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Una bussola e un capitano per l’Italia digitale

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Una bussola e un capitano per l’Italia digitale

04 Apr 2014

di Elisabetta Bevilacqua

Dall’esame dell’attività legislativa che potrebbe favorire la digitalizzazione del Paese emerge un quadro contraddittorio: a singole norme che vanno nella giusta direzione se ne contrappongono altre che rischiano di frenare lo sviluppo dell’economia digitale. Emblematica la vicenda della web tax, non ancora conclusa. Serve un disegno complessivo con obiettivi e percorsi condivisi e una governance adeguata.

Non abbiamo un ministro e neppure un sottosegretario per l’Italia digitale.

Alcuni sostengono che non serve, visto che si tratta di attività che dovrebbero riguardare tutti i ministeri, mentre altri, che negli anni passati avevano questa posizione, si sono ricreduti e ritengono sia necessaria una figura politica di riferimento, come nel caso di Alfonso Fuggetta, Amministratore Delegato del Cefriel e membro della cabina di regia di Francesco Caio, fino a qualche giorno fa Commissario per l’attuazione dell’Agenda Digitale nonché Digital Champion italiano (figura, presente in 25 paesi europei, che dovrebbe occuparsi di promuovere uno sviluppo della cultura digitale nel Paese).

Alcuni progetti in corso, come identità digitale, fatturazione elettronica, anagrafe digitale, non sarebbero stati avviati senza la definizione delle priorità e il coordinamento da parte di Caio e il supporto nell’attuazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale diretta da Agostino Ragosa.

Ma mentre si è in attesa della nomina del nuovo Digital Champion da parte di Matteo Renzi, qualche giorno fa è arrivata una vera e propria “doccia fredda” dal documento pubblicato dalla Camera dei Deputati relativo all’ultimo Monitoraggio dell’attuazione dell’Agenda Digitale italiana: dei 55 adempimenti previsti, ne sono stati assolti solo 17; tra i 38 non realizzati, il 55% aveva una scadenza precisa (45 o 60 giorni). Si segnala comunque che nel 2012 dei 47 adempimenti previsti ne erano stati realizzati solo 4. Ora attendiamo si sapere chi sostituirà Caio, ma ancora prima della discussione sulle caratteristiche che dovrebbe avere un’eventuale figura di coordinamento, ci si dovrebbe focalizzare sulla definizione di una strategia digitale capace di indicare la direzione, proprio quanto non è accaduto negli ultimi mesi.

La legge di stabilità, varata a dicembre 2013 definisce provvedimenti importanti come l’anagrafe unica degli assistiti salutata con soddisfazione da Stefano Parisi, Presidente di Confindustria Digitale, che ha commentato: “Si supererà l’attuale frammentazione delle anagrafi degli assistiti, la cui regionalizzazione sconta enormi difficoltà di interoperabilità tra le banche dati comunali e quelle delle Asl”. Grazie al nuovo provvedimento si potranno superare le carte sanitarie fisiche e si potrà finalmente procedere alla digitalizzazione end-to-end dei processi relativi al percorso di cura, compreso il Fascicolo Sanitario Elettronico. La stessa legge prevede anche lo stanziamento di 10 milioni di euro (5 per il 2014 e 5 per il 2015) per sostenere progetti innovativi di “artigianato digitale” e promuovere la cultura dei makers (quanti utilizzano la tecnologia per realizzazioni “fai da te” nel campo dell'elettronica, robotica, industriale ecc.), ma è anche causa dello “psicodramma” originato dalla cosiddetta web tax. La norma, introdotta alla fine dello scorso anno e che sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1° marzo, imponeva a qualunque azienda i cui ricavi da attività web vengono generati anche in Italia (vendita di inserzioni pubblicitarie ecc., tant’è che è stata definita anche Google tax) di aprire una partita Iva nel nostro paese. Obiettivo della norma era naturalmente quello di fare in modo che i profitti generati in Italia si trasformassero in parte in tasse da pagare al fisco italiano. Norma apparentemente più che legittima, se non fosse che contrasta con la legislazione europea che consente a queste società di avere una sola sede legale in Europa e di poter registrare tutti i loro ricavi presso quella sede, senza doverne aprire una in ogni stato europeo in cui siano presenti (e come si sa nell’Unione Europea ci sono paesi come l’Irlanda o il Lussemburgo, nei quali, guarda caso, Google, Amazon ecc. hanno la sede legale europea, dove i regimi fiscali sono molto favorevoli). Ma una tassa di questo tipo, varata solo nel nostro paese, oltre alle inevitabili sanzioni dell’Ue per aver violato le leggi comunicare avrebbe inevitabilmente dirottato gli investimenti di queste società verso altri paesi.

