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Pensa positivo: serve a te, agli altri… e al business

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Pensa positivo: serve a te, agli altri… e al business

15 Apr 2013

di Stefano Uberti Foppa

Tipicamente, nei periodi di prolungata difficoltà e crisi economica come quello attuale, il disagio si estende in modo diretto alla sfera sociale passando molto spesso da quella individuale. Le imprese, attraverso le persone che le compongono e il cui lavoro determina lo sviluppo o il rallentamento del business, sono “corpi vivi” che della crisi assorbono le dinamiche negative che si riversano sui modelli relazionali e comportamentali con i quali le persone quotidianamente lavorano (scambiandosi opinioni, prendendo decisioni, attuando azioni e scelte, ecc.).

In sostanza, stiamo dicendo che è molto facile, quasi naturale, che le difficoltà competitive, il rallentamento del business, le criticità che ogni giorno l’azienda si trova a dover affrontare sul mercato, si riversino direttamente sul modo di lavorare e di interagire delle persone. Ecco perché abbiamo cercato di “sollevare il velo” su un mondo, quello di un approccio formativo e di pensiero, che in questo periodo di crisi si cerca di introdurre nelle aziende: parliamo del “positive thinking”, di cui abbiamo approfondito alcuni elementi durante un recente Positive Business Forum nel corso del quale scienziati di indiscussa fama mondiale hanno analizzato le modalità in cui il benessere e persino la felicità delle persone diventano elementi indispensabili (e fattore moltiplicatore) della crescita e della produttività aziendale.

L’impostazione teorica dice che un approccio positivo aumenta il benessere personale e diventa, da un punto di vista professionale e di vita aziendale, fattore di condizionamento positivo nei confronti delle altre persone e dei collaboratori aziendali, consentendo, in una diffusione di ottimismo e di disponibilità di tipo “virale”, il raggiungimento di risultati importanti anche in tempi di difficoltà economica come gli attuali.
Stiamo parlando di serissimi studi e misurazioni nel campo delle neuroscienze che hanno confermato questo rapporto positività-efficacia di risultati. È chiaro che per affrontare queste cose serve una dose di disponibilità che sappia andare oltre lo scetticismo iniziale, ma bisogna anche rendersi conto di come queste tematiche siano ormai oggetto di attenzione (e di strategia) a livello internazionale, proprio per i positivi contraccolpi che hanno sulla vita delle persone, e quindi della società (e del suo sviluppo), di cui anche le aziende fanno parte, con risultati importanti e certificati in termini di risparmio di costi e di creazione di nuova efficienza.
E non è un caso che Cnel/Istat abbiano proprio di recente pubblicato il Primo Rapporto sul “Benessere equo e sostenibile” in Italia. “Tutte le crisi degli ultimi anni – recita l’introduzione dello studio – alimentare, energetica e ambientale, finanziaria, economica, sociale, hanno reso urgente lo sviluppo di nuovi parametri di carattere statistico in grado di guidare sia i decisori politici nel disegno degli interventi, sia i comportamenti individuali delle imprese e delle persone”.

