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Sovranità digitale, come riprendere il controllo di dati, tecnologie e infrastrutture



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Per Gartner, il 70% dei vertici aziendali vede il tema della sovranità come prioritario. Dalla scelta dei fornitori alla distribuzione dei carichi sensibili, ecco un percorso per contenere i vincoli giurisdizionali, limitare il lock-in e preservare l’autonomia decisionale. Con un passaggio da “cloud first” ad “architecture first”

Pubblicato il 9 set 2026



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Punti chiave

  • Tensioni geopolitiche rendono la compliance insufficiente: è necessario un approccio architecture-first per la sovranità digitale e il cloud sovrano.
  • Adottare geopatriation (Reinforce/Redeploy/Remove/Repatriate), audit sugli accessi privilegiati e tecnologie come crittografia omomorfa e BYOK.
  • Integrare il framework Gaia-X con metriche SEAL, classificare i dati e valutare il TCO per una transizione graduale del budget IT.
Riassunto generato con AI


Avere dati e infrastrutture in Europa non basta più a garantirne il controllo. Le tensioni geopolitiche e la frammentazione degli scambi tecnologici hanno reso evidenti i rischi legati alla dipendenza da piattaforme iper-centralizzate: la perdita improvvisa dell’accesso ai servizi o l’applicazione di sanzioni possono bloccare le attività produttive da un giorno all’altro. L’analisi di Gartner (Hype Cycle for Digital Sovereignty, 2026) evidenzia come la sovranità digitale sia ormai transitata da una semplice conformità di sicurezza a un imperativo prioritario per i comitati esecutivi.

Per CIO e CISO, la questione va quindi oltre la localizzazione geografica delle informazioni. Le aziende devono poter verificare la tutela giuridica dei dati, mantenere il controllo operativo dei processi e contenere la dipendenza da fornitori tecnologici esteri. In questo senso, il cloud sovrano consente di proteggere i carichi applicativi più sensibili, preservando al tempo stesso la flessibilità necessaria all’innovazione.

Un’autonomia tecnologica completa rimane però un obiettivo difficilmente raggiungibile per una singola organizzazione. Per le aziende europee, la strada percorribile è quella di un’interdipendenza gestita, capace di combinare la collaborazione con i grandi operatori internazionali e il rafforzamento dei fornitori regionali affidabili.

La diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale e l’aumento delle normative trasformano inoltre la conformità in un requisito permanente delle architetture IT. Diventa quindi necessario ripensare le politiche di approvvigionamento, assicurando trasparenza contrattuale, verifiche continue e una maggiore protezione delle risorse digitali.

Impatto della sovranità digitale sulle architetture cloud delle multinazionali europee

Le dinamiche normative e geopolitiche attuali stanno rimodellando i criteri di progettazione delle infrastrutture per le grandi imprese europee. Secondo Gartner (Why EU Sovereignty Rules Are Increasing Cloud Complexity, Costs, and Vendor Dependencies), si registra un passaggio strutturale dal modello tradizionale cloud-first a un paradigma rigorosamente architecture-first. La semplice migrazione di carichi applicativi verso piattaforme pubbliche standardizzate lascia il posto ad architetture personalizzate, calibrate su stringenti requisiti di controllo e giurisdizione.

L’analisi di Gartner (Gartner, Digital Sovereignty Across Data, Operations, and Technology) struttura questo scenario su tre dimensioni inscindibili.

  • La sovranità dei dati assicura che il patrimonio informativo rimanga soggetto unicamente all’ordinamento giuridico d’origine.
  • La sovranità operativa conferisce visibilità e controllo totale su gestione, manutenzione e resilienza delle piattaforme, preservando l’immunità da interferenze estere.
  • Infine, la sovranità tecnologica garantisce la capacità di sviluppare, mantenere ed evolvere asset critici come software, infrastrutture e sistemi di intelligenza artificiale, prevenendo blocchi operativi.

L’urgenza strategica è confermata dal fatto che il 70% dei vertici aziendali considera la sovranità tecnologica una priorità aziendale. Tra le principali preoccupazioni espresse dalle imprese emergono l’aumento dei rischi di sicurezza (60%), la possibile perdita di competitività (43%) e l’incertezza sulla localizzazione e sulla governance dei dati (31%).

