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Qual è oggi e in futuro l’impatto economico dell’intelligenza artificiale?

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Mercati

Qual è oggi e in futuro l’impatto economico dell’intelligenza artificiale?

05 Dic 2018

di Patrizia Fabbri

Un mercato, quello delle tecnologie di intelligenza artificiale, che secondo IDC raggiungerà i 77,6 miliardi di dollari nel 2022, più di tre volte il valore di mercato previsto per il 2018. Ma il tema veramente interessante è l’impatto che queste tecnologie avranno sull’economia mondiale stimato da McKinsey Global Institute in 13 trilioni di dollari al 2030, corrispondente a una crescita del PIL mondiale all’anno di circa 1,2%. Quali sono le sfide che si aprono per i paesi, le aziende e le persone?

L’impatto economico dei sistemi e delle tecnologie di intelligenza artificiale può essere analizzato da due prospettive: da un lato, il mercato di questo tipo di soluzioni e dall’altro, il ciclo virtuoso che esse generano nell’economia mondiale sia per quanto riguarda la produzione di beni e servizi sia per quanto concerne il mondo del lavoro.

La prospettiva più interessante ed economicamente e socialmente rilevante è senza dubbio la seconda e su questa sarà focalizzato questo articolo, ma ci sembra comunque importante fornire anche alcune indicazioni sulla prima per l’incidenza che essa ha sul mondo ICT.

Soluzioni di intelligenza artificiale: quanto e dove si spende

IDC rileva che la spesa aziendale in sistemi AI, cognitivi e di machine learning raggiungerà i 77,6 miliardi di dollari nel 2022, più di tre volte il valore di mercato previsto per il 2018, vale a dire 24 miliardi.

In Europa Occidentale, gli investimenti da parte delle imprese ammonteranno a 3 miliardi di dollari entro la fine del 2018, con una crescita del 43% rispetto al 2017, e nel 2022 il mercato arriverà a valere 10,8 miliardi di dollari (CAGR +39%); l’Italia risulta essere in linea con questo trend grazie a una spesa aziendale in intelligenza artificiale che nel 2018 si assesterà intorno ai 17 milioni di euro (+31% sul 2017) e nel 2019 arriverà poco sotto ai 25 milioni (+44%).

Per quanto riguarda i settori, sempre relativamente all’Europa Occidentale, IDC segnala che il podio dei maggiori investitori vede oggi al primo posto il bancario, seguito dal retail e dal manufacturing, ma rileva anche che entro il 2022 il retail scalzerà il bancario grazie al grande interesse verso l’automazione del servizio clienti (per esempio implementazione di chatbot e assistenti virtuali). Analizzando la crescita percentuale media annua (CAGR) per settore, IDC segnala che il settore sanitario si distinguerà dalle altre industry per la fortissima crescita.

AI ed economia mondiale: un flash sui numeri

Riuscire a quantificare l’impatto di queste tecnologie sul sistema economico e sociale mondiale è un esercizio molto difficile dato che le variabili in campo sono tante, complesse e correlate con temi di complessa previsione (soprattutto a lungo termine), quindi, al di là dei numeri, ci focalizzeremo su alcuni trend sistematizzati in un recentissimo studio del McKinsey Global Institute (MGI) che si intitola, appunto, Modeling the Impact of AI on the World Economy (si tratta del terzo studio su queste tecnologie, dopo il primo dedicato all’impatto sul mondo del lavoro, analizzato nell’articolo Le tecnologie AI e il complesso rapporto con l’uomo e il secondo, dedicato a scenari e business case in diversi settori di mercato, illustrato nell’articolo Intelligenza artificiale, i consigli di McKinsey per il mercato).

Ma anche se le numeriche vanno prese con le dovute cautele, ci sembra comunque interessante riportare quanto emerso da alcune survey e analisi condotte negli ultimi mesi.

Secondo una ricerca condotta da IDC a livello mondiale nella prima metà del 2018 (della quale però non è stato fornito il campione coinvolto), l’intelligenza artificiale porterà i maggiori benefici all’IT (per il 58% dei rispondenti, risposte multiple consentite), agli operation team (49%) e allo sviluppo di prodotti (43%); più in generale sull’intera organizzazione aziendale, l’AI migliorerà la produttività della forza lavoro (per il 20% dei rispondenti, risposte singole), genererà innovazione e crescita dei ricavi (18%), velocizzerà i processi decisionali (17%).