Web tax fra giustizia fiscale e sviluppo digitale

Introdotta con un emendamento di Francesco Boccia (presidente della Commissione Bilancio della Camera, Pd), la web tax è stata poi sospesa a seguito di un ordine del giorno presentato alla Camera lo scorso 20 dicembre dai deputati, sempre del Pd, Lorenza Bonaccorsi, Paolo Coppola, Marco Causi e Giampaolo Galli, che impegnava il governo a notificare quanto prima la norma alla Commissione UE e “ad intraprendere ogni iniziativa urgente utile a evitare che la norma introdotta procurasse un danno anche solo indiretto allo sviluppo dell’economia digitale nel nostro paese, eventualmente anche sospendendo gli effetti della norma introdotta…”

La sospensione era stata sollecitata dalle molte critiche degli addetti ai lavori, ma soprattutto da un tweet di Matteo Renzi (allora segretario Pd, ma non ancora Presidente del Consiglio), che chiedeva a Letta di eliminare ogni riferimento alla web tax e porre il tema dopo una riflessione sistematica nel semestre europeo. È stata poi definitivamente cancellata all’interno della nuova formulazione del decreto Salva Roma (emanato dal governo a guida Renzi il 28 febbraio), almeno per la parte che imponeva l’apertura della partita Iva; restano invece immutate le parti riguardanti la tracciabilità delle transazioni per l’acquisto di servizi pubblicitari online.
Sempre dalla legge di stabilità abbiamo ereditato un aumento del compenso dovuto alla Siae (rideterminazione dei compensi per copia privata) sui dispositivi dotati di memoria: si va da 50 centesimi ad alcuni euro che pesano su smartphone, tablet, computer e hard disk; tutti oggetti di accesso a Internet e che dovrebbero favorire l’alfabetizzazione digitale e la circolazione di contenuti digitali. Ma già ci sono nuove pressioni per aumentare ulteriormente il balzello con incrementi che sfiorerebbero il 500%.
E che dire del decreto del governo Letta Destinazione Italia, convertito in legge il 19 febbraio?

La legge prevede norme importanti come il catasto delle infrastrutture, voucher a fondo perduto per la digitalizzazione delle imprese e la possibilità di utilizzare tecniche innovative di scavo che non richiedono il ripristino del manto stradale e la semplificazione dei permessi. Per queste ragioni viene vista con particolare favore da Asstel, l'associazione delle imprese Tlc italiane e da Assoprovider, associazione dei provider indipendenti, che la considera come un’apertura allo sviluppo delle Pmi che vogliono entrare nella competizione sulle reti e i servizi Internet.

Durante la discussione di Destinazione Italia sono però stati bocciati gli emendamenti che avrebbero favorito l’adozione di libri elettronici per i quali viene mantenuta l’Iva al 22%, contro il 4% di quelli cartacei; anche le detrazioni fiscali sui libri (del 19%), inizialmente proposte a favore dei singoli acquirenti, ma poi spostate agli esercizi commerciali, non riguardano in alcun modo gli e-book.

Fra le attività di sistema proposte sono, ad esempio, confermate le azioni dell'Agenda Digitale già in cantiere (fatturazione elettronica, pagamenti elettronici e investimenti sulla rete) e l'obbligo di trasparenza per amministrazioni pubbliche, partiti e sindacati con pubblicazione online di entrate e uscite. Fra i settori da favorire e dai quali ci si attendono sviluppi occupazionali vengono indicati l’Ict e quello dei maker, all’interno del made in Italy. Buone intenzioni che dovranno essere tradotte in leggi e poi attuate, cercando di evitare lo stop and go e le contraddizioni delle norme sopra citate.

Ma affinché ciò accada serve la consapevolezza (per ora ancora troppo limitata) che l’economia digitale e Internet sono fattori di sviluppo e occupazione prioritari che non vanno dunque imbrigliati e soffocati sul nascere.

Avere un primo ministro giovane e certamente digitale come Renzi potrebbe essere un vantaggio, ma servono in ogni caso una strategia, la definizione di priorità e una governance realizzata attraverso l’individuazione di responsabilità per il coordinamento e l’attuazione.
Non sembra saggio sperare che arrivi ogni volta un tweet al momento giusto per salvare la situazione.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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