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Hp, il ruolo del Software defined data center nella trasformazione dell’It

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Hp, il ruolo del Software defined data center nella trasformazione dell’It

25 Feb 2015

di Nicoletta Boldrini

Per trasformare il dipartimento IT (e l’intera azienda) in un ambiente agile, flessibile, economicamente vantaggioso e basato su metriche misurabili è necessario un cambiamento delle modalità operative, da un lato, nonché, dall’altro, l’implementazione di quelle soluzioni che permettano all’IT di abbandonare le operazioni di manutenzione dell’infrastruttura e dedicarsi ai ‘problemi’ e ai risultati essenziali per il business. Perché si parla di Software defined data center come nuovo approccio all’IT e di Coverged System come risposta tecnologica primaria? Ne discutiamo con Sergio Crippa, Country Category Sales Lead Hp Italiana.

“Il percorso evolutivo dei sistemi informativi ha condiviso un’esponenziale crescita della domanda di tecnologia. Tale esplosione non ha mai permesso al percorso innovativo di risolvere in modo decisivo la problematica principale”, esordisce Sergio Crippa, Country Category Sales Lead Hp Italiana.

Sergio Crippa, Country Category Sales Lead Hp Italia

“Infatti, ancora oggi l’80% della spesa It è dedicata alla manutenzione di ambienti, architetture, applicazioni esistenti. I datacenter, soffrono di una eccessiva organizzazione a silos e di un eccessivo orientamento tecnologico che costringe a operation manuali. E non è tutto; questa rigidità strutturale, affiancata della continua crescita dalla domanda di tecnologia si scontra oggi con l’esplosione della domanda del business che, guidato dai trend quali mobilità, big data, security, social e cloud chiede nuove applicazioni, spesso disruptive e tempi di delivery sempre più brevi”.

Ecco cosi che il ‘gap dell’It’ continua a crescere anziché diminuire (figura 1). “È ormai chiaro che il paradigma utilizzato fino ad oggi (consolidamento, virtualizzazione, convergenza) non è piu sufficiente”, spiega Crippa. “È altresì chiaro che le modalità operative a ‘silos’, costruite fino ad oggi, rappresentano il vincolo principale e più difficile da superare: gestioni manuali, orientamenti tecnologici, competenze di dettaglio. I sistemi convergenti rappresentano a mio avviso il primo passo concreto verso il superamento dell’attuale linea di confine. Quindi per definire una corretta architettura Big data non si parte più con approccio bottom up, ossia dalla selezione del componente di calcolo, di comunicazione o di archiviazione bensì, si lavora top down analizzandone l’applicabilità, il dimensionamento dei dati da gestire e la loro tipologia. Hp sposta l’attenzione sulla comprensione della domanda e sulla pianificazione: è così che nascono i converged system, pool di risorse che abilitano l’application control e quindi Software Defined disegnati e garantiti per soddisfare un workload e kpi (figura 2)”.

Come rispondere alla domanda, in crescita, di sistemi Sddc?

Figura 1 – Business Agility Gap – Fonte: Hp

La domanda di questi sistemi è in forte crescita [secondo gli ultimi dati di Idc la spesa globale per i converged systems sta registrando ormai dal 2011 una crescita continua e a fare da driver principale c’è oggi il Sddc – Software Defined Data Center – ndr] ed è in questa direzione che Hp sta puntando da tempo. “Abbiamo trasformato il nostro approccio nonché il portfolio costruendo una completa proposizione convergente che si compone di varie architetture dedicate alla mobility (per esempio HDI con tecnologia Moonshot), alla virtualizzazione e cloud (Helion), alla Hyper Convergence, ai Big Data ma soprattutto, tutti questi scenari si completano con sistemi software di Unified management & Control quali One View”, dettaglia Crippa. “Hp oggi ha un portfolio unico flessibile, scalabile, semplice, capace di gestire in modo unificato architetture come Moonshot con lo Unix legacy, aperto al cloud, integrato con software di gestione, security, mobility e big data e, non ultimo, con servizi professionali capaci di integrare tecnologie e service level agreement”.

Figura 2 – Fonte: Hp

Calare tale proposta tecnologica all’interno del concetto di Sddc, intesa come ‘filosofia’ architetturale e organizzativo/operativa in continua evoluzione, significa “trattare le infrastrutture come un insieme di risorse necessarie per workload specifici e non come si è fatto in passato semplicemente come singoli elementi (calcolo, storage e networking)”, spiega Crippa. “L’It non è più focalizzato sul ‘costruire un prodotto’ ma sul ‘soddisfare un workload’. Questo significa dedicare le risorse del dipartimento IT allo sviluppo di innovazione, alla gestione della domanda, alla pianificazione, garantendo al business il raggiungimento dei risultati”.

Un percorso tutt’altro che semplice da sviluppare, però. “In un’ipotetica roadmap evolutiva, l’It potrebbe iniziare il proprio percorso di cambiamento comprendendo le potenzialità del Sddc, in particolare di quali obiettivi possa soddisfare”, osserva in conclusione Crippa. “Il coinvolgimento di tutti gli stakeholder interessati agli ambiti tecnologici di riferimento – network, server, storage – risulta una condizione necessaria nel processo evolutivo per sviluppare un atteggiamento disruptive nei confronti della ‘mentalità a silos’. Infine è importante adottare un approccio all’architettura e non a un singolo prodotto: avere quindi una visione d’insieme, in linea con il ‘new style of It’”.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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