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LA PLENARIA – Condividere per competere

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LA PLENARIA – Condividere per competere

23 Ott 2014

di Elisabetta Bevilacqua

Nel corso della Tavola Rotonda, tenutasi durante la Plenaria Finaki e moderata da Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Strategia Aziendale in Sda Bocconi, è emerso come uno degli strumenti per aumentare la competitività sia il potenziamento e la condivisione delle infrastrutture di base, spostando sui servizi la competizione dei player.
Lo stesso tema è stato il focus dell’intervento, sempre nel corso della Plenaria, di Flavio Bonomi, di IoXWorks, relativamente all’Internet of Thing, una rivoluzione annunciata che per realizzarsi ha però bisogno di uno strato di tecnologie e infrastrutture orizzontali che diversi settori industriali possono condividere

Come europei dobbiamo avere grandi ambizioni e tornare a sognare un futuro migliore. Dobbiamo capire che l’Agenda Digitale europea ha sempre avuto come obiettivo un mercato unico europeo digitale”, ha dichiarato Luigi Gambardella, Chairman Executive Board Etno, European Telecommunications Network Operators’ Association, che ha partecipato, in collegamento da Bruxelles, alla Tavola Rotonda moderata da Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Strategia Aziendale in Sda Bocconi, che si è tenuta durante la Plenaria dell’evento Finaki di Taormina e alla quale hanno partecipato Alfonso Fuggetta, Amministratore Delegato di Cefriel, Massimo Milanta, Group Cio di UniCredit, Anna Pia Sassano, oggi dirigente di Poste Italiane, ma fino al mese di maggio dirigente dell’Agenzia delle Entrate e membro della task force per l’Agenda digitale voluta dall’ex Commissario Francesco Caio e Fabrizio Virtuani, Information Technologies Director di Poste Italiane.

Il punto sull’Agenda Digitale italiana è stato fatto da Sassano: “Siamo partiti individuando obiettivi concreti per la rete, alcuni temi orientati al business come l’e-commerce, la digitalizzazione della Pa come volano per favorire la digitalizzazione del paese”, ha ricordato. Fuggetta, a suo tempo chiamato da Caio a contribuire alla messa a punto dell’Agenda Digitale Italiana ha sottolineato: “L’importante è scegliere alcuni obiettivi precisi, da attuare in maniera concreta per far ripartire il sistema, come i tre progetti infrastrutturali [fatturazione elettronica, identità digitale, anagrafe digitale, ndr] e altrettante iniziative rivolte alle imprese sul fronte dell’innovazione”.
Delineati gli elementi che definiscono l’Agenda Digitale come contesto sul quale estendere quei progetti a supporto della digitalizzazione del Paese, i convenuti alla Tavola Rotonda si sono focalizzati sugli elementi, anche tecnologici, che possano agevolarne l’attuazione. Ad esempio in tema di sicurezza, Carnevale Maffé ha posto una serie di domande volte a capire quali policy dovrebbero definire i grandi operatori europei su questo fronte. Sgombrato il campo dalla messa in discussione della net neutrality, intesa come trasposto indipendente dai servizi, che “va garantita in quanto preserva Internet come luogo di innovazione”, Fuggetta ha suggerito la definizione di nuovi layer infrastrutturali e il ripensamento di strumenti come il peering gratuito per i quali sarebbe necessaria una normativa europea”.
“Possiamo pensare di aprire i nostri dati ad altri che possono offrire servizi – ha incalzato Milanta – Ma ciò impatta sul livello di sicurezza. Diverso sarebbe se questi aspetti si potessero socializzare fra più aziende, evitando di replicare le infrastrutture”.