Per rispondere a queste esigenze, gli hyperscaler globali stanno evolvendo i propri modelli attraverso partnership con operatori locali e la creazione di ambienti cloud dedicati o geograficamente confinati. I provider di servizi IT e system integrator europei assumono quindi un ruolo sempre più centrale, fungendo da ponte tra requisiti normativi e implementazione tecnologica. A loro spetta il compito di tradurre gli obblighi di conformità in architetture affidabili, orchestrare ecosistemi complessi di fornitori e garantire la corretta gestione di contratti multilivello.

Strategie di isolamento dei workload

La presenza fisica dei data center entro i confini europei non garantisce automaticamente l’isolamento dei sistemi aziendali dalle normative extraterritoriali straniere. Quando le infrastrutture appartengono a organizzazioni con sede legale in giurisdizioni terze, tali entità rimangono vincolate ai mandati giudiziari e di sorveglianza dei rispettivi paesi di origine (si pensi al Cloud Act statunitense). Questa asimmetria normativa espone le aziende europee a rischi di accesso non autorizzato ai dati, ingiunzioni di blocco o improvvise restrizioni commerciali.

Per mitigare l’esposizione geopolitica, le imprese devono adottare un processo decisionale rigoroso per la ricollocazione dei workload (geopatriation). La metodologia strategica delineata da Gartner individua quattro percorsi operativi distinti:

  • Rafforzamento (Reinforce): mantenimento dell’applicazione sul cloud pubblico prescelto, potenziando le barriere crittografiche e introducendo vincoli contrattuali stringenti sui privilegi di accesso.
  • Ridistribuzione (Redeploy): transizione del carico applicativo verso partizioni dedicate di cloud sovrano fornite dal medesimo operatore, sfruttando ambienti locali controllati.
  • Rimozione (Remove): migrazione del servizio verso un fornitore cloud interamente europeo. Tale opzione rappresenta spesso una scelta complessa, date le disparità funzionali dei provider locali rispetto ai leader globali.
  • Rimpatrio (Repatriate): rientro definitivo delle elaborazioni presso data center privati o configurazioni on-premises aziendali.

La scelta del modello più adatto richiede una valutazione accurata delle applicazioni, considerando la sensibilità dei dati trattati, il livello di dipendenza da tecnologie proprietarie e le competenze disponibili all’interno dell’organizzazione. L’obiettivo è diversificare i rischi e garantire la resilienza delle funzioni aziendali più critiche. In questa prospettiva, la sovranità digitale diventa uno strumento concreto per rafforzare il controllo sugli asset strategici, riducendo l’esposizione a vincoli esterni e salvaguardando la continuità operativa.

Strategie di disaccoppiamento dei dati per neutralizzare i rischi del Cloud Act statunitense

Il Cloud Act statunitense consente alle autorità giudiziarie d’oltreoceano di richiedere l’acquisizione di dati gestiti da fornitori soggetti alla propria giurisdizione, indipendentemente dalla localizzazione fisica dei server in Europa. Tale prerogativa confligge apertamente con l’ordinamento comunitario in materia di riservatezza, imponendo alle organizzazioni l’adozione di efficaci strategie di disaccoppiamento. Per neutralizzare l’efficacia di accessi extraterritoriali, la separazione deve intervenire sia a livello giuridico-societario sia sul piano tecnico-operativo.

Sotto il profilo societario, il mercato propone due modelli primari per l’implementazione del cloud sovrano.

Il primo modello introduce una sovranità operativa ristretta, in cui il provider globale istituisce un’entità legale separata all’interno dell’UE, affidando la gestione infrastrutturale esclusivamente a proprio personale residente.

Il secondo modello realizza una sovranità operativa piena: l’infrastruttura tecnologica viene concessa in licenza e interamente gestita da un partner locale indipendente (“immunity partner”), assicurando un isolamento societario totale dalla casa madre estera.

Il percorso verso una maggiore autonomia digitale richiede tuttavia un’attenta valutazione dei costi e degli impatti operativi. Le soluzioni caratterizzate da elevati livelli di sovranità comportano spesso un sovrapprezzo compreso tra il 15% e il 20% rispetto ai servizi cloud standard e possono rendere disponibili con maggiore ritardo alcune funzionalità innovative, in particolare nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dell’analisi avanzata dei dati.

Per questo motivo, CIO e responsabili IT sono chiamati ad adottare un approccio selettivo, riservando le architetture più rigorosamente sovrane ai processi e ai dati maggiormente critici. Diventa inoltre essenziale predisporre efficaci strategie di reversibilità e verificare in anticipo modalità e costi di migrazione, così da evitare situazioni di dipendenza difficilmente gestibili.

