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APM: monitorare tutto, dall’infrastruttura all’ultimo miglio

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Intervista

APM: monitorare tutto, dall’infrastruttura all’ultimo miglio

14 Feb 2018

di Patrizia Fabbri

In un contesto sempre più fluido guidato dalla multicanalità, per garantire livelli di servizio eccellenti e soddisfazione dei clienti sono necessarie soluzioni di Application Performance Management/Monitoring che attraversino i diversi layer applicativi in maniera veloce, per rendere disponibili rapidamente informazioni chiare e fruibili a chi dovrà gestire le eventuali problematiche.

David Rossi, Presales Manager South Emea di Micro Focus, approfondisce le principali dinamiche evolutive alla base delle nuove generazioni tecnologiche di APM.

ZeroUno ha intervistato David Rossi, Presales Manager South Emea di Micro Focus, per comprendere quali sono le principali caratteristiche delle soluzioni APM che oggi devono considerare un contesto infrastrutturale e applicativo estremamente complesso per raggiungere l’obiettivo di sempre: fidelizzare il cliente finale attraverso un’esperienza di qualità.

ZeroUno: La digitalizzazione pervasiva impone alle aziende un cambio di marcia (ma anche di direzione) nella relazione con i propri clienti. Il loro ingaggio avviene attraverso una molteplicità di canali che è sempre più complesso tenere sotto controllo. Ma la garanzia di una consumer experience di qualità è indispensabile per fidelizzare i clienti e acquisirne di nuovi. Come stanno cambiando le soluzioni di Application Performance Management/Monitoring per rispondere adeguatamente a questo contesto?

David Rossi: Più che scomparire, direi che questo confine diventa sempre più fluido, andando quasi ad assumere la forma dell’acqua che cambia e si modella sulla base delle esperienze multicanale degli utenti finali. E questo richiede un differente approccio al monitoraggio delle applicazioni e delle infrastrutture sottostanti in un contesto, inoltre, dove si notano diverse velocità all’interno della stessa azienda e abbiamo: da una parte, il legacy IT più tradizionale con sistemi e tempistiche più complessi e quindi più difficili da trasformare; dall’altra, quelle nuove iniziative richieste dal business per ridurre il time to value, con tempi più veloci, molto spesso proprio legate all’esperienza multicanale, soprattutto mobile.

Le aziende si trovano dunque a dover affrontare una numerosità di clienti molto più elevata che in passato, la cui esperienza deve essere monitorata non solo dal punto di vista del tempo di risposta e della disponibilità dell’applicazione, ma anche del gradimento nell’interazione con le applicazioni. La diffusione del mobile e le stesse iniziative Byod, per quanto riguarda gli utenti interni, comportano una maggiore complessità delle piattaforme, con differenti device e diversi sistemi operativi che evolvono molto rapidamente.

Per poter identificare eventuali problemi o colli di bottiglia sono dunque necessarie soluzioni di monitoraggio e gestione che consentano di attraversare i diversi layer applicativi in maniera veloce in modo da disporre rapidamente di informazioni chiare e fruibili dai diversi ruoli che andranno poi a gestire le eventuali problematiche.

La gestione dell’informazione è un altro trend estremamente sentito: tutto quello che va sotto il nome di analytics e quindi la capacità di interagire con volumi di dati enormi, strutturati e non strutturati provenienti da infrastrutture complesse ed eterogenee e dai sistemi di interfaccia con gli utenti è importante, molto sentito dai nostri clienti che sono “bombardati” dalle migliaia di dati che arrivano da tanti sistemi di monitoraggio e il cui cruccio principale è estrarre informazioni di valore, che permettano di intervenire immediatamente sul problema.

La fluidità dei sistemi, la varietà delle infrastrutture che diventano sempre più ibride (on premise, cloud, multicloud ecc.) comporta poi la necessità di gestire dinamicamente i carichi di lavoro andando ad agire su backup che possano essere replicati sulle diverse piattaforme. Alla complessità infrastrutturale si aggiunge poi un altro trend oggi sempre più importante, ossia tutta la tematica dei container e dei microservizi che abilitano la messa in produzione molto rapida di applicazioni o singole funzionalità; situazione nella quale l’APM assume un ruolo ancora più importante perché deve essere in grado di attraversare tutta la catena applicativa [cosa che nel caso di container e microservizi è certamente più complesso che non in un’applicazione monolitica ndr].

