Un tempo acclamato come il beniamino delle strategie IT, l’approccio cloud-first ha rimodellato le operazioni aziendali con promesse di agilità, scalabilità e costi ottimizzati. Ma, come dice il proverbio, non è tutto oro quel che luccica: nel 2025, le aziende stanno rivalutando le proprie strategie basate sul cloud, scoprendo che alcuni carichi di lavoro sono più adatti a un ritorno all’infrastruttura on-premise. Questa evoluzione sta guidando il passaggio a una mentalità cloud-smart: una strategia ponderata che bilancia i vantaggi del cloud con un’ottimizzazione IT pratica e a lungo termine.
FAQ: cloud repatriation
Cos’è la cloud repatriation?
La cloud repatriation è il processo di ritorno o migrazione di dati, applicazioni e workload dal cloud pubblico verso infrastrutture private o ibride. Non si tratta di un abbandono completo del cloud, ma di una rivalutazione strategica della distribuzione dei carichi di lavoro tra ambienti diversi. Questo fenomeno rappresenta una fase di maturazione nell’adozione del cloud, dove le aziende passano da un approccio cloud-first a un modello più consapevole e bilanciato, spesso definito cloud-smart, che valuta attentamente quale ambiente sia più adatto per ciascun workload specifico.
Quali sono le principali cause che spingono le aziende verso la cloud repatriation?
Le principali cause che spingono le aziende verso la cloud repatriation includono: costi imprevisti e difficili da controllare nel modello pay-per-use, con il cloud waste che secondo alcune analisi può superare il 50% della spesa; requisiti di compliance e sovranità digitale, con normative come GDPR, Data Act e NIS 2 che impongono controllo sulla residenza e giurisdizione dei dati; necessità di ottimizzazione delle performance per workload mission-critical che richiedono latenza ridotta e continuità operativa; e la ricerca di maggiore controllo e trasparenza sulla propria infrastruttura IT, evitando situazioni di lock-in con i grandi hyperscaler.
Quali sono i dati statistici sulla diffusione della cloud repatriation?
I dati statistici mostrano una crescente diffusione della cloud repatriation. Secondo lo State of Cloud Computing 2025 di Parallels, l’86% delle aziende sta valutando o pianificando il parziale spostamento di workload dal cloud pubblico ad altri ambienti. In Italia, l’Osservatorio del Politecnico di Milano ha registrato un aumento significativo, con il 35% delle organizzazioni che sta valutando progetti di repatriation, contro il 20% dell’anno precedente. Il Private Cloud Outlook 2025 di Broadcom riporta che il 69% delle aziende sta valutando la repatriation dei propri workload dal cloud pubblico a quello privato, e un terzo l’ha già fatto. Inoltre, secondo Broadcom, il 54% delle aziende considera il cloud privato la destinazione preferita per i nuovi workload.
Come si è evoluto l’approccio al cloud computing negli ultimi anni?
L’approccio al cloud computing ha subito un’evoluzione significativa negli ultimi anni. Inizialmente, si è passati dalla diffidenza iniziale verso il cloud, legata soprattutto a questioni di sicurezza e controllo, a un’adozione quasi incondizionata spinta dalla promessa di flessibilità, scalabilità e ottimizzazione dei costi. Successivamente, è emerso un approccio più maturo e consapevole, con il passaggio da un modello cloud-first incentrato sulle infrastrutture e i servizi degli hyperscaler globali, a un modello cloud-smart che bilancia i vantaggi del cloud con un’ottimizzazione IT pratica e a lungo termine. Oggi si sta affermando un approccio workload-first, che assegna a ciascun carico di lavoro l’ambiente più adatto in base a valutazioni di affidabilità, compliance e costi, favorendo modelli ibridi, multicloud ed edge-to-cloud.
Quali sono i vantaggi del cloud privato rispetto al cloud pubblico?
Il cloud privato offre numerosi vantaggi rispetto al cloud pubblico, soprattutto per workload critici. Tra i principali benefici troviamo: maggiore controllo e governance dell’infrastruttura IT; performance ottimizzate e prevedibili grazie a risorse dedicate e configurazioni su misura; migliore sovranità digitale con certezza sulla localizzazione e giurisdizione dei dati; costi più prevedibili e trasparenti nel lungo periodo; e rapporto diretto con il provider, che garantisce supporto localizzato e personalizzato. Questi vantaggi rendono il cloud privato particolarmente adatto per applicazioni mission-critical, dati sensibili e workload con requisiti specifici di compliance.
Come si implementa una strategia di cloud repatriation efficace?
