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Modernizzare l’IT dell’Università con la virtualizzazione

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Caso Utente

Modernizzare l’IT dell’Università con la virtualizzazione

22 Gen 2019

di Riccardo Cervelli

Il caso dell’Università di Firenze. Per consolidare, rendere più flessibile, efficiente e affidabile l’IT dell’ateneo, si è puntato prima su una riorganizzazione e quindi su una più spinta virtualizzazione, basata in gran parte su tecnologie VMware. Al centro, un nuovo data center e server più moderni

Frammentazione, presenza di applicazioni duplicate, complessità architetturale e di integrazione, sono stati tra i principali oggetti di sfida per l’ancora fresca nomina di Marius B. Spinu come CIO dell’Università degli Studi di Firenze e del suo team nel 2018. L’ateneo fiorentino, come molti di quelli delle maggiori città italiane e di tutto il mondo, si è ritrovato, dopo decenni di introduzione di sistemi informatici nei più disparati uffici e dipartimenti universitari, ad avere un ambiente IT molto eterogeneo, interconnesso anche in modo performante a livello di networking, ma costituito da numerosi silos informativi, progettati e sviluppati anche da risorse focalizzate su attività di ricerca specifiche, lasciando alla struttura IT comune più che altro compiti di manutenzione.

Foto di marius b spinu
Marius B. Spinu, CIO dell’Università degli Studi di Firenze

Quando, a metà del 2017, a Spinu, già in forza nell’IT regionale della Sanità toscana, è stato proposto di assumere l’incarico di Chief Information Officer, l’università era già orientata ad aspettarsi, nei confronti dell’organizzazione IT, un atteggiamento strategico e non più (per usare le parole del manager) di “mera logica di esecuzione e manutenzione”. Questo a Spinu ha fatto molto piacere, e lo ha spinto a impegnarsi, insieme al suo nuovo team, a “una riorganizzazione della struttura IT in un’ottica trasversale, rispetto a una in cui gli analisti IT si dovevano preoccupare quasi esclusivamente di prendere nota delle esigenze di un singolo processo o di uno specifico dipartimento e fornire soluzioni ad hoc, in una logica inevitabilmente frammentata. Con la riorganizzazione che abbiamo attuato – continua il CIO dell’antica università fiorita nel periodo mediceo – oggi ogni nuovo processo IT o ammodernamento tecnologico si progetta come parte integrante di un’architettura unica, che abbraccia dalla direzione generale all’amministrazione dell’Ateneo, dal rettorato al singolo dipartimento. Come ogni riorganizzazione, anche la nostra ha comportato cambiamenti nel modo di lavorare e gestire le proprie competenze da parte delle persone: nel nostro caso, vi è una soddisfazione generale perché tutti si sono resi conto di poter fare di più e meglio per sviluppare e fornire nuovi servizi migliori a favore degli studenti, dei docenti e del personale amministrativo. A partire dalla possibilità di adottare o sviluppare servizi eccellenti che potessero essere utilizzati da una più ampia utenza possibile”.

La parte infrastrutturale del progetto

Affrontata la parte organizzativa e culturale del processo di IT modernization, si è trattato quindi si declinare la nuova visione strategica dell’Information Technology per la vita universitaria in un’innovazione anche tecnologica. “La tecnologia chiave che è subito stata identificata è quella della virtualizzazione, creando una nuova infrastruttura centralizzata ad alta affidabilità, in una logica di cloud privato, e riottimizzando alcuni server dipartimentali”.

“Nel momento in cui abbiamo deciso di puntare sulla virtualizzazione – prosegue Spinu – abbiamo avuto la piacevole sorpresa di scoprire che la nostra Università aveva la possibilità di aderire a una convenzione, stipulata dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui) con il pioniere della virtualization VMware. Una virtualizzazione che si è sempre posta l’obiettivo di integrare tecnologie multivendor e open source, da Oracle Database a MongoDB, MySql, Postgres; dai sistemi operativi Windows a Linux, solo per fare alcuni esempi. E in una realtà come la nostra, l’eterogeneità dei software era e resterà una norma e un valore; l’utilizzo delle tecnologie open source è molto frequente, soprattutto nei dipartimenti”.