Metodi di verifica della segregazione logica e amministrativa concordata con gli hyperscaler

Garantire l’effettiva segregazione degli ambienti concordata con i provider infrastrutturali è un passaggio essenziale per assicurare la sovranità operativa. Clausole contrattuali e attestazioni formali rappresentano un primo livello di tutela, ma da sole non bastano: devono essere supportate da strumenti indipendenti di audit, monitoraggio e verifica tecnica. Per ridurre il rischio di accessi o interferenze non autorizzate, le organizzazioni devono accertare chi dispone dei privilegi amministrativi, da quali giurisdizioni operano le figure tecniche coinvolte e quali procedure regolano la gestione degli ambienti e dei dati.

Il primo pilastro riguarda il controllo rigoroso degli accessi privilegiati al piano di gestione e alle console amministrative. Le credenziali di livello superiore devono essere assegnate secondo criteri minimi di privilegio e vincolate a sistemi di autenticazione robusti. Negli schemi di cloud sovrano, le attività di manutenzione, rilascio delle patch e intervento sistemistico devono essere eseguite unicamente da personale residente e soggetto alla giurisdizione dell’Unione Europea, escludendo canali di supporto remoto internazionale non autorizzati.

Un secondo elemento fondamentale risiede nel tracciamento dei flussi di telemetria, diagnostica e log operativi. Tali registrazioni contengono sovente metadati sensibili o dettagli architetturali riservati. Le imprese devono accertarsi che i flussi di monitoraggio restino confinati all’interno del perimetro regionale designato, senza venire replicati verso console globali situate in giurisdizioni estere.

A completamento dei controlli documentali, i team di sicurezza informatica devono effettuare esercitazioni sul campo. Queste simulazioni consistono nel testare la risoluzione di incidenti ad alta criticità e procedure di emergenza verificando che la piattaforma rimanga pienamente operativa senza il supporto degli ingegneri globali del fornitore. Tale riscontro pratico convalida l’effettiva segregazione amministrativa, consolidando la sovranità digitale dell’ecosistema aziendale.

Applicazione della crittografia omomorfica per il controllo delle chiavi di cifratura

La cifratura dei dati costituisce la salvaguardia tecnica primaria per proteggere le informazioni critiche custodite all’esterno del perimetro aziendale. Per scongiurare accessi indebiti da parte dei fornitori di infrastruttura o governi terzi, le imprese devono detenere il controllo esclusivo delle chiavi crittografiche. L’adozione di soluzioni indipendenti di Key Management as a Service (KMaaS) multicloud consente di implementare modelli Bring Your Own Key (BYOK) o Hold Your Own Key (HYOK), separando la radice crittografica fidata dall’ambiente del provider.

Le tecniche di cifratura tradizionali proteggono i dati quando sono archiviati o durante la trasmissione, ma richiedono che vengano decifrati nella fase di elaborazione applicativa. È proprio in questo momento che si concentra una delle principali aree di rischio, poiché le informazioni possono risultare esposte ad accessi non autorizzati o a potenziali compromissioni dell’ambiente di esecuzione.

In questo senso, accanto alle soluzioni di confidential computing basate su Trusted Execution Environment (TEE), la crittografia omomorfica (Homomorphic Encryption) rappresenta una delle innovazioni più promettenti. Questa tecnologia consente infatti di eseguire operazioni e analisi direttamente sui dati cifrati, senza che le informazioni vengano mai rese leggibili all’infrastruttura sottostante o alle risorse di elaborazione.

La crittografia omomorfica si declina in diverse modalità. Le soluzioni di tipo parziale (Partially Homomorphic Encryption, PHE) consentono di eseguire un numero limitato di operazioni sui dati cifrati con un impatto contenuto sulle prestazioni, mentre gli approcci completamente omomorfici (Fully Homomorphic Encryption, FHE) permettono di elaborare funzioni e analisi complesse senza mai esporre le informazioni in chiaro.

Se in passato la FHE era penalizzata da costi computazionali elevati, i progressi negli algoritmi e la crescente disponibilità di acceleratori hardware dedicati ne stanno ampliando le possibilità di adozione anche negli scenari che richiedono i più elevati livelli di sicurezza.

Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla sua base crittografica, fondata su schemi lattice-based, considerati tra i principali candidati per la protezione nell’era post-quantistica. In questo modo, la crittografia omomorfa contribuisce a mitigare il rischio di strategie “harvest now, decrypt later”, basate sulla raccolta preventiva di dati cifrati in vista di future capacità di decifrazione. Integrata nelle architetture di cloud sovrano, questa tecnologia rafforza la protezione delle informazioni sensibili e offre un ulteriore livello di garanzia a supporto della sovranità digitale.

