Smart working: quanto si sta diffondendo in Italia?

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Smart working: quanto si sta diffondendo in Italia?

Le grandi aziende con progetti strutturati di smart working sono quasi raddoppiate e aumenta il numero dei lavoratori coinvolti. Il nuovo report dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano descrive il fenomeno, traccia un profilo del tipico lavoratore “smart” e approfondisce il ruolo di supporto della tecnologia.

28 Ott 2016

di Valentina Bucci

Quanto si sta diffondendo lo smart working in Italia? Tanto, giudicando i dati raccolti nell’ultimo report dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, a cui ha collaborato anche la società di ricerca Doxa. Escludendo dalle valutazioni l’ambito delle Pmi, che appaiono in ritardo, il trend è incoraggiante:

Di questo servizio fanno parte anche i seguenti articoli:
FOCUS SETTORI – Smart Working: Pa e Pmi in ritardo
FRENI E OPPORTUNITA’ – Allo Smart working servono Smart Manager….
Figura 1- La diffusione dello smart working
Fonte: Politecnico di Milano
  • l’anno scorso le grandi organizzazioni (più di 250 addetti) con progetti strutturati in ambito smart working erano il 17%, quest’anno sono il 30% (figura 1);
  • solo il 12% dello stesso campione si dichiara non interessato alla sua adozione o ritiene che non possa essere applicato alla propria realtà;
  • cresce il numero delle persone coinvolte: rispetto a un’analoga stima fatta nel 2013 gli smart worker (lavoratori dipendenti che godono di una rilevante discrezionalità nella definizione delle proprie modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati) presenti nelle organizzazioni con più di 10 addetti sono aumentati del 40%, passando dal 5% al 7%; l’Osservatorio stima un numero complessivo di 250.000 lavoratori agili.
Mariano Corso, Responsabile Scientifico, Osservatorio Smart Working

Lo Smart working è un fenomeno sempre più vivo, e in Italia il fermento è anche più forte che in altri paesi, frutto di una presa di coscienza del divario esistente tra la flessibilità che viviamo con i nuovi strumenti nella nostra vita di cittadini e la rigidità di una organizzazione lavoro che è rimasta ancorata a stereotipi e pregiudizi di un’era tecnologica ormai superata” ha detto in apertura all’evento di presentazione del Report Mariano Corso, Responsabile Scientifico, Osservatorio Smart Working, che quindi ha aggiunto: “Il vero centro del cambiamento è la volontà di rimettere intelligenza e pensiero critico nel mondo del lavoro, oggi vittima di una sorta di ‘stupidità collettiva’, riconoscendo che dare alle persone la possibilità di pensare non è solo possibile e giusto, ma anche conveniente per tutti, aziende e lavoratori”.

Identikit del tipico lavoratore “smart”

Qual è il profilo dello smart worker “tipo” (figura 2)?

  • è un uomo: secondo i dati Doxa, c’è uno sbilanciamento verso il mondo maschile; se il panel intervistato aveva il 60% di lavoratori uomini, isolando i soli smart worker dello stesso panel si arriva a un 70%;
  • è tendenzialmente del Nord: gli smart worker si concentrano in quest’area per il 52%;
  • ha in media di 41 anni: “Si tratta dunque – fa notare lo Guido Argieri, Customer Insight Director, Doxa – non di figure giovani, appena entrate nel mondo del lavoro ma perlopiù di figure già mature, a uno stadio di carriera avanzato”.
Figura 2 – Il profilo degli smart worker
Fonte: Politecnico di Milano

Rispetto quest’ultimo punto, Marzia Oggiano, Segreteria, Cgil Milano ha commentato: “Bisogna fare molta attenzione a evitare che lo smart working diventi una sorta di privilegio, un modo per premiare solo alcuni lavoratori [già in uno stadio avanzato di carriera – ndr], per evitare che venga visto come qualcosa ‘per pochi’ e non come una modalità di lavoro diffusa”.

Tecnologie abilitanti

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Testimonia che la volontà di cambiamento in atto è concreta e che c’è consapevolezza rispetto alle complessità del percorso, il fatto che tra le realtà che non hanno ancora iniziative ma le introdurranno in futuro, la quasi totalità sta conducendo un’analisi difattibilità definendo il modello da introdurre, il target di popolazione a cui rivolgere l’iniziativa e la dotazione tecnologica necessaria. Un’attenzione particolare è riservata proprio a quest’ultimo aspetto, anche per valutare gli investimenti necessari: nel 73% dei casi gli strumenti in uso non sono infatti sufficienti a supportare le dinamiche dello smart working, il che testimonia peraltro il valore del fenomeno come leva di digitalizzazione delle imprese.

Ma quali sono queste tecnologie e quanto sono attualmente diffuse?

Figura 3 – Social Collaboration e Workplace Technology
Fonte: Politecnico di Milano
  • Social Collaboration (figura 3) – “Hanno già un buon livello di diffusione [soprattutto nelle organizzazioni di grandi dimensioni – ndr], ma – come spiega Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working – trovano nello smart working una ‘nuova’ vita”: il lavoro agile rappresenta un incentivo a un loro uso più maturo e consapevole.
  • Mobility – Nelle grandi imprese anche le soluzioni a supporto della mobility sono decisamente diffuse: i mobile device sono presenti, seppure per specifici profili, nella quasi totalità delle aziende .“Nel 52% dei casi gli smart worker dicono che non potrebbero lavorare senza uno smartphone”, dice Argieri e sta crescendo anche il numero di Mobile Business App rese disponibili agli utenti, non solo legate alla Personal Productivity (per esempio mail), ma anche alla Business Productivity e al supporto della forza vendita.
  • Workspace Technology (tecnologie per un utilizzo più flessibile ed efficace degli ambienti fisici) – “Alcune, come il wi-fi o le soluzioni di video-conference, sono ormai pervasive, altre, come quelle per la riduzione del disturbo del rumore, non lo sono ma acquisiranno nel tempo sempre più importanza”, spiega Crespi; se infatti, per esempio, gli uffici risultano troppo rumorosi, gli smart worker, come hanno segnalato gli ospiti, tenderanno a un eccessivo assenteismo dai luoghi di lavoro condivisi – che dovrebbero invece rimanere uno spazio di confronto importante – a favore di luoghi privati dove si sentiranno di poter essere più produttivi.
Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working

È stata infine ricordata la necessità di dotarsi, mentre si adottano questa serie di tecnologie, degli strumenti di sicurezza necessari a rendere protetto, anche da remoto, il traffico di dati che il lavoro agile inevitabilmente genera: nelle grandi organizzazioni i servizi più di uso sono la Vpn (92%) e l’impostazione di password e codici di sblocco (63%); sono invece poco diffusi, e tuttavia sarebbero estremamente preziosi, soluzioni di protezione sui dispositivi mobili come, per esempio, i servizi di blocco a distanza attraverso il remote wipe.

Per approfondire queste tematiche vai al canale Collaboration & social networking di ZeroUno

Valentina Bucci

Giornalista

Giornalista pubblicista, per ZeroUno scrive dei cambiamenti che la digitalizzazione sta imponendo alle imprese sul piano tecnologico, organizzativo, culturale e segue in particolare i temi: Sicurezza Informatica, Smart Working, Collaboration, Big data, Iot. Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza (Università di Ferrara), laurea specialistica in Culture Moderne Comparate (Università di Bergamo).

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