Oltre alle soluzioni VMware per la virtualizzazione, “con un focus particolare – precisa Spinu – su VMware vCenter e vSAN (Virtual SAN), per la virtualizzazione dello storage, e VMware NSX, per il software-defined networking”, le convenzioni CONSIP ci hanno permesso l’acquisto in tempi molto brevi di nuovi server Dell. “Per quanto riguarda la connettività all’interno delle sedi dell’Ateneo e fra queste, abbiamo accertato che la rete a 10 Gbps già esistente era sufficiente”.

Gli obiettivi per lo sviluppo e l’innovazione

Disporre di una più moderna infrastruttura software e hardware, per il CIO e il team IT dell’Università degli Studi di Firenze significa avere maggiori possibilità di offrire servizi più ampi e innovativi a studenti (oltre 50.000), docenti e ricercatori (suddivisi in 10 scuole e 21 dipartimenti) e servizi amministrativi, nel più breve tempo possibile. “Dal punto di vista del development – sottolinea Spinu – puntiamo molto sulla metodologia Agile con una logica Kanban [un framework mutuato da una metodologia nata in Giappone per la lean production, che prevede una visione da valle a monte del processo produttivo, per cui si lavorano solo i pezzi ritenuti necessari, ndr].

Questo approccio al project management e allo sviluppo fa leva anche sulla nuova visione architetturale cui abbiamo accennato all’inizio dell’articolo. “In un ambiente IT tradizionale, che si è evoluto durante un lungo periodo, – spiega il Chief Technology Officer dell’ateneo fiorentino – può succedere che vi siano più software identici che supportano gli stessi processi. Fra questi software può esserci un gap costituito da processi mancanti. L’obiettivo che ci poniamo, risolvendo il problema della frammentazione, è quello di mettere a fattor comune i processi esistenti e recuperare lo spazio inutilizzato, o liberato, per digitalizzare nuovi processi condivisi”.

Una nuova concezione di silos

Un ambiente di questo tipo non può essere realizzato, comunque, senza un approccio che tenga conto di diversi casi d’uso dell’IT: “Abbiamo previsto – spiega Spinu – di puntare su tre tipologie di silos tecnologici. Il primo è costituito dagli ambienti destinati a utilizzi esclusivi da parte di specifici dipartimenti, per obiettivi di ricerca che non coinvolgono tutti il resto dell’Ateneo e degli studenti. Il secondo è un nuovo data center “general purpose” a supporto delle esigenze dell’amministrazione centrale, della ricerca e della didattica che possiamo definire mission-critical. Il terzo è dedicato a contenere un cluster VMware Horizon per esigenze essenzialmente della didattica”.

Il primo silos è quello in cui i singoli team di ricercatori e sviluppatori dei dipartimenti continuano a utilizzare in modo rilevante software open source sui loro server. Il secondo e il terzo sono quelli per cui l’Università di Firenze, grazie alla convenzione CRUI con VMware, ha stanziato i maggiori investimenti in tecnologie di virtualizzazione e storage (all’incirca per un milione di euro): “Si tratta di un vero e proprio nuovo data center – spiega Spinu – costituito da due cluster. Sul primo, stimato a circa il 60% della capacità complessiva, girano tutti gli applicativi e si memorizzano i dati che servono per il funzionamento dei servizi amministrativi, per gli studenti e per la didattica oltre a ospitare eventuali server dedicati alla ricerca come, in una prima fase, quelli di alcuni dipartimenti di eccellenza del nostro Ateneo. Il secondo cluster invece sarà dedicato esclusivamente a gestire postazioni remote di tipo Thin Client desktop (“Abbiamo in corso una gara per acquistare dispositivi di questo tipo” spiega Spinu) utilizzando la piattaforma VMware Horizon, per le aule didattiche e per le aule informatiche dell’Ateneo. Tale configurazione permetterà una gestione decisamente più efficace, immediata e sicura effettuata in gran parte da remoto.

Eventuali risorse non utilizzate possono essere messe a disposizione dei docenti o ricercatori o per effettuare simulazioni o per creare ambienti complessi in modalità sandbox per esercitazioni di laboratorio.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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