L’obiettivo finale è sempre lo stesso: fidelizzare il cliente, sia esso interno o esterno. Il primo caso è particolarmente delicato in situazioni di merge, per esempio, perché se il dipartimento IT non è in grado di garantire una user experience consona alle aspettative anche alle realtà acquisite, queste potrebbero andare a cercare lo stesso servizio all’esterno, mettendo in moto quel meccanismo di shadow IT che rende ancora più complessa e di difficile gestione l’intera infrastruttura.

ZeroUno: Se da un lato le soluzioni APM devono considerare metriche più “tradizionali” legate al monitoraggio dell’infrastruttura, dall’altro devono includere tutto questo mondo della user/consumer experience. Come conciliare queste necessità?

Rossi: Per risponderle faccio riferimento a quelle che gli analisti del mondo ICT, Gartner e Forrester, considerano come ineludibili per definire una soluzione APM.

Gartner considera 5 dimensioni funzionali: enduser monitoring, modellazione della visualizzazione runtime dell’architettura applicativa, profilazione delle transazioni user-defined, monitoraggio dettagliato dei componenti di contesto applicativo e, naturalmente, tutto il mondo dell’analisi dell’informazione perché senza questo tipo di analisi il dato non ha alcun valore.

Seppure con una tassonomia un po’ diversa, anche Forrester considera le stesse variabili: topologia dinamica delle applicazioni, application monitoring, monitoraggio dell’infrastruttura on premise e in cloud, aggiungendo il monitoraggio dei microservizi dei container, e l’analisi del dato.

Quindi abbiamo una parte più tradizionale di metriche dove si raccolgono dati dell’infrastruttura, su come lavora l’applicazione all’interno dell’application server o del web server. Ma poi c’è una parte di metriche totalmente nuova che riguarda come l’utente percepisce l’applicazione, non soltanto in termini di tempi di risposta e disponibilità (che rimangono le metriche principali), ma anche riguardo la facilità d’uso, l’impatto dell’applicazione sul device dell’utente: se l’applicazione è troppo pesante e “impalla” lo smartphone oppure quanta batteria consuma o, ancora, se è garantita la funzionalità per tutte le release dei sistemi operativi che i vendor continuano a supportare…

Infine in un mondo mobile, l’azienda che fornisce un qualsiasi servizio fruibile via smartphone deve poter capire se ci sono problemi nell’ultimo miglio, questo significa monitorare la connessione (3G, 4G, LTE ecc.) con la quale l’operatore telefonico abilita la fruizione dell’applicazione.

Sono tutte metriche da considerare perché sono quelle che, se il risultato è conforme alle aspettative, fidelizzano il cliente.

ZeroUno: Sia nel caso delle metriche più tradizionali sia per quelle “nuove”, le soluzioni APM devono considerare e correlare enormi quantità di dati, provenienti, come abbiamo detto, da infrastrutture tecnologiche e architetture applicative eterogenee e complesse. Grazie a quali caratteristiche possono farlo?

Rossi: L’APM è ormai un monitoraggio a 360° su una molteplicità di piattaforme e sistemi e deve essere in grado di integrare le diverse informazioni per poter fornire un dato consolidato (oltre al dato specifico della singola piattaforma) e inserirlo in un contesto più generale. Si tratta quindi di strumenti che devono consentire di essere specifici su un sistema, una piattaforma, ma che, grazie ad API aperte, si integrino anche con il mondo esterno.

Il secondo elemento che contraddistingue le soluzioni APM oggi è l’integrazione con motori di machine learning, in modo che queste soluzioni siano in grado di apprendere da sole abilitando una predictive analysis affinché, analizzati i dati di contesto in modo automatico, si possa intervenire prima possibile, addirittura in modo proattivo, su un problema.

Per garantire la user experience bisogna essere in grado di ripercorrere tutta la filiera applicativa con un track down che possa intercettare il punto esatto dell’anomalia e una dashboard di consuntivazione di tutto quello che viene intercettato dando le informazioni di dettaglio a coloro che hanno la responsabilità delle varie piattaforme o dei vari servizi. Ci sono quindi soluzioni di diagnostica che consentono di monitorare le singole piattaforme e di avere la topologia dinamica dell’applicazione all’interno dei sistemi.