Orchestrazione di un’architettura multicloud ibrida senza perdita di autonomia strategica

L’adozione di architetture multicloud ibride consente alle organizzazioni di coniugare la scalabilità e l’innovazione offerte dai grandi provider globali con le esigenze di conformità, controllo e protezione dei dati imposte dai contesti locali. La sfida consiste però nel governare ecosistemi eterogenei mantenendo il controllo sulle scelte tecnologiche e sulla gestione degli asset più critici. Per questo motivo è fondamentale valutare con realismo il livello di maturità dell’offerta europea. Secondo Gartner (EU Tech Economic Sovereignty: Fragmentation, Scale, and Market Integration Constrain Vendor Readiness), la preparazione dei vendor dell’Unione Europea rispetto ai requisiti di sovranità tecnologica risulta ancora eterogenea e fortemente legata ai singoli ambiti applicativi (domain dependent), con un punteggio medio di 2,8 su una scala da 1 a 5..

Questa valutazione evidenzia le profonde differenze che caratterizzano i vari segmenti dell’ecosistema tecnologico europeo. L’Unione Europea mostra infatti una posizione di leadership nei servizi IT, che ottengono il punteggio massimo di 5,0. Anche nel software aziendale il livello di maturità risulta significativo (3,0), sostenuto da una presenza importante di fornitori europei in ambiti come gli ERP (45%), le soluzioni per la supply chain (47%) e il software verticale di settore (62%). Più articolata è la situazione nel comparto dei semiconduttori (2,7): l’Europa mantiene un ruolo strategico nelle tecnologie e nelle apparecchiature per la litografia avanzata, ma continua a dipendere da impianti e stabilimenti per la produzione dei chip più sofisticati. Il quadro appare invece più critico nell’infrastruttura cloud (IaaS), che registra un punteggio di appena 1,0: gli operatori europei detengono una quota di mercato limitata, pari al 7%, e devono confrontarsi con vincoli di scala, capacità energetica e connettività.

L’analisi di Gartner conferma che i servizi IT rappresentano l’unico settore in grado di sostenere un’effettiva sovranità economica entro tre anni.

Traduzione dei requisiti del framework Gaia-X nelle metriche di selezione dei fornitori

La definizione di requisiti rigorosi in materia di portabilità dei dati e interoperabilità rappresenta uno degli elementi chiave per ridurre il rischio di lock-in tecnologico e preservare la libertà di scelta delle organizzazioni. In questo ambito, iniziative come Gaia-X e le linee guida promosse dall’Unione Europea offrono un importante punto di riferimento. Secondo Gartner (European CIOs Sovereign Strategy Playbook) un passo fondamentale in questa direzione è l’adozione del Cloud Sovereignty Framework sviluppato dalla Commissione Europea, che fornisce una base strutturata per valutare e rafforzare le strategie di sovranità digitale.

Questo schema metodologico struttura la valutazione dei servizi tecnologici attraverso otto obiettivi sovrani (Sovereignty Objectives, da SOV-1 a SOV-8):

  • SOV-1: Sovranità strategica
  • SOV-2: Sovranità legale e giurisdizionale
  • SOV-3: Sovranità sui dati e sull’intelligenza artificiale
  • SOV-4: Sovranità operativa
  • SOV-5: Sovranità della catena di fornitura
  • SOV-6: Sovranità tecnologica
  • SOV-7: Sovranità di sicurezza e conformità
  • SOV-8: Sostenibilità ambientale

Ciascuna soluzione viene analizzata attribuendo un livello sintetico di garanzia dell’efficacia sovrana (Sovereignty Effectiveness Assurance Level, SEAL), misurato da SEAL-0 a SEAL-4. L’attribuzione di un punteggio SEAL consente di misurare l’adeguatezza delle soluzioni rispetto ai profili di rischio aziendali.

Un elemento spesso sottovalutato nei processi di selezione riguarda l’identificazione del Paese a cui fa capo la proprietà legale del fornitore. Poiché il rischio residuo non può essere eliminato del tutto, incrociare il livello di conformità SEAL con la giurisdizione di appartenenza dell’operatore consente di valutare in modo più efficace l’esposizione complessiva dell’organizzazione. Questo approccio aiuta il management a diversificare i rapporti contrattuali ed evitare eccessive concentrazioni verso specifiche aree geografiche o normative. L’integrazione di questi criteri nei capitolati e nei processi di procurement permette di adottare soluzioni di cloud sovrano sulla base di parametri oggettivi e misurabili, rafforzando nel tempo la strategia di sovranità digitale dell’impresa.