Specificatamente rivolta al mondo industriale è stata invece la survey The Present and Future of AI in the Industrial Sector condotta da HPE e Industry of Things World, conferenza europea di riferimento per il mondo dell’Industrial IoT, che ha coinvolto 858 professionisti ed executive di aziende industriali europee. La maggioranza degli intervistati (61%) risulta già impegnata a qualche titolo nella AI: l’11% ha già implementato la tecnologia nelle funzioni o nelle attività di base, il 14% prevede di farlo nei prossimi dodici mesi e il 36% ne sta valutando l’implementazione. La previsione di crescita del fatturato conseguente all’adozione di una qualche forma di intelligenza artificiale è di circa l’11,6% entro il 2030, con un incremento dei margini del 10,4%. Ma una delle cose più interessanti che emerge da questa indagine è che queste previsioni si basano sulle elevate percentuali di successo dei progetti di AI completati (risultato in genere non scontato nell’adozione di nuove tecnologie d’avanguardia): il 95% degli intervistati che hanno già implementato la AI nelle rispettive aziende afferma di aver raggiunto, migliorato o significativamente superato i propri obiettivi. Di conseguenza, il campione intervistato prevede di investire mediamente lo 0,48% del proprio fatturato a favore dell’AI nei prossimi 12 mesi, una somma rilevante considerando come nel comparto industriale il budget IT complessivo medio sia pari all’1,95% del fatturato. In linea con queste prospettive positive, due terzi degli interpellati prevedono che i nuovi posti di lavoro creati dalla AI bilanceranno o addirittura supereranno il numero di quelli resi ridondanti dalla stessa AI.

Qualche mese fa nell’articolo AI: una strategia per cogliere le opportunità di business abbiamo illustrato nel dettaglio una survey realizzata da MITSloan Management Review in collaborazione con BCG-The Boston Consulting Group realizzata a livello mondiale nella primavera del 2017 presso 3.000 business executive con 30 interviste approfondite con analisti ed esperti tecnologici, nella quale emergeva che se un anno e mezzo fa solo il 14% riteneva che queste tecnologie potessero avere un impatto sulla propria offerta di prodotti e servizi, ben il 63% pensava che invece avrebbero avuto forti impatti in quest’ambito e il 59% attribuiva un notevole impatto dell’AI sui processi.

Lo studio MGI afferma che entro il 2030 l’AI potrebbe determinare un aumento dell’attività economica globale di circa 13 trilioni di dollari, con una crescita di circa 1,2% del PIL all’anno; l’impatto, se si dovesse confermare questa previsione, sarebbe simile a quello che hanno avuto nel 1800 il motore a vapore, i robot nella produzione industriale negli anni ’90 o la diffusione dell’IT negli anni 2000. Stiamo quindi parlando di tecnologie che possiamo definire a tutti gli effetti disruptive.

È però importante sottolineare che l’impatto dell’AI molto probabilmente non sarà lineare, emergerà gradualmente e sarà visibile nel tempo con un’accelerazione crescente più ci si avvicina al 2030. L’ipotesi è di un’adozione dell’AI basata sul classico modello della curva a S, con un avvio lento a causa di costi e investimenti sostanziali associati all’apprendimento e all’implementazione di queste tecnologie e un’accelerazione successiva determinata dall’effetto cumulativo e da un miglioramento delle capacità complementari.

Un’ultima considerazione relativa a queste ipotesi di crescita riguarda il modo in cui le aziende e i paesi sceglieranno di abbracciare l’intelligenza artificiale: per le prime, se la scelta è più orientata ad ottenere una maggiore efficienza oppure maggiormente rivolta allo sviluppo di soluzioni e prodotti innovativi l’impatto sarà differente; così se i paesi avranno un approccio di apertura (sostanziato da provvedimenti legislativi, sostegno economico, incentivi, sviluppo di percorsi formativi adeguati ecc.) o un atteggiamento prudente se non addirittura ostile a queste tecnologie questo non potrà che influire, anche in modo determinante, sui risultati economici ipotizzati.

Paesi, aziende, persone: quali sono le sfide aperte

L’adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe ampliare il divario tra i paesi, le aziende e i lavoratori, già oggi sempre più ampio, tra chi può (o decide di) accedere alle tecnologie che stanno trasformando la nostra società e chi rimane ai margini di questa trasformazione. MGI prevede che i leader dell’AI (aziende, paesi o lavoratori che siano) potrebbero acquisire entro il 2030 un 20-25% di maggiore beneficio economico dalla loro attività grazie a questo posizionamento. Vediamo però un po’ più nel dettaglio quali sono le sfide per i diversi soggetti.

