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Il nuovo data center che abilita il business

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Prospettive

Il nuovo data center che abilita il business

07 Nov 2018

di Patrizia Fabbri

Il data center è ormai ibrido per definizione, composto da un insieme di “oggetti” che possono trovarsi on premise, in cloud, in diversi cloud, con intelligenza distribuita nella rete e negli oggetti. Un contesto dove si ragiona non più in termini di risorse IT, ma di servizi che devono essere scelti, integrati, gestiti e orchestrati. Un contesto che in molti casi, con le business unit che hanno iniziato ad approvvigionarsi in autonomia di servizi fruibili in cloud, rischia di sfuggire di mano ai CIO rendendo difficile la gestione del data center esteso, aumentando rischi di security e, in definitiva, riducendo le potenzialità di risposta alle esigenze di business (flessibilità e agilità) che un ambiente ibrido offre

Quando si parla di data center non si dovrebbe più pensare a un luogo fisico: allo stesso modo in cui oggi è tautologico dire “business digitale” perché il business va sempre più fondendosi con il digitale, così è tautologico parlare di data center ibrido perché il data center è ormai per definizione ibrido. E questo significa utilizzare tutte le architetture tecnologiche disponibili: ambienti in house, cloud privati e cloud pubblici forniti da differenti provider.

Oggi in Europa, Gartner e IDC rilevano che la media dei cloud provider utilizzati dalle aziende è di quasi 5 (anche se l’Italia risulta un po’ arretrata su questo trend, visto che gli ultimi dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano indicano in meno di 3 i provider utilizzati in media dalle aziende italiane); Forrester, attraverso un’indagine condotta su 1.146 global infrastructure decision maker, le cui aziende hanno implementato o espanso il cloud pubblico, afferma che solo l’8% ha in esercizio l’ambiente public cloud di un solo fornitore.

Perché si adotta una strategia multicloud

Ma quali sono i motivi per cui si scelgono differenti cloud provider? La motivazione economica, ossia la ricerca del provider che per analoghi servizi offra prezzi inferiori, sottolinea Forrester, seppur presente non è quella determinante. La scelta di adottare diversi cloud provider è determinata fondamentalmente da due grandi argomentazioni:

  • tecnologica, che può essere di tipo qualitativo (su determinati provider alcuni workload “girano” meglio che su altri) o quantitativo (la necessità di spostare carichi di lavoro da un cloud all’altro per meglio gestire picchi di lavoro). Inoltre l’approccio multicloud riduce la problematica del lock in che si presenta adottando un unico fornitore;
  • di business, le business unit possono avere l’esigenza di utilizzare applicazioni fornite in cloud da uno specifico cloud provider. L’adozione di queste applicazioni può avvenire sia passando dai sistemi informativi interni, che attivano il servizio, sia in autonomia da parte delle singole unit. Inoltre può esserci la necessità, legata alla compliance a normative specifiche, di fruire di alcune applicazioni solo da cloud collocati in specifiche aree geografiche.

Riguardo a questo secondo gruppo di motivazioni troppo a lungo, avverte Forrester, molti CIO hanno ignorato i cloud pubblici e hanno fallito la missione di indirizzare in anticipo, o a sufficienza, la trasformazione digitale accelerata dal cloud. Questo comportamento ha quindi portato i vari reparti di un’organizzazione, tipicamente i team di sviluppo, la forza vendita, e altre business unit, a scoprire da soli il valore, il potenziale della nuvola, fino a volerla sperimentare in maniera autonoma, trovando le proprie soluzioni, guadagnando credibilità e proseguendo nelle proprie attività, senza la supervisione della direzione IT.

Lo scenario che spinge le imprese verso l’utilizzo di diversi provider è dunque caratterizzato da grandi fornitori di cloud pubblico, come AWS, Google, Microsoft, e da altri soggetti, ciascuno in grado di erogare servizi di valore in aree geografiche specifiche, in particolari settori verticali o in singoli casi d’uso. Non bisogna poi dimenticare che quando l’IT viene coinvolto “a posteriori” spesso è necessario usufruire di ulteriori servizi in cloud per risolvere problemi di compliance, integrazione dati o di backup.

Consigli ai CIO da Forrester

Figura 1 – Le priorità dei CIO in ambito cloudFONTE: IDC Future Scape 2018 Worldwide Cloud Prediction

In breve tempo l’ambiente IT aziendale cresce di complessità, rischiando di riproporre il ben noto problema della creazione di silos che, segregando i dati con le applicazioni che li utilizzano (nel caso del cloud dispersi per il mondo, presso i siti dei provider), limitano le capacità dell’azienda di sfruttare i propri asset informativi per il supporto delle nuove iniziative di business. La figura mostra quali sono le sfide della digitalizzazione che hanno i maggiori impatti dal punto di vista organizzativo: al primo posto vi è proprio la gestione multicloud.

E qui è necessario un chiarimento: quando si parla di strategia multicloud e di integrazione multicloud non ci si riferisce all’utilizzo di differenti cloud provider in modalità “stand alone” (che rischia di riproporre l’approccio a silos), dove semplicemente vengono fruite diverse applicazioni da differenti provider. Si parla di vera e propria strategia multicloud quando differenti cloud vengono integrati e “visti” dai sistemi informativi aziendali come un unico pool di risorse.

Di fronte a questi problemi urgenti, su un versante, il consiglio di Forrester ai CIO è sì di lasciare che le linee di business scelgano gli strumenti cloud più appropriati di cui hanno necessità, ma al contempo è anche quello di non perdere di vista i crescenti requisiti che imprese e organizzazioni sono chiamate a rispettare dalle normative e dai legislatori, in merito alla responsabilità sul trattamento dei dati, e alla capacità di sapere sempre tracciare, e anche di dimostrare, quali sono stati i percorsi delle informazioni nei vari processi di business.

Un altro grave errore da non commettere è dire no a priori di fronte a determinate iniziative delle linee di business, perché ciò potrebbe portare a comportamenti indesiderabili, nascosti o non prevedibili da parte di alcuni. La strada deve invece essere quella di creare fiducia, di collaborare con le varie parti, comprendere quali sono gli strumenti utilizzati, e alla fine studiare eventuali soluzioni alternative. Nell’indirizzare il processo di transizione verso una strategia multicloud, la tentazione, e il rischio per i CIO, aggiunge Forrester, è voler centralizzare troppo presto il controllo, riducendo le duplicazioni, eliminando i colli di bottiglia e migliorando l’efficienza: ma nel fare ciò troppo in fretta si rischia di danneggiare sia la fiducia, sia la credibilità all’interno dell’organizzazione, favorendo le implementazioni di ‘shadow IT’ e riducendo la predisposizione delle varie parti a condividere informazioni e risorse.

Insomma, conclude la società di ricerche, il CIO resta alla fine il responsabile del grado di esposizione al rischio a cui è sottoposto il business e deve trovare i modi per ricostruire autorità e fiducia, relazionandosi con le varie parti, ma anche avvalendosi degli strumenti di gestione cloud che forniscono un crescente insieme di funzionalità e possono aiutarlo a sviluppare, tracciare, rafforzare, ruoli, profili e policy su differenti infrastrutture, rendendo fattibili anche implementazioni multicloud caratterizzate da sicurezza ed efficacia.

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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