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Smart working tra opportunità e criticità: il parere delle aziende

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Smart working tra opportunità e criticità: il parere delle aziende

25 Mag 2017

di Nicoletta Boldrini

Collaboration e condivisione delle informazioni in team distribuiti e possibilità di lavoro in mobilità con accesso semplificato e sicuro alle risorse applicative aziendali sono i driver che stanno maggiormente spingendo le aziende a ragionare su progetti di smart working. A fare da acceleratore, quale elemento tecnologico abilitante il digital workplace, sembra essere il modello dell’hybrid It

Nel corso di un recente roadshow che ZeroUno ha organizzato insieme a VMware ed Hpe nelle città di Padova e Bologna sul tema del Digital Workplace, il dibattito che ha coinvolto alcuni dei Cio e dei responsabili It presenti nelle due tappe ha fatto emergere alcuni interessanti punti dai quali si desume un crescente interesse, da parte delle aziende italiane, verso aspetti quali collaboration, produttività degli utenti in mobilità, user experience nell’utilizzo dei servizi applicativi, cui fanno tuttavia da sottofondo le preoccupazioni legate alla sicurezza e all’ “adeguatezza” delle infrastrutture. Di seguito riportiamo alcune delle principali evidenze rilevate.

Di questo servizio fanno parte anche i seguenti articoli:
SCENARIO – Digital workplace: tecnologie e modelli per un’efficace experience in mobilità

Collaborazione e condivisione in mobilità

La necessità di collaborare e condividere le informazioni con team internazionali divisi e geograficamente distanti sono alcuni dei driver che stanno spingendo aziende come Lagardère Travel Reatil Italia, Chiesi Farmaceutici e Volkswagen Group Italia a ragionare (ed avviare percorsi progettuali) sui temi dello smart working. “Un gruppo internazionale come il nostro, con una rete distributiva molto ampia ha bisogno di sistemi, servizi e dati condivisi per permettere alle persone di poter lavorare in mobilità”, è la prima delle riflessioni espresse da Andrea Pachera, It Project Manager di Volkswagen Group Italia. “Quest’anno in particolare stiamo ragionando proprio sui temi dello smart working cercando, prima di tutto, di capire come ‘adattare’ le infrastrutture It, prevalentemente rimanendo su sistemi on premise ma per alcuni ambiti, seguendo le indicazioni della casa madre tedesca, anche guardando ad alcuni servizi in public cloud”.

Gli obiettivi di collaboration sono del tutto comuni a Lagardère Travel Reatil Italia ma il Cio, Alberto Signor, invita i colleghi a valutare le criticità tecniche: “La disomogeneità dei sistemi e quindi l’integrazione dei sistemi di digital workplace all’interno di ambienti It differenti è un aspetto da non sottovalutare anche ai fini delle prestazioni dei servizi erogati agli utenti e della sicurezza e accessibilità dei dati”.

La tecnologia di virtualizzazione e la gestione semplificata degli ambienti hanno come obiettivo primario quello di svincolare non solo l’utente finale dalla complessità di utilizzo delle soluzioni ma anche le operations It dalla loro integrazione e manutenzione”, è la risposta di Riccardo Codifava, End User Computing Account Executive di VMware.

Hybrid cloud elemento abilitante

Se è vero che la necessità di una più ampia collaborazione rappresenta, per la maggior parte delle imprese intervenute ai due eventi, uno dei principali driver verso l’accelerazione di percorsi di digital workplace startegy, “è anche vero che il modello infrastrutturale tecnologico sottostante deve evolvere verso livelli di maggiore agilità e flessibilità”, è l’opinione di Fausto Gentili, Senior Director IT&IO Operations di Crif. “Il cloud sta facilitando notevolmente le cose ma non tutti i workload sono adatti per ambienti di tipo pubblico, soprattutto se aspetti come sicurezza e performance diventano rilevanti e critici per la disponibilità del servizio e del dato”.

Da questo punto di vista, Gentili trova particolarmente ‘interessanti’ i sistemi iperconvergenti, soprattutto come substrato tecnologico “a garanzia di ambienti virtualizzati estesi (come per esempio le VDI) che favoriscono la produttività in mobilità degli utenti”.

Logiche di cloud ibrido iniziano a ‘prendere forma’ anche in realtà manifatturiere molto regolamentate come quelle che operano nel settore farmaceutico. Umberto Stefani, Cio Group di Chiesi Farmaceutici, racconta per esempio come per “esigenze di collaborazione, condivisione delle informazioni e lavoro in mobilità, particolarmente sentite dai team della Ricerca e Sviluppo che lavorano e cooperano anche secondo i più moderni approcci di Open Innovation, il cloud rappresenta un modello di accesso alle risorse molto veloce ed agile. Paradossalmente però – fa notare il Cio – spesso sono proprio questi team a sollevare il problema della sicurezza (soprattutto per la parte di riservatezza e protezione del dato), a volte ritenendo inadatto l’approccio al cloud”.

“Oggi è però possibile coniugare i due aspetti, quello della facilità d’accesso delle risorse, tipico del public cloud, e quello della sicurezza dei sistemi secondo approcci di affidabilità e performance tipici delle infrastrutture interne, con nuove forme di It ibrido, per esempio dotandosi di sistemi più agili all’interno del proprio data center pagando però solo le risorse che effettivamente vengono consumate”, fa presente Giuseppe Cicchirillo, Data Center & Hybrid Cloud Product Manager di Hpe.

La roadmap suggerita

In risposta al dibattito alimentato nel corso dei due eventi, Mauro Foglia, Solution Architect di Hpe e Massimiliano Morlacchi, Senior Regional Alliance Manager di VMware, hanno suggerito ai partecipanti, in chiusura ai due momenti di confronto, alcuni ‘consigli utili’ identificando una ‘ipotetica’ roadmap da seguire in percorsi di adozione sia dello smart working come approccio organizzativo sia del digital workplace come modello tecnologico abilitante collaboration e mobility. Questi i ‘passi’ da seguire:

  1. analisi previsionale degli ipotetici scenari tecnologici in cui si possono effettivamente adottare soluzioni di digital workplace;
  2. realizzazione di una simulazione economica (stesura di uno use/business case) sugli scenari individuati per valutare gli impatti finanziari e le necessità di investimento;
  3. assessment di natura più operativa al fine di verificare gli impatti delle soluzioni tecnologiche rispetto ai processi e alle modalità operative degli utenti coinvolti;
  4. design del progetto e identificazione delle aree ‘pilota’ (quella da cui far iniziare il percorso);
  5. valutazione dei primi risultati da cui ricavare le modalità ed i tempi di proseguimento del percorso di trasformazione.

 

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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