D’altro canto, cosa abbiamo, tutti noi, sperimentato sulla nostra pelle negli ultimi anni? L’Europa dei tecnici e dei tecnocrati, con il rigoroso rispetto e unico riferimento ai parametri economici, tra i quali senz’altro il famigerato Pil, non ha mai tenuto conto di altri valori importanti nella vita delle persone e delle società, proprio il benessere inteso in senso più ampio. Questi criteri, se del tutto disattesi (come la pesante recessione economica ha spinto a fare, cercando di intervenire al massimo e con rapidità sui vari deficit nazionali), si tramutano in tensioni sociali che producono costi più alti, decrescita, tensione e involuzione sociale. Ecco perché c’è oggi l’esigenza di capire in profondità come, accanto a indicatori di carattere economico, parametri di tipo ambientale e sociali misurino in modo più completo e con indicazioni di intervento, lo stato e il progresso di un Paese e delle persone che ci vivono. Ed ecco allora che il “pensiero positivo” è sempre meno un esercizio mentale/meditativo e sempre più un modello comportamentale di benessere individuale che si ripercuote anche sull’organizzazione che ci circonda, sia essa azienda, coppia, famiglia, società. È un valore sociale, il pensiero positivo, importantissimo, soprattutto in tempi di difficoltà come gli attuali. È impossibile non banalizzare tematiche che, proprio perché agiscono sul piano culturale, psicologico e relazionale, rischiano, in poche righe, di apparire superficiali nella trattazione. Ma dobbiamo partire dal convincimento e dalla fiducia che scientificamente, a livello celebrale, sono state acclarate le strette correlazioni esistenti tra un approccio positivo e un diretto condizionamento sulle persone che questo approccio lo vivono. Muoversi in un contesto aziendale positivo, il che non significa sorridere o disporre di una serie di benefit aziendali materiali, ma partire da una prospettiva di approccio ai problemi che tenga conto della persona, che valorizzi la relazione interpersonale, genera una reazione a catena impensabile (ma scientificamente provata): più le persone sono felici nel contesto in cui operano più il contesto migliora; più il contesto migliora più le persone diventano soddisfatte, efficienti, proattive, responsabilizzate. È un circolo virtuoso, che certo non è facile avviare, ma del quale dobbiamo avere la consapevolezza della possibilità e della potenzialità. Ci sono ormai numerosi corsi indirizzati a diversi livelli di management, orientati alla soddisfazione e alla felicità per una nuova collaborazione tra gli individui in impresa. Perché benessere e felicità sono insegnabili e sono misurabili. E ritornando al Pil, numerosi studi compiuti nei Paesi in cui si è cominciato a misurare il benessere sociale, dimostrano ormai con certezza che non esiste correlazione diretta tra l’aumento del Pil e il benessere. E poiché il benessere genera risultati economici, ecco che il Pil non può essere l’unico parametro considerato.

Da dove partire? Serve senz’altro un difficile lavoro individuale, tuttavia gli studi riconosciuti di Marcial Losada, guru internazionale (presente al Positive Business Forum), che ha sviluppato ann fa un nuovo metodo per studiare i meccanismi relazionali dei gruppi di lavoro basato su pattern comportamentali che determinano, a seconda delle diverse modalità di relazione dei diversi soggetti presenti nel gruppo, prestazioni elevate, medie o basse, ci dicono cose interessanti sulle modalità di benessere e di comportamento: imparare ad ascoltare e a non convincere sempre e comunque; imparare a domandare per capire davvero ciò che l’interlocutore sta dicendo; capire non solo ciò che è importante per se stessi ma anche cosa è importante per gli altri. Insomma, approcci e tecniche orientati a superare “la viscosità”, cioè la resistenza del team al cambiamento, e a creare uno spazio emotivo che, scientificamente provato, si espande in modo naturale ottenendo dinamiche di crescita e prestazioni elevate. Meccanismi di simmetria relazionale, misurati matematicamente, applicati a teorie di gruppo, confermano il valore economico e produttivo della positività di pensiero. Così come, da non dimenticare, la negatività crea anch’essa un circolo vizioso, una espansione negativa che si diffonde in un ambiente dal quale è difficilissimo ricavare talenti e risposte a contesti economicamente complessi come quelli in cui attualmente le aziende, e le persone, si trovano ogni giorno ad operare.

Alcuni anni fa si diceva che la crisi, per quanto dura, è positivamente distruttrice di modelli consolidati e creatrice di valore. Oggi dolorosamente scopriamo che i nostri modelli non possono essere soltanto di carattere economico, ma inducono a profonde riflessioni sulla struttura sociale nella quale le persone e le aziende operano. Lavorando individualmente e come insiemi di persone e organizzazioni su elementi intangibili che ruotano attorno al concetto di benessere, probabilmente si riuscirà a creare un circolo di crescita virtuoso non solo come persone ma, di conseguenza, anche come organizzazioni che migliorano i propri risultati economici. Il percorso opposto, invece, quello cioè di creare ricchezza da cui far discendere benessere e felicità, vediamo che è un modello palesemente in crisi e non più sostenibile (sia moralmente sia da un punto di vista ambientale). Serve la consapevolezza di voler intraprendere un percorso nuovo e non certo semplice. Ma è probabilmente l’unica risposta che si può dare oggi alla complessità, alla negatività e allo stress che guida il nostro modo di lavorare e di vivere. Noi alla Next Editore ci stiamo provando.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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