C’è poi un altro elemento da considerare molto importante: se l’obiettivo è quello di minimizzare il tempo che intercorre tra l’identificazione di un eventuale problema sul livello di servizio e la sua risoluzione, è evidente che quanto prima si riescono a fornire feedback sulla reale esperienza utente rispetto a un determinato servizio ai team di sviluppo e test, tanto prima sarà possibile anticipare la risoluzione del problema. Questo genera un canale virtuoso di comunicazione e un miglioramento continuo, soprattutto in un mondo in cui si parla ormai di continuous development e continuous delivery.

ZeroUno: Ha proprio anticipato la mia prossima domanda: non bisognerebbe a questo punto introdurre nei team DevOps anche figure che si occupano delle performance applicative? O è sufficiente rendere disponibili i dati di performance tramite dashboard facilmente utilizzabili dagli sviluppatori?

Rossi: Sicuramente disporre delle informazioni in modo chiaro è importante però se non si sanno interpretare bene queste informazioni l’efficacia si riduce. Quindi secondo me è auspicabile avere delle competenze sul performance monitoring anche all’interno di organizzazioni di sviluppo e test. Credo che molto spesso uno sviluppatore sia focalizzato su una parte di applicazione mentre è necessario possa avere evidenza di tutta la filiera applicativa perché i sistemi in esercizio vivono su equilibri che potrebbero venire sbilanciati anche da piccole perturbazioni; quindi ritengo importante che anche chi si occupa di sviluppo applicativo abbia competenze di performance.

ZeroUno: Infine, anche alla luce di quanto detto prima, mi può illustrare le caratteristiche principali della vostra soluzione?

Rossi: Micro Focus Application Performance Management è un insieme di soluzioni che consentono di soddisfare a 360° le esigenze di monitoraggio nei vari ambienti.

Business Process Monitoring è la soluzione di synthetic monitoring attraverso la quale vengono simulate delle transazioni per definire delle baseline che garantiscano determinati livelli di servizio; viene quindi confrontato il comportamento dell’applicazione in diversi momenti della giornata o contesti con queste baseline per identificare eventuali scostamenti. A questa si aggiunge Real User Monitoring (RUM), che definiamo di ‘monitoraggio passivo’ in quanto raccoglie le informazioni relative al comportamento reale dell’utente; queste informazioni vengono registrate e viene fornito un feedback che può servire agli sviluppatori per mettere in atto quel continuous improvement oggi richiesto. È infatti possibile registrare degli scenari utente dalle transazioni reali e farlo replicare in ambito di performance test accorciando i tempi tecnici, tramite una integrazione nativa tra le soluzioni di Performance Test e APM di Micro Focus.

Abbiamo poi la soluzione di diagnostica, Application Diagnostics Software che consente di monitorare gli application server per una tracciatura estremamente puntuale di tutte le risorse che vanno a concorrere alla risposta a una determinata sollecitazione dell’utente finale sull’applicazione.

Grazie a Runtime Service Model, che è un CMDB dinamico a runtime, posso poi creare una topologia dinamica dell’applicazione sui sistemi per capire come la catena applicativa si distribuisce all’interno dell’infrastruttura ed avere evidenza di dove si genera un problema.

Le dashboard basate su ruoli e il motore di analisi Vertica, un database colonnare che consente di analizzare grandi volumi di dati derivanti da RUM e dal software di diagnostica mettendoli in relazione con le baseline create con Business Process Monitoring, permettono di abilitare analisi predittive.

Il monitoraggio della user experience web e mobile è arricchito dalla soluzione AppPulse, offerta anche in modalità SaaS, che consente di analizzare il comportamento dell’utente finale dal momento in cui accede all’applicazione andando a misurare la user gesture (i movimenti che l’utente compie per interagire con l’applicazione), i tempi di risposta nell’ultimo miglio ecc. Si compone di diversi moduli: AppPulse Active consente agli sviluppatori di emulare il comportamento degli utenti avvalendosi di script e robot: in questo modo è possibile identificare i problemi e risolverli prima che le applicazioni entrino in produzione. Con AppPulse Mobile, invece, si può osservare quale sia la user experience delle applicazioni mobile in produzione, attraverso dati di utilizzo reali. Il modulo AppPulse Trace, infine, permette di isolare i problemi fino alla specifica linea di codice oppure al singolo server responsabili, per poter apportare le correzioni il più rapidamente possibile.

Quella che propone Micro Focus è quindi una suite di soluzioni aperte, flessibili sia per quanto riguarda l’implementazione sia per quel che concerne i dati forniti, fruibile dai diversi ruoli aziendali e che consente di monitorare infrastrutture eterogenee e complesse.

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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