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Smart working e lavoro digitale: rischi e opportunità per il new normal

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Smart working e lavoro digitale: rischi e opportunità per il new normal

In occasione di Restart Italia, nell’ambito di Forum PA, l’incontro organizzato da INAPP si è focalizzato sull’evoluzione dello smart working, da soluzione emergenziale a nuovo paradigma del lavoro, e del lavoro digitale che riguarda poco meno di 3 milioni di persone nel nostro Paese. Queste modalità di lavoro, accanto a molte opportunità, presentano rischi, distorsioni ed effetti indesiderati che vanno mitigati per entrare a pieno titolo come nuove modalità di lavoro dopo l’emergenza.

04 Dic 2020

di Elisabetta Bevilacqua

“Sono stati fatti molti studi sugli effetti a livello italiano e internazionale dello smart working, studi che hanno però trascurato gli effetti sulla distribuzione del reddito e le eventuali conseguenze non intenzionali in termini di diseguaglianze”, esordisce Sergio Schicchitano, ricercatore di INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche), riportando i risultati di una simulazione, basata su banche dati INAPP, nell’incontro organizzato da INAPP durante Restart Italia, nell’ambito di Forum PA.

Dall’analisi emerge che la maggiore capacità di lavoro da remoto si trova nei lavoratori con maggior livello di istruzione, con qualifiche più alte, contratto full time a tempo indeterminato, cittadinanza italiana, che vivono nuclei familiari poco numerosi senza minori, in aree metropolitane. I settori dove più è diffusa la capacità di smart working sono: finanza e assicurazione, informazione e comunicazione, noleggio e agenzie di viaggio, PA e servizi professionali.

La simulazione evidenzia un premio contrattuale del 10% (che può arrivare al 17% per i redditi più alti), nel caso in cui lo smart working diventi il nuovo paradigma di lavoro con un effetto che amplificherebbe le disuguaglianze di reddito, come effetto collaterale, accanto all’aumento di produttività.

Questa considerazione va vista come uno spunto per i policy maker a cui si suggerisce di mettere in atto opportuni correttivi. “Serviranno politiche di sostegno al reddito per garantire i lavoratori più vulnerabili nel breve e politiche attive per colmare le lacune nel lungo periodo, migliorando ad esempio le competenze digitali per non aumentare ulteriormente il gap”.

Smart working: sfida o trappola per le lavoratrici?

“Lo smart working non è uno strumento neutro ma può avere impatti molto diversi sul mercato del lavoro e nel sociale”, sottolinea Valentina Cardinali, responsabile del gruppo di lavoro INAPP che esamina la prospettiva di genere nel mercato del lavoro e nelle politiche pubbliche, riferendo i risultati di un’indagine condotta da INAPP a luglio 2020.

Nell’evoluzione del lavoro a distanza, da emergenziale a strutturale, nelle diverse forme (da telelavoro che richiede il controllo della presenza, al lavoro agile prevalentemente basato sul raggiungimento dell’obiettivo), c’è il rischio di normalizzare cinque fattori che vanno corretti per evitare che lo smart working “diventi una trappola per le lavoratrici”:

  • Non va pensato come strumento di conciliazione, ma va cambiata una cultura che assegna alle donne il ruolo di cura e agli uomini quello del successo sul lavoro;
  • Non si può cristallizzare come strumento di welfare;
  • Va evitato l’effetto collaterale di esclusione e isolamento, particolarmente forte se applicato a situazioni di svantaggio;
  • Va modificata un’organizzazione basata sul controllo e un coordinamento visivo e fisico verso una basata su obiettivi, che punti non sulla presenza ma su qualità;
  • Va modificato il ruolo della rappresentanza, visto che con la nuova cultura dell’organizzazione saltano i parametri tradizionali di produttività e remunerazione.

“La grande sfida è aprire un dibattito sul concetto di produttività, che migliori la qualità del lavoro in ottica di genere e sia uno strumento di maggiore partecipazione femminile”, conclude Cardinali.

Lavoro su piattaforma digitale: serve una nuova regolamentazione

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L’analisi realizzata da INAPP, basata sull’indagine PLUS (Participation, Labour, Unemployment, Survey), rileva un numero significativo (2,7 milioni) di persone che traggono profitto dalle piattaforme digitali: 2,1 milioni vendono beni o svolgono attività lavorativa, 400mila sfruttano beni di proprietà (ad esempio affittano abitazioni) e 200mila mettono a disposizione sulla piattaforma il lavoro, realizzato poi in forma fisica.

Massimo De Minicis, ricercatore – INAPP indica due categorie di attività su piattaforma:

  1. Totalmente on line, con micro-attività lavorative effettuate spesso in luoghi differenti e di elevato livello professionale (piccole traduzioni, realizzazione di software, riconoscimento immagini, attività finanziarie, etc.), ricondotte a unità dagli algoritmi della piattaforma.
  2. In parte online e in parte off-line; la prestazione è organizzata dalla piattaforma ma realizzata nel mondo reale (rider, fattorini, consegna cibo o merci, trasporto persone come uber, etc).

Dall’indagine emerge che, a differenza della percezione comune, si tratta di persone adulte (le fasce più numerose 25-29 anni e 40-49), con una formazione medio alta (47% diplomati e 17% laureati), per il 54% uomini. Il reddito che deriva da queste attività rappresenta per il 50% una componente essenziale di quello complessivo, all’interno di una certa fragilità economica (il 35% non è in grado di sostenere una spesa imprevista, contro il 22% della media nazionale).

La maggioranza lavora nell’informalità e, anche quando il lavoro assume una dimensione contrattuale (20%), è contingente. “È dunque necessario definire una disciplina che preveda qualche tutela per questi lavoratori”, sottolinea, De Minicis. INAPP sta lavorando in questa direzione, come ricorda Manuel Marocco che spiega: “Oggi il lavoro su piattaforma ha una collocazione incerta nell’attuale sistema binario che prevede solo il lavoro subordinato e in lavoro autonomo”.

Nella maggioranza dei Paesi non esiste una legislazione specifica, ma decidono di volta in volta i magistrati, nonostante alcuni tentativi di regolamentazione, come in Danimarca dove per il lavoro domestico tramite piattaforma si è scelto di un contratto collettivo o in Francia è stata definita una disciplina per tutti i lavori tramite piattaforma. In Italia è prevista una regolamentazione solo per rider che, secondo Marocco, può rappresentare un precedente interessante per la definizione di alcune tutele.

Un gruppo di lavoro INAPP sta lavorando però in una nuova direzione, a partire dal riconoscimento dell’inadeguatezza degli strumenti tradizionali, per aspetti come dell’inconoscibilità degli algoritmi che regolano il lavoro e per la sua dimensione sovranazionale: “Stiamo ipotizzando strumenti di tecno-regolazione, dove la tecnologia viene utilizzata a scopo legislativo”, spiega. Un esempio sono gli smart contract, contratti trascritti in codice informatico che producono in forma autonoma effetti giuridici quando il software verifica una determinata condizione.

Analogamente per ricostruire carriere discontinue di questi lavoratori, si pensa di ricorrere ad app di tipo pubblico, in grado di fornire nuove forme di protezione.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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