obiettivo ultimo è creare una cultura del dato così completa e pervasiva da stimolare non solo la capacità di valorizzare e proteggere i dati ma di stimolare la creatività delle persone a estrarre valore da dati fino a quel momento non sfruttati e a partecipare sempre più attivamente alla realizzazione dell’azienda data-driven”, sottolinea Luca Flecchia, Data Insights & Organization presso P4I.

Foto di Luca Flecchia
Luca Flecchia, Data Insights & Organization presso P4I

Mappare le competenze e coltivare la consapevolezza

“È importante che tutte le figure aziendali acquisiscano consapevolezza: il dato ha valore per l’azienda e non solo per il singolo dipartimento”, evidenzia Flecchia. “Qui si inserisce la formazione sull’importanza della qualità del dato e su come l’azienda ne estrae valore. Non curare la qualità del dato genera enormi costi ‘nascosti’ che però possono rappresentare, ha quantificato Gartner, anche decine di milioni di euro, in termini di mancate vendite, sconti non necessari, errori che vanno poi corretti, danno di reputazione, inadeguata compliance e altro ancora”.

In questo percorso l’ideale è partire da una mappatura delle competenze già presenti in azienda, sottolinea Flecchia, per disegnare poi percorsi personalizzati che vanno a colmare le eventuali lacune.

“Costruire la cultura del dato è un investimento imprescindibile sia per trarre vantaggio dal patrimonio di dati aziendale, sia per proteggerlo”, conclude Flecchia. “I temi della privacy e della sicurezza sono parte integrante di questa cultura: le persone vanno formate a usare i dati in modo corretto, perché sapere qual è il reale valore del dato porta ad agire in modo responsabile per proteggerli. Tutelare il dato non può più essere solo compito dell’IT, ma di tutta l’organizzazione in modo trasversale”.

L’importante è che il percorso formativo abbia la forte sponsorship del management, non solo dell’HR ma della C-Suite, e che i programmi i siano flessibili e agili per poterne subito trarre beneficio. Infine, non bisogna fermarsi mai: “La formazione alla cultura del dato è una formazione continua”.

Patrizia Licata

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