Classificazione del patrimonio informativo per la distribuzione sui nodi sovrani

Una strategia efficace di distribuzione dei workload richiede innanzitutto una mappatura accurata degli asset informativi e una chiara classificazione dei dati in base al loro livello di criticità. Applicare indistintamente i criteri più rigorosi di segregazione a tutte le applicazioni, infatti, può determinare costi elevati, maggiore complessità operativa e un rallentamento dei processi di innovazione. Per adottare misure di protezione proporzionate ai rischi effettivi, le organizzazioni, secondo Gartner, devono fare riferimento al concetto di spettro della sovranità dei dati, che distingue tre principali livelli di requisiti normativi, operativi e di controllo:

  • Regime “liberale“: prevede obblighi minimi di localizzazione e un’ampia facoltà di trasmissione transfrontaliera per i dati commerciali comuni.
  • Regime “bilanciato“: si fonda sulla classificazione formale dei dati, su una vigilanza moderata delle informazioni sensibili e su contratti autorizzativi per i trasferimenti esteri.
  • Regime “rigoroso“: prescrive l’archiviazione locale obbligatoria, restrizioni severe sull’esportazione di informazioni strategiche e sanzioni punitive per le infrazioni.

Per governare questo spettro con continuità, i team di sicurezza informatica devono adottare strumenti tecnologici evoluti. Le piattaforme di Data Security Posture Management (DSPM) svolgono un ruolo primario nell’individuare, classificare e monitorare i dati distribuiti tra ambienti on-premises, istanze SaaS e architetture multicloud, rilevando asset ombra e configurazioni di accesso rischiose.

A supporto, le Data Security Platform (DSP) implementano controlli crittografici, mascheramento e tokenizzazione sui database strutturati. Parallelamente, le soluzioni di Data Access Governance (DAG) monitorano i file semistrutturati e non strutturati, correggendo autorizzazioni eccessive e scongiurando la fuga di proprietà intellettuale verso modelli di intelligenza artificiale non governati.

Questa architettura integrata di controllo consente di allocare ciascun flusso informativo sul nodo tecnologico appropriato, riservando le costose partizioni di cloud sovrano esclusivamente ai processi critici e garantendo la piena sovranità digitale aziendale.

Gestione dei flussi transfrontalieri di informazioni sensibili per evitare il blocco delle attività

Il controllo dei flussi di dati verso Paesi terzi rappresenta un elemento essenziale per garantire la conformità normativa e prevenire possibili interruzioni operative legate a provvedimenti delle autorità di vigilanza. Nel quadro definito dal GDPR e dal Data Act, il trasferimento di dati verso Paesi privi di una decisione di adeguatezza richiede infatti l‘adozione di specifiche garanzie, come le Clausole Contrattuali Standard (SCC), le Binding Corporate Rules (BCR) o, nei casi previsti, il consenso esplicito degli interessati. In assenza di queste misure, le organizzazioni possono essere esposte a limitazioni o divieti nel trattamento dei dati.

Le direzioni IT si trovano tuttavia a gestire una complessa esigenza di equilibrio. Da un lato, le strategie di sovranità digitale spingono verso una maggiore localizzazione dei dati e delle infrastrutture; dall’altro, requisiti di resilienza e continuità operativa impongono la disponibilità di copie e sistemi di ripristino distribuiti geograficamente.

Le crisi geopolitiche, gli attacchi cyber e gli eventi naturali estremi dimostrano infatti che una localizzazione eccessivamente rigida può aumentare il rischio anziché ridurlo. Per questo motivo, le moderne strategie di cloud sovrano tendono a combinare controllo giurisdizionale e meccanismi di replica sicuri, così da garantire al tempo stesso conformità, protezione del dato e capacità di recupero in situazioni di emergenza.

Quantificazione dei costi nascosti del vendor lock-in sul calcolo del TCO

La valutazione del Total Cost of Ownership (TCO) delle strategie orientate alla sovranità digitale non può limitarsi ai costi immediatamente visibili, ma deve includere anche una serie di componenti indirette spesso sottostimate. L’adozione di ambienti dedicati o caratterizzati da requisiti avanzati di sovranità comporta generalmente un incremento dei costi compreso tra il 15% e il 20% rispetto ai servizi standard. A questo si aggiunge il cosiddetto feature lag, ovvero la disponibilità ritardata di alcune funzionalità innovative, che può richiedere investimenti aggiuntivi.