Implementare una strategia di cloud repatriation efficace richiede un approccio strutturato che inizia con un assessment approfondito dell’infrastruttura esistente, mappando dipendenze applicative, vincoli tecnologici e contrattuali. È fondamentale definire una strategia chiara che valuti tutte le variabili in gioco, dai costi effettivi alle dipendenze tecniche, dall’impatto sui processi interni fino ai contratti attivi. La fase di progettazione dell’ambiente target è cruciale e deve bilanciare performance, sicurezza, data protection e sostenibilità economica. Prima della migrazione completa, è consigliabile sviluppare un Proof of Concept con applicazioni meno critiche per verificare il comportamento dell’ambiente target. Infine, dopo la migrazione, è essenziale verificare che l’ambiente risponda alle aspettative e implementare un sistema di governance continua che garantisca performance, sicurezza e continuità nel tempo.
Quali criteri considerare nella scelta di un provider per progetti di cloud repatriation?
Nella scelta di un provider per progetti di cloud repatriation, è fondamentale considerare diversi criteri chiave. La sovranità digitale è diventata un fattore determinante, garantendo certezza sulla localizzazione dei dati e sulla giurisdizione applicabile. La sicurezza è un altro criterio essenziale, valutando certificazioni (ISO 27001, ISO 27017), politiche di controllo degli accessi e processi di gestione degli incidenti. È importante anche considerare l’interoperabilità e la riduzione del rischio di lock-in, preferendo provider che adottano tecnologie open source. Infine, costi e performance restano criteri fondamentali, cercando modelli di pricing chiari e trasparenti e valutando la capacità del provider di garantire prestazioni stabili e prevedibili per workload critici.
Come sta cambiando il ruolo del cloud privato nelle strategie IT aziendali?
Il ruolo del cloud privato nelle strategie IT aziendali sta subendo una trasformazione significativa. Da ambiente riservato ai workload e ai dati più sensibili, sta diventando il pilastro dell’intera architettura cloud aziendale, grazie alla capacità di garantire performance ottimali, controllo dei costi e piena sovranità del dato. Secondo il Private Cloud Outlook 2025 di Broadcom, il 53% dei decision maker IT indica il cloud privato come priorità per il deployment di nuovi workload nei prossimi tre anni. Anche per i workload di AI, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le organizzazioni stanno scegliendo ambienti di cloud privato quasi quanto quelli di cloud pubblico (55% contro 56%). Questo cambiamento riflette una maggiore maturità nell’adozione del cloud, dove il private cloud non è più un’infrastruttura di supporto ma una risorsa core all’interno di ecosistemi IT moderni e distribuiti.
Quali sono le sfide principali nella migrazione dal cloud pubblico a infrastrutture private?
Le sfide principali nella migrazione dal cloud pubblico a infrastrutture private includono diverse complessità tecniche e organizzative. Molte aziende affrontano la migrazione come un semplice spostamento infrastrutturale, trascurando un’analisi approfondita delle applicazioni e delle loro dipendenze. La fase di assessment è spesso troppo superficiale, concentrandosi sugli aspetti tecnologici e trascurando le componenti organizzative e di governance. Un’altra sfida significativa è la gestione dei costi di egress durante la migrazione, che possono essere considerevoli quando si spostano grandi volumi di dati fuori dal cloud pubblico. Inoltre, molte organizzazioni faticano a definire una strategia di lungo periodo che integri la nuova infrastruttura privata in un percorso evolutivo coerente, rischiando di creare nuovi silos tecnologici. Infine, la migrazione richiede competenze specifiche per garantire la continuità dei servizi durante la transizione e per ottimizzare il nuovo ambiente dopo il cut-over.
Qual è la relazione tra cloud repatriation e modelli ibridi/multicloud?
La cloud repatriation non rappresenta un abbandono del cloud pubblico, ma piuttosto una rimodulazione all’interno di modelli ibridi più equilibrati. Le organizzazioni hanno capito che il modello cloud ideale è il risultato di un equilibrio dinamico tra ambienti pubblici e privati, dove ciascun workload viene collocato nell’ambiente più adeguato in funzione di requisiti specifici. L’approccio workload-first sta guidando questa evoluzione, assegnando a ciascun carico di lavoro l’ambiente più adatto in base a valutazioni di affidabilità, compliance e costi. In questo contesto, la repatriation diventa parte di una strategia più ampia che sfrutta al massimo i benefici dei modelli ibridi, multicloud ed edge-to-cloud. Il cloud pubblico viene spesso scelto per servizi generalisti come posta elettronica, telefonia o CRM, mentre si riportano in un ambiente privato tutte le applicazioni su cui vive e ruota il business, creando un ecosistema integrato che combina il meglio di entrambi i mondi.


















