“IoT: stiamo andando troppo lentamente”

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“IoT: stiamo andando troppo lentamente”

Incontro con Alfonso Fuggetta, amministratore delegato del Cefriel, per parlare di Internet delle cose e della sua diffusione in Italia. Gli oggetti intelligenti ci sono già, ma non sempre sono integrati e capaci di comunicare come il paradigma Internet of Things richiede. Come fare? Fuggetta suggerisce alle imprese manifatturiere di guadagnare competitività realizzando sempre più oggetti intelligenti che devono essere non solo connessi ma interoperabili. Sentiamo anche il parere di Dominique Guinard della startup svizzera Evrythng che propone di far uscire il web dal computer e di portarlo nel mondo…

05 Set 2012

di Elisabetta Bevilacqua

Alfonso Fuggetta, amministratore delegato di Cefriel

Nell’Internet delle cose entrano in gioco due elementi: l’intelligenza incorporata negli oggetti e la loro interconnessione attraverso una rete intelligente. L’industria manifatturiera italiana ha grandi tradizioni, al momento in po’ appannate, nel campo dei dispositivi embedded. Oggi può però recuperarle per sfruttare le opportunità che la creazione di oggetti intelligenti possono offrire. Lo suggerisce Alfonso Fuggetta (nella foto), amministratore delegato di Cefriel, centro di eccellenza Ict del Politecnico di Milano, che opera in modo autonomo finanziandosi attraverso lo sviluppo di progetti commissionati dall’industria. Cefriel può dare una mano alle imprese che intendono inglobare intelligenza nei loro prodotti. Un esempio recente è la progettazione del sistema airbag inserito nelle tute per motociclisti che Dainese ha lanciato a giugno sul mercato e che somma alla funzione principale di protezione alcuni ulteriori elementi di intelligenza. Il sistema prevede fra l’altro la comunicazione wireless fra un sensore sulle ruote, una centralina sul manubrio e un chip all’interno della tuta che consente di distinguere tra un’inclinazione  tipica di una curva e una caduta, caso in cui viene attivato l’airbag nella tuta. “Per quanto vedo non c’è in questo periodo una percezione sufficientemente diffusa, da parte delle imprese del made in Italy, che, grazie all’Ict, una certa fascia di prodotti possa diventare più intelligente – lamenta Fuggetta -. È utile dunque insistere sulla capacità dell’Ict di rendere più intelligenti le cose, come premessa per l’impresa italiana di continuare a esportare e competere investendo in prodotti che, grazie all’intelligenza che sanno incorporare, possono aumentare il proprio valore aggiunto”. Ma chi dovrebbe sensibilizzare l’industria italiana sulle opportunità che possono derivare dalla produzione di oggetti sempre più intelligenti? “Innanzitutto i protagonisti dell’offerta Ict, che dovrebbero essere più propositivi verso le imprese utenti – è la risposta – Oggi invece all’interno delle aziende, l’Ict è visto soprattutto come automazione dei processi. I vendor di informatica dovrebbero far capire ai propri clienti che, oltre a questi aspetti ovviamente indispensabili, c’è la necessità di utilizzare l’Ict anche all’interno dei prodotti. Un prodotto intelligente non solo aumenta il proprio valore e rende l’impresa più competitiva sul mercato internazionale, ma abilita anche servizi intelligenti”.

Fornire nuovi servizi ai propri clienti consente all’impresa di aumentare la fidelizzazione e assicurarsi fonti di fatturato che permangono nel tempo. “Per tutte queste ragioni, considerare l’Ict in maniera pervasiva nei prodotti, nei processi e nei servizi può essere una leva importante di ripresa per un paese manifatturiero come l’Italia”, aggiunge Fuggetta, che tuttavia ripete. “Non c’è ancora grande consapevolezza di queste opportunità, mentre sto vedendo maggiore fermento su temi come quello della smart city, intesa come luogo dove gli oggetti intelligenti dialogano fra di loro”.