La crescente complessità delle architetture multicloud e sovrane introduce inoltre poi un’altra sfida: il rischio che la dipendenza non si concentri più soltanto sul provider infrastrutturale, ma si trasferisca verso i partner responsabili dell’integrazione e della gestione dei servizi. Competenze specialistiche, processi operativi e know-how accumulato tendono infatti a risiedere presso system integrator e fornitori di servizi, rendendo eventuali cambiamenti di partner complessi e costosi.

A ciò si aggiunge la diffusione di modelli contrattuali che combinano infrastruttura, software, governance e conformità in un’unica offerta, con il rischio di ridurre la trasparenza sui costi effettivi. Per questo motivo, una corretta valutazione economica deve considerare non solo il prezzo dei servizi, ma anche gli impatti di lungo periodo in termini di flessibilità, portabilità e indipendenza operativa.

Secondo Gartner (EU Tech Economic Sovereignty: Strong Buying Power Not Yet Unleashed), l’Unione Europea dispone di una significativa leva economica nel settore tecnologico, sostenuta da una spesa IT aggregata stimata in circa 698 miliardi di dollari. Tuttavia, solo il 27% di tali risorse circola all’interno dei confini regionali, mentre il 37% viene indirizzato verso fornitori statunitensi.

FAQ: Cloud Computing

Il cloud computing è una tecnologia che permette di utilizzare risorse informatiche come server, storage, database, rete, software e altro ancora tramite internet, invece di doverle possedere e gestire fisicamente. Funziona come una “nuvola” di servizi e risorse disponibili online a cui accedere quando se ne ha bisogno, in modo flessibile e scalabile, senza la necessità di gestire l’infrastruttura IT in prima persona. Il termine deriva dall’uso di un simbolo a forma di nuvola per rappresentare Internet nei diagrammi di rete. Oggi, circa l’80% delle aziende utilizza servizi cloud per ottimizzare le proprie operazioni e ridurre i costi di gestione dell’infrastruttura IT. Il cloud computing si basa sulla virtualizzazione dei centri di calcolo accessibili attraverso Internet, un percorso iniziato negli anni Sessanta con le prime architetture di rete che permettevano di collegare diversi terminali al processore principale.

Esistono diverse tipologie di cloud computing, ciascuna con caratteristiche specifiche:

1. Cloud Privato: un’architettura dedicata a un singolo utente o organizzazione, con accesso completamente isolato e alto livello di personalizzazione e controllo delle risorse. Può essere ospitato in una struttura apposita o nel datacenter locale.

2. Cloud Pubblico: un’architettura in cui tutto il back end è di proprietà del fornitore, che lo gestisce e se ne assume la responsabilità. Le risorse sono condivise con altri utenti e messe a disposizione “on-demand”.

3. Cloud Ibrido: combina elementi di cloud pubblico e privato, permettendo di spostare le risorse tra l’azienda e la “nuvola” a seconda delle esigenze.

4. Community Cloud: cloud a disposizione di più soggetti con attività o business in comune.

5. Multicloud: l’utilizzo di più “nuvole” da parte della stessa azienda, noleggiando servizi diversi da fornitori diversi.

Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, il 46% delle grandi organizzazioni adotta strategie ibride e mirate, mentre l’approccio Cloud First è in calo.

I principali modelli di servizio nel cloud computing sono:

1. SaaS (Software as a Service): un modello di distribuzione del software in cui il programma viene eseguito su cloud e reso disponibile on-demand attraverso una connessione Internet. Gli utenti accedono alle applicazioni tramite interfacce web senza preoccuparsi dell’infrastruttura sottostante.

2. PaaS (Platform as a Service): un ambiente di sviluppo memorizzato ed eseguito in cloud che include server, spazio di archiviazione, reti, strumenti di sviluppo e hosting. Permette agli sviluppatori di concentrarsi sulla creazione di applicazioni senza gestire l’infrastruttura.

3. IaaS (Infrastructure as a Service): fornisce accesso on-demand a risorse di infrastruttura come server virtuali, storage e reti. Le aziende possono gestire le proprie risorse di calcolo in modalità distribuita senza preoccuparsi dell’hardware fisico.

