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Software defined data center, un continuo ‘divenire’

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Software defined data center, un continuo ‘divenire’

10 Nov 2014

di Nicoletta Boldrini

“Il software defined data center è un ‘concetto’, non un prodotto; come tale necessita di un continuo ‘work in progress’”. Richard Fichera, vice president, principal analyst serving infrastructure & operations professionals di Forrester spiega quali sono gli elementi su cui si basa l’Sddc e come l’It deve prepararsi per la sua adozione

Sono quattro i trend Ict che stanno impattando a livello infrastrutturale accelerando un’evoluzione dei Dipartimenti It e dai data center considerata dai più ormai inevitabile:

1) la continua ricerca di consolidamento e ottimizzazione dell’infrastruttura tecnologica;

2) la crescente focalizzazione sulla Business Technology (BT), soprattutto in termini di affidabilità e disponibilità della tecnologia rispetto alle esigenze (e alle aspettative) di business;

3) l’integrazione di modelli cloud nel portfolio tecnologico esistente (con la crescita di ambienti ibridi ed eterogenei);

4) le strategie di semplificazione e automazione, che trovano nel software-defined data center (Sddc) la risposta principale.

In un recente documento, intitolato “The Software-Defined Data Center is still a work in progress”, Richard Fichera, Vice President, Principal Analyst Serving Infrastructure & Operations Professionals di Forrester, focalizza l’attenzione su quest’ultimo aspetto, chiarendo da subito che “il software defined data center è un concetto, non un prodotto”.

 

I tre pilastri architetturali

“L’Sddc è una ‘filosofia’ architetturale e organizzativa/operativa in continua evoluzione, non una soluzione tecnologica dalla quale ricavare e dimostrare un Roi”, commenta Fichera. Si tratta di una vision, una strategia, che trova ovviamente nella tecnologia il cuore pulsante, tant’è che lo stesso analista ne identifica tre pilastri architetturali:

1) virtualizzazione estesa a tutti i livelli;

2) orchestrazione e automazione;

3) infrastrutture standard e modulari.

“I tradizionali modelli di provisioning e management delle infrastrutture Ict non sono più sufficienti a supportare le frequenti richieste di ‘ingaggio’ massive e dinamiche da parte del business”, spiega Fichera. “Le architetture Sddc permettono di semplificare e ‘mascherare’ la complessità insita proprio nel provisioning e nel management di infrastrutture sempre più eterogenee”.  

Parliamo infatti di uno strato software che offre una completa visibilità sulle infrastrutture fisiche e virtuali che compongono l’intero data center (server, storage, network, ma anche sistemi di power and cooling), dalla quale ‘ricavare’ un sistema di management real-time automatizzato, guidato non più dagli operatori ma da policy e regole predefinite, non solo di natura tecnica ma anche in funzione dei servizi di business richiesti. Secondo l’analisi di Fichera moltissimi vendor si sono già mossi per proporre sistemi Sddc alle aziende, tuttavia, “affinché si possa avere un completo set di offering tecnologico e prima che tale offerta possa mostrare un valido Roi alle imprese (in particolare ai team di management delle infrastrutture), dovremo attendere ancora quattro o cinque anni”, prospetta l’analista. “Oggi le practice di gestione infrastrutturale sono troppo complicate, rappresentano la principale barriera alla stessa adozione tecnologica. Ma le aziende non devono attendere il ‘big bang’ per iniziare a ragionare sulla semplificazione: bisogna iniziare a trarre valore dalle tecnologie e dalle practice attuali, per poi evolvere strategie e approcci di pari passo con l’innovazione tecnologica”.

 

I quattro ambiti di intervento

Per non lasciare ‘a livello filosofico’ i propri suggerimenti, nel suo report Fichera entra nel merito dei piani operativi che l’It potrebbe seguire per prepararsi adeguatamente all’adozione dell’Sddc, inteso sia come approccio metodologico sia come strato tecnologico. Quattro gli ambiti di intervento identificati dall’analista:

1) comprendere le effettive richieste di risorse (fisiche e virtuali): l’Sddc non si limita ad essere un tool di orchestrazione degli ambienti virtuali (benché la virtualizzazione ne sia uno dei pilastri tecnologici fondamentali) ma abilita un livello di management molto più esteso che va dalla gestione delle infrastrutture alla workload orchestration e alla business automation. Poiché ad oggi non esistono ancora tool tecnologici con capacità così estese, Fichera suggerisce di costruirsi un ‘Sddc journey’ partendo dall’identificazione, attraverso un assessment, delle applicazioni e degli ambienti che necessitano di provisioning on-demand o di funzionalità di scale-up o scale-down dinamici: da questa fotografia, sarà più semplice stabilire le aree di intervento e, di conseguenza, identificare il vendor più adatto.

2) disegnare e modellare architetture software basate su policy: andando sempre più verso infrastrutture di tipo ibrido, i sistemi Sddc diventano l’elemento di flessibilità e dinamicità con cui l’It eroga le risorse e i servizi Ict al business, grazie al quale poter governare in modo automatico l’intero ciclo di vita del servizio. Per poter rendere efficace tale modello di governance, è di fondamentale importanza definire opportune policy (accesso ai servizi, ruoli e responsabilità, utilizzo delle risorse, modalità di procurement, ecc.) affinché si possa concretamente automatizzare, e quindi semplificare, la gestione dei sistemi. Per riuscire ad ottenere risultati concreti “è bene partire dall’identificazione delle applicazioni e dei servizi che stanno supportando l’innovazione customer-centric (system of engagement), quelle che dovrebbero essere ‘rimpiazzate’ e quelle che devono evolvere rapidamente per dare supporto alle nuove richieste del business”, raccomanda Fichera.

3) incorporare l’Sddc e la strategia di DevOps nei piani di sviluppo applicativo: la vista sulle applicazioni non solo consente di disegnare e modellare al meglio le infrastrutture e semplificarne la gestione, ma diventa il collante tra il livello architetturale e quello applicativo che abilita l’evoluzione di entrambi. La visibilità sulle performance applicative e la loro correlazione con le infrastrutture sottostanti abilita una più efficace gestione (anche in termini di provisioning) delle risorse del data center; viceversa, il corretto e dinamico bilanciamento delle risorse accelera lo sviluppo e il rilascio applicativo.

4) includere il data center infrastructure management (Dcim) nella strategia Sddc: diventa sempre più importante correlare i workload It con gli asset fisici di gestione, dato che l’Sddc non è un semplice approccio policy-based per gestire capacità computazionale, server, storage o network. Integrare tool di Dcim nella strategia Sddc significa ottimizzare l’utilizzo delle risorse fisiche (grazie al Dcim) inserendo tale ottimizzazione all’interno di un sistema di gestione più esteso (quello dell’Sddc), dal quale ricavare la strategia di It governance più efficace.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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