  • Paesi – L’AI può allargare le distanze tra i paesi, rafforzando l’attuale digital divide: a fronte di un aumento del 20-25% dei benefici economici che potrebbero ottenere le economie più sviluppate, i benefici per i paesi in via di sviluppo starebbero in un range del 5-15%. Ma se si guarda più in profondità rispetto alle mere percentuali, lo studio evidenzia alcune sfide che non devono essere sottovalutate: le economie avanzate potrebbero essere spinte a utilizzare l’AI solo in termini di aumento della produttività e non per lo sviluppo di soluzioni innovative, questo avrebbe di fatto un forte impatto negativo sul mondo del lavoro con l’estromissione delle fasce di lavoratori addetti ad attività routinarie senza aprire nuovi sbocchi; i paesi in via di sviluppo, anche in questo caso se l’AI viene vista solo in una logica di maggiore efficienza, hanno altre vie da seguire per migliorare la loro produttività (dalla ristrutturazione delle loro industrie alla costruzione di infrastrutture adeguate ecc.) che non ricorrere a una tecnologia che richiede importanti investimenti iniziali e quindi si troveranno impreparati quando l’AI diventerà mainstream. In definitiva non è detto che le economie più avanzate facciano il migliore uso dell’AI, così come non è scontato che i paesi in via di sviluppo debbano perdere la sfida dell’AI. Quello che è certo, è che bisogna avere una visione di paese per capire dove ci si vuole posizionare e MGI porta l’esempio della Cina che ha esplicitato una strategia nazionale per diventare un leader globale nella catena di fornitura di AI e sta investendo molto in questa direzione.
  • Aziende – Le tecnologie AI potrebbero indurre un divario nelle prestazioni tra front-runner (le aziende che nei prossimi 5-7 anni pervaderanno le proprie attività di intelligenza artificiale) e le realtà più lente nell’adozione. Secondo MGI i primi potrebbero, entro il 2030, addirittura raddoppiare il proprio flusso di cassa (inteso come entrate finanziarie meno investimenti associati e costi di transizione) e questo significherebbe una crescita annua del flusso di cassa netto del 6% per i prossimi 10-12 anni. Sebbene la simulazione MGI consideri i front runner come un unico cluster, è bene ricordare che in realtà non si tratta di una categoria omogena, comprendendo sia quelle realtà che sviluppano soluzioni di AI sia quelle che le implementano in modo innovativo (con un impatto economico dell’AI differente, diretto e più rapido nel primo caso, indiretto e più vicino al modello di curva a S visto prima). Al polo opposto della scala c’è la lunga coda dei ritardatari che potrebbero pagare la mancata adozione di AI con un calo del flusso di cassa addirittura del 20% in meno, rispetto ai livelli odierni, entro 10-12 anni.
  • Lavoratori. Un divario sempre più ampio può manifestarsi anche a livello dei singoli lavoratori in un mercato del lavoro delle economie avanzate dove la domanda di lavoro va spostandosi dai compiti ripetitivi (non solo manuali come è avvenuto con l’automazione della produzione, ma anche intellettuali) verso attività più difficili da automatizzare (sia perché più complesse sia perché legate a caratteristiche tipicamente umane) e/o che richiedono elevate competenze digitali. Secondo MGI, la percentuale sull’occupazione globale totale dei profili di lavoro caratterizzati da attività ripetitive e attività che richiedono scarse competenze digitali passerà dal 40% al 30% entro il 2030 e la massa salariale totale di questa tipologia di lavoratori potrebbe diminuire dal 33% al 20% (lo scarto dai 3 ai 10 punti percentuali tra riduzione della massa dei salari e riduzione del totale di questi lavoratori indica che si prevede anche una riduzione del salario di chi rimane).

Lo studio MGI ha quindi identificato 7 filoni da studiare per analizzare l’impatto dell’AI: 3 riguardano l’impatto diretto sulla produzione e 4 analizzano dimensioni trasversali che analizziamo nell’articolo Le 7 dimensioni dell’impatto della AI sull’economia.

Gli impatti dell’AI sull’economia – Fonte: MGI, 2018

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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