4. Serverless Computing: un modello in cui il provider cloud gestisce automaticamente l’allocazione delle risorse, permettendo agli sviluppatori di concentrarsi solo sul codice.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation, in Italia l’Infrastructure as a Service (IaaS) ha raggiunto 2,63 miliardi di euro (+23%) e rappresenta il 45% del mercato cloud.

Nel settore del cloud computing, ci sono quattro player principali che dominano il mercato globale con circa il 60% della quota complessiva:

1. Amazon Web Services (AWS): pioniere e leader del settore, offre un’ampia gamma di servizi cloud.

2. Microsoft Azure: particolarmente forte nelle soluzioni enterprise e nell’integrazione con altri prodotti Microsoft.

3. Google Cloud Platform (GCP): noto per le sue capacità in ambito di big data e machine learning.

4. Alibaba Cloud: dominante nel mercato asiatico, in particolare in Cina.

Altri attori significativi nel mercato includono IBM Corporation, Oracle, Rackspace Hosting, Inc., Fujitsu Ltd., DELL EMC Corporation (EMC) e VMware Inc. Questi provider offrono vari servizi classificabili nelle tre categorie principali: Infrastructure as a Service (IaaS), Platform as a Service (PaaS) e Software as a Service (SaaS), ciascuno con caratteristiche e vantaggi specifici per diversi tipi di esigenze aziendali.

Il cloud computing offre numerosi vantaggi per le aziende:

1. Riduzione dei costi: elimina la necessità di investimenti iniziali in hardware e software, passando da spese in conto capitale (CAPEX) a spese operative (OPEX).

2. Scalabilità e flessibilità: permette di aumentare o diminuire rapidamente le risorse in base alle esigenze, pagando solo per ciò che si utilizza (pay-per-use).

3. Accessibilità globale: consente l’accesso ai dati e alle applicazioni da qualsiasi luogo con una connessione internet.

4. Continuità operativa: offre soluzioni di backup e disaster recovery più efficienti rispetto ai sistemi tradizionali.

5. Aggiornamenti automatici: il provider gestisce gli aggiornamenti software e hardware, garantendo sempre le versioni più recenti.

6. Innovazione accelerata: facilita l’adozione di nuove tecnologie come AI, IoT e big data analytics.

Secondo una ricerca di AWS e Accenture, entro il 2030 le micro, piccole e medie imprese che utilizzano il cloud potrebbero generare un incremento annuo di produttività pari a 161 miliardi di dollari e sostenere circa 95,8 milioni di posti di lavoro nei settori della sanità, dell’istruzione e dell’agricoltura.

L’intelligenza artificiale e il cloud computing si integrano in modo sinergico, creando un ambiente ideale per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni AI. Il cloud fornisce la potenza di calcolo, lo storage e la scalabilità necessari per addestrare e eseguire modelli di AI complessi, mentre l’intelligenza artificiale offre nuove capacità ai servizi cloud.

Le principali modalità di integrazione includono:

1. AI-as-a-Service: i provider cloud offrono API e servizi di intelligenza artificiale pronti all’uso, come riconoscimento vocale, analisi delle immagini e elaborazione del linguaggio naturale.

2. Piattaforme di sviluppo AI: ambienti cloud che forniscono strumenti e framework per creare, addestrare e implementare modelli di machine learning.

3. Analisi predittiva: combinazione di big data e AI per prevedere tendenze e comportamenti.

Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation, nel 2025 il 25% delle grandi imprese utilizza API di AI-as-a-Service, il 23% applicazioni pronte all’uso e il 16% piattaforme per sviluppatori. Tuttavia, solo il 30% affida i progetti di AI interamente al Public Cloud, mentre la maggioranza preferisce ambienti Private o on-premise per garantire maggiore controllo e conformità.

Il cloud computing presenta diverse sfide di sicurezza che le organizzazioni devono affrontare:

1. Centralizzazione dei dati: il cloud concentra grandi quantità di dati in un unico luogo, rendendoli un bersaglio attraente per gli attacchi informatici.

2. Responsabilità condivisa: la sicurezza è una responsabilità condivisa tra il provider cloud e l’utente, richiedendo una chiara comprensione di chi gestisce quali aspetti della sicurezza.

3. Minacce in evoluzione: il panorama delle minacce informatiche è in continua evoluzione, richiedendo adattamenti rapidi.