Carnevale Maffè lancia un’idea provocatoria chiedendo se non potrebbe essere Poste a fare da soggetto integratore: “Si potrebbe pensare a un modello dove non sia necessario che ogni banca si replichi la propria infrastruttura. Sareste pronti a farlo?” è stata la domanda, rivolta dal professore a Virtuani, che ha risposto: “Dal punto di vista tecnico siamo pronti a creare un’infrastruttura a disposizione di tutti e diventare il front end dei cittadini per la PA e possiamo essere un enabler del cambiamento per mettere a disposizione un layer infrastrutturale per banche e assicurazioni”. Andrebbe ovviamente evitata la competizione diretta. “Poste svolgerebbe il ruolo di abilitatore della competizione mettendo a disposizione degli altri player conoscenza e dati perché possano ‘montarci’ i loro servizi”, ha precisato.
“Perché allora Poste non potrebbero svolgere il ruolo oggi delegato all’Agid?”, continua la provocazione di Carnevale Maffè.
“Il ruolo di Agid è fornire i piani, monitorarli, definire gli standard, partecipare alla regolamentazione europea, mentre il ruolo di Poste, che ancora va meglio studiato, è più di servizio infrastrutturale a livello Paese”, ha obiettato Sassano.
Condivide Fuggetta, precisando: “Per ogni processo deve essere previsto un titolare; per esempio, il tema dell’identità digitale dovrebbe essere di competenza del Ministero dell’Interno. C’è poi la necessità di infrastrutture per il paese che qualcuno deve realizzare e che, per definizione, devono essere condivise, mentre la competizione deve svilupparsi fra tutti coloro che offrono servizi. Va definito, una volta per tutte, come fare una fattura e come le amministrazioni si parlano fra loro. Per tutto questo serve un ente che progetti e che certo non può essere Poste”.
Il tema della condivisione delle infrastrutture e della standardizzazione come condizione per l’innovazione ritorna anche a proposito della rivoluzione annunciata dell’Internet of Things. “Per fare ulteriori passi in avanti è necessario prendere in considerazione la trasversalità delle tecnologie, ossia la possibilità di applicare la stessa tecnologia a più settori – ha sostenuto Flavio Bonomi fondatore e Cto di IoXWorks, “senior” startup nel mondo del Iot, nell’intervento che ha preceduto la Tavola Rotonda – Il mercato è pronto per soluzioni basate su standard e che si basano su una logica orizzontale mentre, al momento, sono disponibili soprattutto soluzioni verticali, non-standard, poco connesse alla ‘grande’ Internet”.
Ci sarebbero dunque le condizioni per superare il modello dei settori industriali tradizionali, dove ogni industria ha la propria infrastruttura, per costruire una piattaforma orizzontale end-to-end su cui vanno a innestarsi le soluzioni verticali per i diversi comparti.
“Le componenti ci sono tutte ma la rete non è ancora abbastanza intelligente – ha detto Bonomi, riprendendo il concetto di fog computing lanciato quando era a capo della Advanced Architecture and Research di Cisco, lasciata nel 2013 per fondare la nuova azienda – Il fog computing è l’estensione del cloud computing nel mondo vicino all’utente. Come la nebbia è più vicina alla terra delle nuvole, così il fog computing si pone come elemento di connessione fra end point e cloud”.
L’IoT per svilupparsi ha bisogno di un’infrastruttura che supporti la virtualizzazione a livello embedded, un adeguato sviluppo dello storage vista la quantità di dati coinvolti e un’intelligenza sempre più distribuita. “C’è in gioco una tal mole di dati e una crescente richiesta di real time che non si può pensare di centralizzare tutto; servono invece applicazioni distribuite, a livello di sensori e attuatori e nei nodi intermedi”, ha precisato Bonomi.
La creazione di molteplici applicazioni che parlano fra loro attraverso un’infrastruttura condivisa presuppone la definizione di un ecosistema complesso che vede in campo i grandi player del mondo Ict, le aziende che devono utilizzare le applicazioni, gli integratori, i produttori di silicio, i governi, i pionieri del mondo IoT: “Fra i pionieri dell’Iot vedo molto fermento nel mondo, soprattutto in Europa, ma fanno fatica a essere finanziati visto che si trovano spesso in aree periferiche”. Il problema è inoltre che in questo campo non vengono finanziati i singoli “pezzi” che vanno a comporre la soluzione. Mentre le tecnologie in area IoT sono detenute soprattutto da Pmi e startup, i grandi attori sono buoni canali di vendita e marketing, ma non di sviluppo. “Questo è un campo in cui le imprese innovative dovrebbero essere finanziate non dal tradizionale venture, ma dalle stesse compagnie che hanno bisogno della loro tecnologia – suggerisce Bonomi – Anche le aziende Italiane dei settori tipici del made in Italy, come il fashion, il food, l’automotive, le macchine agricole, dovrebbero svolgere questo ruolo senza aspettare per innovare che arrivino gli investimenti delle multinazionali americane”.
Il quadro è così complesso che non è chiaro come dare impulso a questa rivoluzione annunciata. “Dietro le grandi transizioni ci sono sempre investimenti governativi, come anche il caso Internet (nata dal progetto governativo Usa Arpanet) conferma. Per l’Europa c’è dunque la necessità di investire, ma dall’altro è necessario un lavoro dal basso che sviluppi pratiche e contribuisca nella definizione degli standard”. È stata la conclusione di Bonomi.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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