L’interconnettività non basta, serve l’interoperabilità

In questo campo ci si focalizza però soprattutto sull’interconnettività, riportando tutto al livello infrastrutturale . “Per realizzare la smart city basata sull’Internet delle cose non basta sfruttare la pura connettività ma serve anche un sistema di infrastruttura software che permetta la cooperazione applicativa”. Bisogna fare in modo che le applicazioni e gli oggetti si parlino fra loro comprendendosi, senza limitarsi allo scambio di dati: è cioè inutile avere più oggetti collegati fra loro attraverso Internet se non sanno come comunicare. “Ciò che in gergo chiamiamo interoperabilità presuppone glossari condivisi e sistemi che vadano ben oltre gli open data, utili se serve solo informazione e per di più statica – spiega Fuggetta – Per la vera interoperabilità, che presuppone applicazioni intelligenti, è necessario far parlare, dialogare, interagire i sistemi fra loro”.

Esistono anche in Italia casi già realizzati o progetti di Internet delle cose che rispondano a questi requisiti.

Un esempio è il progetto, coordinato dal Cefriel, di piattaforma digitale unica che vede una collaborazione fra pubblico e privato e che consentirà di offrire servizi smart city alle persone che arriveranno a Milano da tutto il mondo per Expo 2015. “L’obiettivo è definire strategie e architetture di riferimento, in maniera complementare alle logiche di mercato, andando a costituire un terreno comune per tutti coloro che vogliono cooperare sulla rete”, spiega Fuggetta, che propone come modello di riferimento quanto è accaduto con il Gsm: definito lo standard è stato possibile a tutti i telefoni, indipendentemente da hardware e software, di comunicare utilizzando regole condivise. La sperimentazione condotta per Expo 2015 è un esempio che va in questa direzione anche grazie alla presenza nel progetto di operatori del trasporto, grandi e tecnologicamente strutturati, come Atm, Sea, Trenitalia, Ferrovie Nord, Autostrade per l’Italia.
Infoblu (di Autostrade per l’Italia) prevede già un sistema intelligente che si basa sull’Internet delle cose. Il sistema consente di misurare in tempo reale la velocità media sui tratti autostradali e le condizioni del traffico attraverso il tracciamento della auto basato su sistemi Gps. Se queste informazioni vengono integrate con quelle che derivano da altri mezzi di trasporto si possono realizzare sistemi multimodali intelligenti. “L’oggetto intelligente fornisce un’informazione di base, che, inserita in un sistema di scambio di informazioni omogeneo che raccoglie dati che provengono da più operatori, permetterà di realizzare un primo nucleo di smart city, basato sull’Internet delle cose – precisa Fuggetta –.  Affinché le cose intelligenti entrino davvero nel mondo di Internet non basta assegnare agli oggetti un indirizzo Ip, ma si devono definire protocolli che abilitino il linguaggio comune”.

The web of things

Dominique Guinard, co-fondatore e Cto di Evrythng

Su come far parlare gli oggetti intelligenti ha un’idea molto precisa Dominique Guinard, co-fondatore e Cto della startup svizzera Evrythng, che ha fra le sue missioni organizzare il mondo degli oggetti assegnando a ciascuno un’identità digitale. “Si tratta di creare una nuova generazione di dispositivi web enabled – dice – Nella nostra visione del futuro c’è un insieme di dispositivi che possono essere (ri)combinati in tempo reale per risolvere qualunque compito”.

