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Video streaming: come far felici gli utenti e i bilanci aziendali

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Video streaming: come far felici gli utenti e i bilanci aziendali

08 Gen 2013

di Riccardo Cervelli

Facciamo il punto su una tematica tecnologica e business destinata a una rapida crescita nei prossimi anni. La diffusione della fruibilità di video in azienda. Ecco come complessità e criticità possono essere affrontate con idonei approcci strategici e soluzioni di monitoring delle performance omnicomprensive.

Il business corre sempre di più nei video che viaggiano sulle ali dei protocolli Internet. I video trasmessi sui protocolli Ip a Pc, laptop, smartphone, tablet, set-top box, console o Tv connesse a Internet rappresenteranno, secondo l’ultimo Cisco Virtual Network Index (Vni), quasi circa il 90% di tutto il traffico Ip consumer. Sempre secondo lo stesso Osservatorio, già oggi il video rappresenta la metà di tutto il traffico dati mobile e si avvia a costituirne il 70% entro il 2016. Aumentano le aziende che decidono di utilizzare le tecnologie video, mentre la fruizione di video da postazioni fisse o in mobilità è diventata una componente sempre più rilevante dell’esperienza quotidiana di utenti consumer e professionali.

In questo contesto, aumenta il tasso d’intolleranza nei confronti della scarsa qualità delle sessioni di videostreaming. Se un video non parte entro pochi secondi, s’interrompe più volte o le immagini sono spesso disturbate oppure in non perfetta sincronia con l’audio, l’utente rinuncia alla visione e rimane insoddisfatto. Di conseguenza, l’immagine del brand protagonista del video si deteriora e, nella peggiore delle ipotesi, le aziende perdono clienti e opportunità di business.

Garantire la migliore esperienza utente possibile

Le transazioni di streaming hanno implicazioni profondamente diverse da altri tipi di transazioni web. Le ragioni principali sono che la trasmissione di contenuti video è molto sensibile alla larghezza di banda, alla perdita di pacchetti di dati e ad altri aspetti che riguardano la qualità dei servizi di rete. Tutto questo dipende dal modo in cui gli occhi e il cervello processano le informazioni video e ne rilevano i difetti. L’esistenza di un insieme molto elevato di fattori che devono essere simultaneamente ottimizzati comporta la necessità – più che in altri ambiti applicativi web – di strumenti in grado di offrire una visibilità end-to-end delle prestazioni e di supportare la ricerca delle opzioni migliori per offrire all’utente un’esperienza di eccellente qualità. Se consideriamo che gli smartphone e i tablet non sono oggetti propriamente economici e che i piani tariffari per l’accesso a Internet in mobilità incidono non poco sul bilancio di una famiglia, non ci si stupisce che gli utenti mobile si aspettino una qualità video analoga, se non addirittura migliore, di quella garantita sul pc di casa o dell’ufficio.

Per capire come va affrontato il tema dello streaming performance management non si può prescindere da un cenno alle fasi fondamentali di un’esperienza utente. Innanzitutto vi è la richiesta iniziale del video da parte del client verso l’hosting server. A questa segue un invio di dati che non vengono subito fruiti dall’utente ma che servono a creare un buffer iniziale. Dall’analisi dei dati contenuti e delle variazioni delle velocità di download in un certo intervallo, il player deduce quanto il buffer deve essere ulteriormente riempito prima di dare il via alla riproduzione del video. È chiaro che migliore è la qualità dello streaming individuata in questa fase e minore è il tempo che l’utente deve attendere prima di iniziare a vedere il video. La terza fase è quella in cui inizia la riproduzione. Fra questa e la fine del video possono verificarsi ulteriori fasi di rebuffering e di ripresa della riproduzione qualora le stime effettuate sul buffer iniziale non siano state accurate o si siano verificati problemi imprevisti sul network. L’esperienza utente migliore è quella in cui non si registrano buffer underrun e interruzioni/riprese della riproduzione.

La delivery chain nel mirino

L’incapacità dei player a effettuare le giuste stime delle dimensioni ottimali dei buffer e il verificarsi di inconvenienti legati ad aspetti di networking sono conseguenza della complessità delle delivery chain delle attività di videostreaming. Bisogna quindi considerare almeno tre aspetti cruciali prima di impostare una strategia di streaming. Innanzitutto è necessario conoscere bene gli utenti, il che significa porsi domande come: a che tipo di contenuto sono interessati? Come accederanno ai contenuti streaming? Da queste domande dipenderà anche la scelta del o dei media format più indicati. Ecco quindi il secondo aspetto. A ciascun media format, infatti, corrispondono differenti protocolli, device, benefici e criticità.

Il terzo aspetto riguarda la scelta del tipo di piattaforma di delivery, che può essere in-house o offerta da un hosting provider. Se si decide di ricorrere a servizi in outsourcing è necessario chiedersi quali sono i livelli di performance garantiti dall’hosted platform in differenti location e se la piattaforma utilizzata è quella più indicata a garantire la migliore qualità dello streaming.

Compiute queste analisi e scelte, come ci si deve muovere? La prima best practice è condurre test pre-produzione dell’intero sistema. È consigliato procedere con test end-to-end della qualità dello streaming di un contenuto prima di renderlo pubblico oppure condurre test su live-streaming pilota prima di un grande evento. Un’altra prassi consigliata è creare uno storico (baseline) dei risultati di performance rispetto al quale identificare variazioni che possono essere dovute a disservizi o altri fattori. Una terza best practice è compiere questo confronto con la baseline in modo continuativo (continuous monitoring), mentre un’altra ancora è conoscere e tenere sotto controllo la concorrenza, prevedendo un’attività di benchmarking con i migliori attori del proprio settore.

L’ideale per mettere in pratica tutto questo è adottare soluzioni di streaming media performance monitoring. Due sono gli approcci adottati da queste piattaforme. Uno è il Synthetic monitoring, che prevede il testing di due o più nodi di backbone (Isp) in differenti location. Questo controllo consente di capire se eventuali problemi di performance sono dovuti agli Isp o alle location (per esempio, perché, nel caso di fruizione mobile, non è offerta un’adeguata copertura di segnale). Non tutte le soluzioni di streaming media performance monitoring consentono di effettuare test nelle location che interessano. Il secondo approccio è quello del real-user monitoring, o user experience management, che offre una visione reale dell’interazione fra l’utente e il contenuto. Grazie alla combinazione delle esperienze degli utenti con i dati del synthetic monitoring è possibile isolare in modo più preciso i punti della streaming delivery chain responsabili dei problemi e, in ultima analisi, correlare le performance di streaming con quelle di business.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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