4. Rischi comuni includono:
– Configurazioni errate dei servizi cloud
– Errori umani, come l’invio di credenziali a terzi
– Minacce interne da utenti autorizzati

Per mitigare questi rischi, vengono implementate misure come:
– Crittografia dei dati in transito e a riposo
– Autenticazione a più fattori
– Monitoraggio continuo delle attività
– Backup e procedure di ripristino regolari
– Conformità alle normative come il GDPR

Secondo recenti studi, il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity, mentre il 37% lavora sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee come NIS2, DORA e AI Act.

Il mercato del cloud computing in Italia sta vivendo una forte accelerazione, con una crescita del 20% nel 2025 rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore complessivo di 8,13 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, la spesa continua a concentrarsi sul Public & Hybrid Cloud (5,83 miliardi, +21%), con l’Infrastructure as a Service (IaaS) che rappresenta il 45% del mercato (2,63 miliardi, +23%).

Si osserva un cambiamento nelle strategie di adozione: il 46% delle grandi organizzazioni preferisce approcci ibridi e mirati (+10 punti rispetto al 2024), mentre l’approccio Cloud First è in calo dal 39% al 32%. Anche la Pubblica Amministrazione sta rafforzando il proprio percorso verso il cloud attraverso i progetti previsti dalla Strategia Cloud Italia e dal Polo Strategico Nazionale.

Tra le priorità emergenti vi sono la sovranità digitale, la sicurezza e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di business. La sicurezza in particolare sta guadagnando terreno rispetto all’innovazione, con il 72% delle imprese che ha avviato progetti di cybersecurity e il 37% che lavora sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee.

La compliance e la regolamentazione nel cloud sono aspetti fondamentali che richiedono particolare attenzione. Le organizzazioni devono rispettare diverse normative e framework, tra cui:

1. GDPR (General Data Protection Regulation): regola il trattamento dei dati personali nell’UE, con implicazioni significative per la gestione dei dati nel cloud, inclusi requisiti per il trasferimento internazionale dei dati.

2. Standard ISO 27000: fornisce raccomandazioni per le best practice nella protezione dei sistemi informativi, con standard specifici per il cloud come ISO 27017 e ISO 27018.

3. Direttiva NIS2 e Regolamento DORA: impongono requisiti di sicurezza e resilienza che i fornitori di servizi cloud devono soddisfare.

4. AI Act: stabilisce obblighi normativi per i Cloud Service Provider che offrono piattaforme che ospitano o distribuiscono sistemi di intelligenza artificiale.

5. PCI DSS: standard di sicurezza per le organizzazioni che elaborano pagamenti con carta.

Per garantire la compliance, le organizzazioni dovrebbero implementare pratiche come:
– Comprendere il modello di responsabilità condivisa con il provider
– Implementare solidi controlli di sicurezza
– Condurre audit e valutazioni regolari
– Utilizzare la crittografia per proteggere i dati sensibili
– Documentare tutte le misure di compliance

Secondo i dati, il 37% delle imprese sta lavorando sull’adeguamento normativo alle nuove direttive europee, evidenziando l’importanza crescente di questi aspetti.

Il cloud computing nel settore bancario è passato dall’essere una visione astratta a un prerequisito indispensabile per guidare la trasformazione digitale. Secondo una rilevazione di CIPA (Convenzione Interbancaria per l’Automazione), l’utilizzo del cloud è già parte integrante della strategia del 58% delle banche italiane, sebbene poche abbiano completamente esternalizzato i propri processi nel cloud.

I vantaggi principali includono maggiore semplicità e velocità operativa, stabilità, sicurezza e convenienza economica, oltre a fornire agli sviluppatori un’esperienza innovativa. Tuttavia, per un’implementazione di successo, le banche devono considerare diversi aspetti:

1. Modelli di fatturazione: valutare attentamente tra contratti a uso vincolato (con forti sconti ma impegni pluriennali) e modelli pay-as-you-go (più flessibili ma costosi).

2. Maturità tecnica: analizzare se l’infrastruttura e i processi esistenti sono pronti per il cloud, considerando che le applicazioni legacy raramente sono progettate per infrastrutture distribuite.

3. Gestione del cambiamento: coinvolgere gli sviluppatori fin dall’inizio e acquisire le competenze necessarie.

4. Evitare il lock-in: utilizzare servizi portabili per non legarsi eccessivamente a un singolo fornitore.

Una strategia di cloud ibrido aperto, supportata da una piattaforma di container enterprise, rappresenta un approccio efficace per bilanciare innovazione e sicurezza, mantenendo la flessibilità nella scelta delle future opzioni cloud.

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