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La sua soluzione parte dalla consapevolezza del continuo aumento del numero degli oggetti tracciati e resi intelligenti grazie all’evoluzione di tecnologie sempre più economiche come Rfid, Rfid Network, QR-Codes, sistemi per il riconoscimento dell’immagine ecc. Questa tendenza va a creare un vero ecosistema di oggetti. La domanda a cui Guinard cerca di rispondere è: come può il web facilitare lo sviluppo delle applicazioni Internet of Things e avvicinarlo ai non specialisti. Può farlo a suo parere l’architettura web che può fungere come architettura applicativa anche per l’internet delle cose (vedi figura qui sotto), secondo quattro livelli flessibili: accessibilità, ricerca, condivisione, composizione.
Gli oggetti intelligenti diventano accessibili sul web attraverso la progettazione di processi per le smart things viste come risorse Web, basate su logiche di tipo Rest (Representational state transfer, architettura software per i sistemi di ipertesto che delinea come le risorse sono definite e indirizzate nel Web) e Resource Oriented Architectures. Ma poiché di 30 miliardi di device solo il 5% è in rete, resta ancora il problema di come rendere accessibili oggetti intelligenti che non ‘parlano’ nella lingua dei protocolli Internet o Web, Guinard propone un framework software che può essere rilasciato sui computer e incapsulato nei device driver e servizi plug-in.

Una volta che l’oggetto intelligente è accessibile sul web bisogna poi consentire agli utenti di trovare il corretto servizio per la loro applicazione. E questo, secondo Guinard, è possibile “abilitando le smart thing a essere indicizzate attraverso motori di ricerca dedicati. Con questo livello vogliamo ottenere due obiettivi: rendere gli oggetti raggiungibili attraverso motori di ricerca e consentire un’interazione automatica attraverso strumenti di mashup”.

Il terzo livello riguarda la condivisione in direzione della creazione di un Social Web of Things. Guinard prevede un Social Access Controller (Sac) per gestire l’accesso alle Smart Things, attraverso i Social Network che offra un’Api per le applicazioni client e possa garantire la sicurezza tramite autenticazione Http Basic Access o autenticazione Http Digest Authentication.

L’ultimo livello riguarda la capacità di composizione anche da parte dei non specialisti all’interno delle nuove applicazioni, attraverso il mashup fisico. Sulla base del successo dell’impiego di mashup in ambito web 2.0 (applicazioni Web basate sulla composizione di contenuti e servizi aperti) Guinard e altri propongono un approccio simile per combinare i servizi enterprise (ad esempio gli Erp) con il web delle cose. Secondo questo approccio si definisce un’architettura dove i sensori, embedded negli oggetti da monitorare, diventano nodi accessibili da web; interagire con loro o comporre i loro servizi con altri già esistenti diventa facile come usare il browser su web. Un esempio: dovendo monitorare (azienda produttrice, spedizioniere o addirittura utente finale) una spedizione di oggetti particolarmente fragili o sensibili alla temperatura è possibile creare un’applicazione dove un nodo sensore aggiorna in modo costante l’applicazione Erp che gestisce le spedizioni sullo stato della temperatura o sui movimenti degli oggetti. Un esempio funzionante è un mashup che rende consapevoli dei consumi energetici utilizzato da molte famiglie a livello internazionale (Energie Visible). In questo caso gli Smart Meters sono stati sviluppati come un RESTful Web Api (creando cioè interfacce Web basate sulle linee guida definite da REpresentational State Transfer per la realizzazione di un’architettura di sistema distribuita come il World Wide Web), che consente il mashup con qualunque linguaggio che supporta http.

Un altro esempio è un mashup fisico per la sorveglianza degli articoli elettronici. Gli oggetti, dotati di tag Rfid allertano la telecamera che fa i controlli di sicurezza; se qualcosa viene rubato, gli allarmi vengono trasmessi allo staff sui loro telefoni cellulari.

Guinard si pone un’ulteriore frontiera: Facebook for things, dove singoli oggetti, con un profilo digitale unico, come quello delle persone che stanno su Facebook, si possano aggiornare, condividere, …

Il web dovrebbe facilitare lo sviluppo di applicazioni Internet of Things fungendo come architettura applicativa seconda quattro livelli flessibili: accessibilità degli oggetti intelligenti, ricerca dei servizi, condivisione degli oggetti, composizione attraverso i mashup

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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